Sempre più divorzi improvvisi, lo psicologo: “Due persone vivono la stessa relazione, ma in momenti emotivi diversi”

Immagina di tornare a casa dopo una lunga giornata di lavoro e, invece della cena calda o del bicchiere di vino da condividere con la persona che ami, ti trovi davanti le carte del divorzio. Tutto diventa buio, il cuore inizia a battere fortissimo (o forse si è fermato?), la testa inizia a girarti e quando finalmente riesci a trovare quel poco di lucidità che ti permette di parlare hai solo una domanda: "Perché?". I divorzi improvvisi sono un fenomeno in costante aumento e forse rappresentano un nuovo modo di amare che sta prendendo piega negli ultimi tempi, caratterizzato da una limitata comunicazione. Fanpage.it ne ha parlato con Antonio Catarinella, psicologo, psicoterapeuta e sessuologo specialista in psicologia clinica e consulente delle identità sessuali, che ha raccontato come lasciarsi all'improvviso possa essere un vero e proprio trauma per molte persone, che si ritrovano senza più quotidianità letteralmente da un giorno all'altro.
È vero che negli ultimi anni sta aumentando il fenomeno dei "divorzi improvvisi"? Che cosa sono?
Il tema è sicuramente molto attuale e il termine blindsided divorce rimanda a tutte quelle separazioni in cui uno dei due partner vive la fine della relazione come qualcosa di completamente inatteso, senza aver percepito segnali evidenti di una crisi in corso. In realtà, il concetto non riguarda solo i matrimoni, ma più in generale le relazioni di coppia, anche se dal punto di vista scientifico non disponiamo ancora di dati epidemiologici che dimostrino un effettivo aumento del fenomeno. È però una realtà sempre più visibile e discussa, anche perché si inserisce in molte caratteristiche delle relazioni contemporanee. L’aggettivo "improvviso", però, descrive soprattutto l’esperienza di chi viene lasciato, nella maggior parte dei casi la crisi non nasce da un giorno all’altro: uno dei due partner ha spesso attraversato un lungo processo di riflessione e di progressivo disinvestimento emotivo, mentre l’altro ne viene a conoscenza solo nella fase finale. Si crea così una profonda asimmetria temporale: chi lascia ha già elaborato la decisione, mentre per chi viene lasciato il processo di elaborazione inizia proprio in quel momento.
Quando una persona viene lasciata all’improvviso, che cosa accade dal punto di vista psicologico? Si può parlare di trauma?
Per molte persone questa esperienza può assumere caratteristiche traumatiche, anche se non rientra necessariamente nella definizione clinica di trauma. A generare sofferenza non è soltanto la perdita della relazione, ma la brusca interruzione di quel senso di continuità e prevedibilità su cui si fondava la propria vita. Fino al giorno prima si costruivano progetti insieme e si dava per scontata una determinata narrativa relazionale. Quando arriva la separazione viene improvvisamente messo in discussione l’intero sistema di significati che sosteneva quella sicurezza affettiva. Dal punto di vista psicologico possono emergere incredulità, confusione e una continua ricerca di spiegazioni. Molte persone sentono il bisogno di ripercorrere mesi o anni della relazione nel tentativo di individuare segnali che non avevano colto. Possono inoltre comparire insonnia, difficoltà di concentrazione, perdita dell’appetito, pensieri intrusivi e un profondo senso di destabilizzazione identitaria.
È davvero possibile che una relazione finisca da un giorno all’altro?
Nella pratica clinica le rotture improvvise appaiono spesso come l’esito finale di processi molto più lunghi e silenziosi. Ciò che arriva all’improvviso è la comunicazione della decisione, non necessariamente la sua maturazione. Quello che colpisce maggiormente è che i partner continuano a condividere la quotidianità e le normali attività, dando l’impressione di vivere una relazione stabile; proprio per questo la separazione può essere percepita come uno shock. Ma nella maggior parte dei casi dietro la decisione esiste un percorso interiore già avviato da tempo.
Perché alcune persone tengono per sé il proprio malessere invece di affrontarlo apertamente con il partner?
Le ragioni possono essere molteplici e non derivano necessariamente da disinteresse o cattive intenzioni. Alcune persone hanno imparato nel corso della vita che esprimere rabbia, delusione o bisogni emotivi può mettere a rischio il legame affettivo e tendono quindi a evitare il conflitto, preferendo preservare un’apparente armonia. In altri casi il disagio viene comunicato in modo indiretto, attraverso cambiamenti comportamentali o piccoli segnali che però il partner non interpreta come indizi di una crisi profonda. Si crea così una sorta di asimmetria comunicativa: una persona è convinta di aver espresso il proprio malessere, mentre l’altra ritiene di non aver ricevuto alcun messaggio. Spesso chi decide di lasciare riferisce di aver provato per lungo tempo a comunicare il proprio disagio senza sentirsi realmente ascoltato. Il silenzio, quindi, non nasce necessariamente dall’assenza di comunicazione, ma da una progressiva rinuncia a comunicare.
Quanto pesa la difficoltà di comunicare emozioni e conflitti all’interno della coppia?
Probabilmente rappresenta uno degli elementi centrali. Chi lascia racconta spesso di aver espresso il proprio malessere per anni, mentre chi viene lasciato riferisce di non aver mai percepito la relazione come realmente a rischio. Questo non significa che una delle due versioni sia sbagliata. Più semplicemente, i partner attribuiscono significati differenti agli stessi messaggi e progressivamente si perde la capacità di riconoscere, comprendere e validare il mondo emotivo dell’altro.
Gli stili di attaccamento e la personalità possono influenzare il modo in cui si arriva alla separazione?
È importante evitare interpretazioni troppo deterministiche, ma sicuramente stili di attaccamento e tratti di personalità possono influenzare il modo in cui si gestiscono vicinanza, conflitto e separazione. Le persone con uno stile di attaccamento evitante possono avere maggiori difficoltà a condividere bisogni emotivi e insoddisfazioni e tendono a elaborare il disagio da sole, arrivando a maturare internamente la decisione di separarsi. Al contrario, chi presenta uno stile più ansioso-ambivalente tende a manifestare il malessere in maniera più evidente, rendendo la crisi più visibile. Anche alcuni tratti di personalità incidono: chi tende a evitare il conflitto può rimandare le conversazioni difficili fino a quando la decisione appare ormai irreversibile, mentre persone più orientate alla comunicazione diretta tendono a condividere prima il proprio disagio e a coinvolgere il partner in una possibile fase di riparazione.
Chi viene lasciato rischia di attribuire a sé tutta la responsabilità della rottura?
Sì, ed è uno degli esiti più frequenti. Dopo una separazione vissuta come uno shock è facile arrivare a interpretare l’accaduto come un fallimento personale. In realtà le cause della fine di una relazione sono quasi sempre molto più complesse e non possono essere ricondotte esclusivamente a una persona. Per questo è importante evitare letture troppo semplicistiche e non trasformare la fine del rapporto in un giudizio sul proprio valore.
Che cosa può aiutare una persona a ricostruire la propria sicurezza affettiva?
Il primo passo è riconoscere la legittimità del proprio dolore. Spesso chi subisce una separazione improvvisa si sente dire di andare avanti rapidamente, ma una frattura emotiva di questo tipo richiede tempo per essere elaborata, soprattutto quando si parla di relazioni molto lunghe. È importante concedersi uno spazio di comprensione, evitando sia la fuga frenetica nel tentativo di voltare subito pagina, sia la ricerca ossessiva di spiegazioni impossibili da ottenere. Anche il supporto di amici, familiari e, quando necessario, di professionisti della salute mentale può aiutare a riorganizzare la propria esperienza senza ridurla a un fallimento personale. L’obiettivo è recuperare gradualmente quella sicurezza affettiva che sembra essersi persa, integrando quanto accaduto nella propria storia. Una relazione che finisce non definisce il valore di una persona e non compromette la possibilità di costruire legami significativi in futuro.