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Giornata Mondiale della Gentilezza: come essere gentili verso sé stessi con l’autocompassione

Oggi, 13 novembre, in occasione della Giornata Mondiale della Gentilezza è bene ricordare quanto sia importante essere gentili anche verso sé stessi. A cosa serve l’autocompassione? Come si pratica? Ne parla Giacomo Calvi Parisetti, psicologo e psicoterapeuta, a Fanpage.it.
Intervista a Dott. Giacomo Calvi Parisetti
Psicoterapeuta cognitivo comportamentale presso Humanitas
A cura di Eleonora Di Nonno
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Nel libro Biologia della gentilezza, di Immaculata De Vico e Daniel Lumera, viene dimostrato come la gentilezza sia "scientificamente valida come strumento di prevenzione, come supporto alle terapie, come veicolo di salute fisica e mentale". Il 13 novembre è la Giornata Mondiale della Gentilezza ed è bene sottolineare come l'essere gentili verso sé stessi, praticando autocompassione, sia importante tanto quanto esserlo con gli altri. "La prima cosa su cui bisognerebbe lavorare è il nostro dialogo interiore, cioè come parliamo a noi stessi. Spesso lo facciamo in modo tutt'altro che compassionevole" dichiara Giacomo Calvi Pariasetti, psicologo e psicoterapeuta, a Fanpage.it. L'esperto ha spiegato cosa è l'autocompassione, come si pratica e perché è così efficace per il benessere psicofisico delle persone.

Cosa è l'autocompassione

"L'autocompassione è la capacità di riconoscere i nostri stati d'animo e di comprendere il nostro vissuto emotivo attraverso un atto di consapevolezza" spiega Parisetti. Una definizione imprescindibile dal chiarimento su cosa si intende per "compassione". "Nella società occidentale questo termine spesso assume un'accezione negativa, si pensa che chi provi pena sia superiore a chi ne è oggetto. Non è così – prosegue lo psicologo – Tramite la compassione le emozioni vengono condivise su uno stesso livello ed è ciò che fa scattare l'empatia e il desiderio di supportare l'altro". Essere gentili e compassionevoli verso sé stessi avrebbe anche dei risvolti positivi. "L'autocompassione aumenta l'autostima, riduce lo stress e i livelli di cortisolo, migliora la circolazione, il ritmo e la frequenza cardiaca – assicura Parisetti – Praticarla significa anche sradicare o eliminare i sintomi legati alla depressione. È efficace anche per chi soffre di ansia perché agisce sulla nostra parte autogiudicante o che si preoccupa esageratamente per il futuro" aggiunge lo psicologo.

Come si pratica l'autocompassione

"Per praticare l'autocompassione si inizia compiendo gesti semplici come essere gentili verso se stessi e ringraziarsi" chiarisce Parisetti "Bisogna anche imparare a riconoscere le proprie emozioni, altrimenti inconsciamente si continua a giudicarsi non meritevoli di comprensione. La meditazione o lo yoga sono utili per questo scopo". L'educazione che viene data a un bambino è spesso incentrata verso l'essere cortesi con gli altri e non verso di sé. "Non è così in tutte le famiglie, è vero, però è fondamentale insegnare a identificare le proprie emozioni fin da piccoli" aggiunge lo psicologo. Non è mai troppo tardi per apprendere l'autocompassione. "La meditazione mindfulness per la self compassion è efficace negli adulti. Quello su cui si va a lavorare è il nostro dialogo interiore. Sono soprattutto i figli delle persone che hanno fatto la guerra ad aver avuto uno stampo educativo in cui la razionalità ha la meglio sull'emozione, un concetto che è stato interiorizzato e che è difficile da sradicare" puntualizza Parisetti. Molti esercizi di self compassion vengono eseguiti davanti allo specchio, pronunciando frasi come: "Grazie per aver dato il massimo". La psicoterapia è una delle strade per apprendere questa pratica, che si può poi applicare anche in altri aspetti della vita come la cura per la propria alimentazione o la scelta di fare un determinato sport, che diventano atti di amore dell'individuo verso di sé.

Autocompassione e amore per sé stessi sono la stessa cosa?

"Self love e self compassion sono sovrapponibili ma l'amore per sé stessi comprende tutti gli aspetti dell'autocompassione – avvisa Parisetti – Io non devo per forza amare ogni parte di me ma posso accettare quelle che non mi piacciono per poterle cambiare". Da tenere in considerazione è anche il concetto di perdono. "Nella cultura occidentale il perdono viene associato al pentimento ma nell'ambito meditativo significa lasciar andare. Non perdonarsi significa trattenere pensieri negativi. Ciò che andrebbe fatto è abbandonare giudizi e pregiudizi verso noi stessi" conclude lo psicologo.

Le informazioni fornite su www.fanpage.it sono progettate per integrare, non sostituire, la relazione tra un paziente e il proprio medico.
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