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Cosmetici e test su animali, Basic Gaia: “Vegan e cruelty free non coincidono, un paradosso che molti ignorano”

Tra divieti europei, regole globali e molta confusione, il cruelty free resta un tema complesso. Sempre più brand dichiarano di non testare più sugli animali, ma cosa significa davvero? Fanpage.it ne ha parlato con Basic Gaia, creator e divulgatrice sui temi del cruelty free e del beauty consapevole.
Intervista a Basic Gaia
Beauty content creator specializzata nel consumo più consapevole.
A cura di Elisa Capitani
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Basic Gaia
Basic Gaia

I test sugli animali continuano a essere uno dei nodi più controversi dell’industria cosmetica, nonostante anni di battaglie, regolamentazioni e una crescente attenzione pubblica. In Europa l’animal testing è vietato da tempo, ma il quadro globale resta complesso: normative diverse, mercati internazionali e zone grigie rendono difficile orientarsi, sia per i consumatori sia per gli stessi brand. A questo si aggiunge poi una grande confusione. Termini come cruelty free e vegan vengono spesso usati in modo improprio o percepiti come equivalenti, mentre indicano aspetti molto diversi tra loro, a volte anche in modo paradossale. Molti consumatori non hanno ancora strumenti chiari per distinguere tra certificazioni, strategie di mercato e reali pratiche aziendali, e anche la comunicazione dei brand non sempre aiuta a fare chiarezza. Negli ultimi anni, tuttavia, è aumentato il numero di marchi che scelgono di posizionarsi come cruelty free, rinunciando a fette di mercati o adattando le proprie strategie per evitare qualsiasi forma di test sugli animali. Una scelta che, oltre a essere etica, risponde a una domanda sempre più consapevole da parte del pubblico. Per capire meglio cosa significhi davvero oggi parlare di cruelty free, tra normative, contraddizioni e cambiamenti in corso, abbiamo parlato con Basic Gaia, content creator e punto di riferimento online per chi si avvicina a un consumo più consapevole nel mondo beauty. Partita da un percorso completamente diverso, Gaia ha costruito nel tempo una community attenta a questi temi, portando avanti una scelta chiara e coerente che riguarda non solo i prodotti che utilizza, ma anche il modo in cui comunica e seleziona i brand.

Basic Gaia e uno dei suoi make up
Basic Gaia e uno dei suoi make up

Qual è stato il tuo percorso personale e professionale che ti ha portata a diventare Basic Gaia e a parlare di tematiche etiche come il cruelty free?

In realtà il mio percorso è stato piuttosto inaspettato. Di formazione sono architetto: mi sono laureata all’inizio del 2016 e avevo già iniziato a lavorare in uno studio. Però, già da un po’, sentivo il bisogno di uscire dalla mia comfort zone. Durante la tesi passavo tantissimo tempo al computer, spesso con video YouTube in sottofondo, prima creator internazionali, poi anche italiane. Mi incuriosiva quel mondo, mi sembrava un hobby divertente. Così ho iniziato anch’io, proprio per gioco. Col tempo ho dedicato sempre più energie alla creazione di contenuti, fino a costruire una community. Dopo un paio d’anni mi sono trovata davanti a una scelta: continuare con entrambe le cose oppure puntare tutto sui social. Ho deciso di provarci. Mi sono detta che, nel caso, sarei potuta tornare all’architettura, ma non me ne sono mai pentita. Per quanto riguarda il cruelty free, è arrivato dopo. Ho smesso di mangiare carne nel 2017, inizialmente per motivi di salute, e nel 2020 anche pesce. In quel periodo seguivo già creator che utilizzavano solo prodotti cruelty free, così ho iniziato a informarmi e ho deciso di fare questa scelta, anche se significava rinunciare a una parte importante del mercato. È stato un modo per sostenere brand più in linea con i miei valori.

Nel tuo lavoro quotidiano sui social, qual è la sfida più grande nel fare divulgazione su temi come il cruelty free?

La difficoltà principale è far capire davvero cosa significhi cruelty free. C’è molta confusione, anche perché spesso la divulgazione è parziale. È un tema complesso, con confini non sempre chiarissimi. In Europa, per esempio, l’animal testing è vietato, quindi si dice spesso che i prodotti siano cruelty free. È una semplificazione che ha una parte di verità, ma non racconta tutto. Bisogna infatti considerare il mercato globale. Un brand, per ottenere certificazioni come quelle di Leaping Bunny o PETA, deve rispettare criteri precisi: non è solo una questione di pagamento, come si può invece credere. Inoltre, paesi come la Cina impongono ancora test sugli animali in determinati casi, soprattutto per i prodotti venduti fisicamente sul territorio. Questo significa che un brand può essere cruelty free in Europa, ma non esserlo a livello globale se decide di entrare in quel mercato. Negli anni qualcosa è migliorato, ma il quadro resta complesso. È proprio questa complessità che rende difficile fare divulgazione chiara senza risultare superficiali o troppo tecnici.

Per chi si avvicina per la prima volta a questo mondo, come si può capire se un prodotto è davvero cruelty free?

Il primo passo è informarsi. Io, quando non conosco un brand, cerco direttamente online il nome seguito da cruelty free. I siti che consulto più spesso sono Cruelty Free Kitty ed Ethical Elephant, che fanno un lavoro molto accurato ormai da anni. Poi ci sono ovviamente le certificazioni ufficiali, come quelle di PETA o Leaping Bunny, che rappresentano una garanzia in più. Però è importante sapere che un brand può essere cruelty free anche senza certificazione, che magari non ha comprato. Per i marchi più piccoli, soprattutto europei, è più semplice orientarsi. Con i brand internazionali o emergenti, invece, serve un po’ più di ricerca. A volte sono gli stessi brand a dichiarare il loro status nelle FAQ o sui social, ma è sempre bene verificare.

Uno dei look di Basic Gaia
Uno dei look di Basic Gaia

Molti consumatori fanno fatica a distinguere tra cruelty free e vegan. Puoi spiegare la differenza?

È una distinzione fondamentale. Cruelty free significa che il prodotto non è stato testato sugli animali, né negli ingredienti né nel prodotto finito. Vegan, invece, riguarda la composizione: il prodotto non contiene ingredienti di origine animale. Un prodotto può essere cruelty free ma non vegan, perché può contenere ingredienti come cera d’api o collagene animale. E viceversa, può essere vegan ma testato sugli animali. È purtroppo un paradosso che esiste ancora oggi. Chi vuole fare una scelta etica completa dovrebbe orientarsi su prodotti che siano entrambe le cose. In quel caso si trovano spesso due certificazioni distinte: il simbolo del coniglietto per il cruelty free e la V per il vegan.

Nel mondo dei profumi invece sembrano esserci meno opzioni cruelty free rispetto ad altri prodotti beauty, è vero?

Sì, ed è legato soprattutto al mercato. I grandi marchi di profumeria vendono quasi tutti in Cina e quindi non possono essere considerati veramente cruelty free. Dal punto di vista delle formulazioni, invece, ci sono stati miglioramenti: oggi esistono molte alternative sintetiche agli ingredienti di origine animale. Ma il problema resta la distribuzione; esistono comunque alternative valide, bisogna solo uscire dai brand più mainstream.

Guardando alla tua esperienza, vedi un cambiamento reale nel mercato e nella consapevolezza delle persone?

Io mi rendo conto soprattutto della mia "bolla": la mia community è molto informata e attenta. Fuori da lì è più difficile capire quanto ci sia consapevolezza. In Italia, le persone che fanno divulgazione su questi temi nel beauty sono ancora decisamente poche. Però in generale noto una maggiore attenzione verso il mondo plant-based e questo potrebbe aiutare anche il cruelty free a diffondersi. Dal punto di vista del mercato, qualche miglioramento c’è stato, anche grazie allo sviluppo di alternative ai test sugli animali, come i test in vitro o su modelli cellulari. Credo che, soprattutto nel mondo beauty, sia importante acquistare con consapevolezza. Parliamo di prodotti non essenziali: proprio per questo ha senso scegliere brand che rispettino determinati valori, è un piccolo gesto, ma può avere un grande impatto.

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