Pogacar racconta l’occhiataccia a Prodhomme: “In squadra lo chiamavamo ‘Pantani’. Non ci piaceva”

Venire paragonati a Marco Pantani non è cosa da tutti i giorni. Il mito del Pirata conserva un’aura quasi intoccabile nel ciclismo: a trent’anni dalle sue imprese, milioni di appassionati continuano a venerare lo scalatore di Cesenatico. Eppure, nell’ultimo Tour de France, a guadagnarsi un confronto così impegnativo è stato Nicolas Prodhomme, grimpeur francese e gregario di Paul Seixas alla Decathlon. A avvicinarlo al Pirata è stato proprio il dominatore della corsa, Tadej Pogacar. In un recente podcast lo sloveno ha spiegato il motivo di quel soprannome particolare e cosa sia davvero successo nella ventesima tappa, quando i due si sono ritrovati faccia a faccia in salita: sguardi e gesti finiti subito sul web, tra supposizioni e commenti di ogni tipo.
Assistere alle imprese di Tadej Pogacar è ormai un evento che cattura anche chi non segue il ciclismo da sempre. Siamo di fronte a un fenomeno generazionale, uno di quei campioni che segnano un’epoca. È un privilegio poterlo raccontare alle generazioni future. Ed è altrettanto prezioso ascoltarlo quando scende dalla bici: il campione del mondo ventisettenne ha saputo farsi apprezzare anche per l’umanità e la chiarezza delle sue parole. L’aneddoto su Nicolas Prodhomme ne è la conferma più recente.
L’elogio di Pogacar a uno dei più sottovalutati del Tour 2026
"È stato un corridore di livello assoluto, uno dei migliori della corsa che non ha ricevuto il riconoscimento che meritava. Quello che ha fatto per la sua squadra è stato davvero fenomenale, di altissimo livello. È un professionista di primissima fascia. Spero che alla Decathlon abbiano visto quanto ha fatto. Ha tutto il mio rispetto". Con queste parole, pronunciate a Radio Slovenia, Pogacar ha già restituito a Nicolas Prodhomme la dimensione che gli spettava. Il francese classe 1997, esperto e discreto, ha chiuso il Tour al sedicesimo posto, rivelandosi il principale luogotenente del giovane capitano Paul Seixas.
Perché in UAE chiamavano Prodhomme "Pantani"
Le parole di Pogacar non si fermano all’elogio. Arriva così il doppio aneddoto: il soprannome "Pantani" e quanto accaduto sul Col de Sarenne, nella ventesima tappa, quando la maglia gialla si era trasformata a sua volta in gregario per proteggere Isaac del Toro. "Avevo tirato per tutta la valle, con il vento contrario, e non è una cosa facile. Una o due volte avevo provato a vedere se mi dava almeno un cambio, ma non lo ha fatto. Erano in due della Decathlon e avrebbero potuto aiutarmi almeno un po’".
Cosa è successo davvero ai piedi del Col de Sarenne
"Ero già un po’ in rosso e sono arrivato all’inizio della salita pensando di continuare al mio ritmo fino in cima, per mantenere tutto sotto controllo. L’obiettivo era permettere a Isaac di tenere la maglia bianca anche se fossimo arrivati insieme". Proprio in quel momento è spuntato Prodhomme: uno scatto nei primi cinquecento metri capace di mettere in difficoltà l’intero gruppo e di costringere la maglia gialla ad affiancarlo e a guardarlo negli occhi. "Come a dirgli “calma!”", racconta Pogacar. E spiega l’origine del soprannome: "Già da prima, in squadra, scherzavamo e lo chiamavamo Pantani, perché sembrava avere sempre gambe buone per l’ultima salita. Accelerava sempre, allungava il gruppo specialmente nei primi cinquecento metri. Onestamente in squadra non eravamo troppo contenti di questa cosa".
Il gesto non è passato inosservato. È diventato virale e ha generato discussioni tra chi difendeva l’intervento di Pogacar e chi vi leggeva un eccesso di prepotenza. A chiudere la questione, da grande campione anche fuori dalla bicicletta, è stato lo stesso sloveno: "Dopotutto loro dovevano provare il tutto per tutto per rimettere Paul Seixas in corsa e hanno fatto bene a provarci. Ma è in momenti come quello che bisogna anche giocare un po’ di gioco mentale con i rivali più forti".