Scrivere di Ayrton Senna è davvero difficile. Senna è una sensazione, è un esercizio faticoso renderlo un ricordo o un aneddoto. Accadeva già quando era in Formula 1 e divideva il mondo fra chi lo amava e chi lo desiderava, impossibile che Senna non piacesse a chi per cinque minuti almeno si fosse appassionato di Formula 1.

Ayrton Senna è uno di quei pochissimi campioni di cui non chiedi mai cosa abbia vinto, quante pole position abbia fatto in carriera oppure quanti giri veloci. Quelle cose le lasci ai contabili. Di campioni come Ayrton Senna ti ricordi anche una sola gara, un solo sorpasso o una sola curva, perché in quel momento ti ha svelato qualcosa che non conoscevi ancora dello sport che stai seguendo e che ti attira come nient’altro. Ha ragione Lewis Hamilton quando dice:

“Ayrton Senna aveva la rara qualità della grandezza”.

Oltre a questa emozione assoluta che invadeva tutti coloro che lo seguivano in pista e che veniva proprio dalla percezione della grandezza di Senna, del campione brasiliano percepivi quasi due persone distinte. David Coulthard lo ha detto in questo modo:

“Esistevano comunque due Ayrton, uno dentro la vettura e un altro fuori da quest'ultima: il primo era focoso, spietato e concentrato. Il secondo gentile, buono e preciso”.

Da una parte quindi c’era Ayrton, il ragazzo che negli occhi aveva la voglia di emergere in un mondo di squali, l’artista del volante che voleva vincere alla sua maniera. È spiegato perfettamente questo suo modo di essere, che era anche una visione della vita, da alcuni suoi colleghi. Primo fra tutti Gerhard Berger, il quale lo ha dipinto con una sola frase:

“Ayrton non aveva mezze misure. Non parlava con i preti o i vescovi. Aveva un colloquio con Dio”.

Oppure le parole che ha usato Alain Prost, il suo grande avversario, per sottolinearne ancora una volta questa quasi trascendenza nel fare uno dei lavori più pericolosi al mondo:

“Senna dice che crede in Dio… Probabilmente è tanto convinto da pensare di essere immortale, altrimenti non farebbe quello che fa”.

Anche se la frase più giusta su di lui è di un altro pilota automobilistico, Emanuele Pirro:

“Ayrton era un’opera d'arte: non si può dipingere un’altra Gioconda. Non so se è stato il più forte di sempre, perché Schumacher per esempio ha vinto di più. Ma la gente ha sempre percepito la sua forza, il suo coraggio, l’intensità. Arrivava stremato al traguardo perché dava tutto, cosa che forse manca alla Formula 1 di oggi. Non si vergognava di far fatica: anche in questo è stato unico”.

E poi c’era Senna, il grande campione, il pilota del futuro, l’atleta che ha portato la Formula 1 in un’altra dimensione. Niki Lauda ha pochi dubbi, quando affermava:

“È stato il miglior pilota che sia mai vissuto”.

Così come ancora Berger sa sottolineare la sua inarrestabile smania per l’eccellenza e la vittoria:

“Non poteva sopportare in nessuna maniera di essere battuto, in qualsiasi cosa, nello sport e nella vita. Voleva arrivare primo in macchina, fare lo scherzo più bello e spiritoso, conquistare le ragazze più carine”.

La voglia di primeggiare vale un po’ per tutti gli sportivi ma per chi mette in gioco la vita in ogni gara, forse ha ancora più senso. Due persone quindi, che però hanno influenzato entrambe le parti di Ayrton Senna, facendo diventare l’uomo un po’ più deciso e forte, mentre il pilota ancora più geniale e a tratti capace di fare arte con un volante e due pedali. Ayrton Senna è stato un connubio complesso e intricato di elementi, una sorta di uomo-racconto già solo con la sua vita quotidiana. E questo suo modo di essere, inarrivabile perché unico, ha però creato un modello, tanto è vero che uno dei suoi figli spirituali più affini, Valentino Rossi, ha dichiarato:

“Senna è stato un'ispirazione e, anche se sono passati 20 anni, il suo spirito sopravvive in tutti i piloti da corsa”.

Da Senna in poi tutti coloro che hanno scelto la velocità per esprimersi, vincere, vivere e gareggiare hanno una stilla del suo spirito che a ogni curva o a ogni sorpasso li guida.