Walter Sabatini: “Ero sicuro che gli infermieri mi avrebbero ucciso, avevano un accordo con le pompe funebri”

Walter Sabatini è stato ospite del podcast ‘One More Time', in una modalità peraltro inedita, come ha spiegato Luca Casadei all'inizio del video: a differenza del classico format, stavolta è stato il conduttore ad andare a casa dell'ospite (a Roma, nel caso del 71enne dirigente sportivo), visto che "Walter qualche giorno fa ci ha comunicato che non se la sentiva di venire a Milano". Sabatini ha poi spiegato la sua attuale ritrosia a uscire di casa, raccontando come la sua vita è cambiata dopo il coma di 25 giorni durante il quale era sicuro che gli infermieri lo "avrebbero ucciso" dopo aver fatto un accordo con le pompe funebri.
Walter Sabatini oggi a 71 anni: ha difficoltà a camminare e non esce di casa
"Io non esco più di casa, sto anche un mese senza uscire di casa – dice Sabatini, che ha difficoltà a camminare dopo essersi fratturato prima un femore e poi l'altro – Andare al ristorante per me è un sacrificio enorme. Non mi sento al sicuro, ma soprattutto non mi va di espormi di fronte alla gente, mi rende insicuro il fatto che qualcuno mi veda, per esempio, non riuscire ad alzarmi da solo. È una cosa che mi devasta. Perché la mia vita non è stata questa. La mia vita è stata tutt'altro e il ricordo di come ero e di quello che ho fatto mi ferisce".
"Mi ferisce perché poi devo far per forza il confronto – continua l'ex Ds di Lazio, Palermo e Roma – Oggi è diventata un'altra vita e ti dico la verità, non è una vita che mi piace. La vita così è una vita inutile e non mi ci abituerò. O ritorno a essere un po' simile a quello che ero, non penso di poter tornare, ma oppure è veramente una vita non mia, è di qualcun altro".
"Quello che è stato è stato, è stato anche bello. Oggi devo accettare che sia finita"
C'è un senso fortissimo del tempo che non torna più nelle parole di Walter, che mentre sogna di tornare nel mondo del calcio, e si aggrappa con tutte le forze a questa speranza, d'altro canto è molto realista alla luce delle sue difficoltà: "So che mi farebbe bene, perché io poi di fronte al lavoro sono irrefrenabile e quindi sarebbe un po' l'antidoto per le mie paure, le mie insicurezze . Però sono pronto anche a fare i conti con me stesso. Non devo essere superficiale su questa cosa. Cioè, quello che è stato è stato, è stato anche bello. Devo ringraziare la vita stessa che mi ha dato parecchio. Oggi devo accettare che sia finita. Io la considero una vita finita, con tutto che sono ancora in grado di apprezzare le belle cose, i paesaggi, i tetti di Roma".
In un altro momento dell'intervista Sabatini peraltro era stato più convinto circa un suo ritorno nel mondo del calcio: "Certo che voglio tornare nel calcio, ci tornerò in qualsiasi modo, perché è la mia vita. Ognuno è quello che fa. Le persone non esistono se non per quello che fanno o che dicono, quindi per me il calcio è determinante perché è l'unica cosa che ho voluto e saputo fare. Quindi io sono quello, non sono né questo né un altro che potrei anche immaginare. Ho provato anche a scrivere, ma non sono un grande scrittore. Il calcio è la mia vita, perché solo quello conta. Tutto il resto è immaginazione, quindi è quello che mi fa essere così attaccato al calcio, perché una mia maniera estrema di attaccarmi alla vita".
Il ricovero d'urgenza, il coma di 25 giorni e le paranoie sugli infermieri che volevano ucciderlo
Il ‘turning point' della vita di Walter (ha perfino dovuto smettere di fumare…) è il ricovero d'urgenza del settembre 2018, quando fu portato all'Ospedale Sant'Eugenio di Roma a causa di una grave crisi respiratoria: "La vita io ho scoperto di amarla quando una dottoressa nell'ambulanza diceva al mio medico che mi accompagnava: ‘Non ce la fa, non ce la fa'. Io cercavo di colpirla con delle zampate che tiravo a caso perché non la vedevo. Era buio, quindi colpivo a vuoto, non la non la colpivo, per fortuna, sennò le avrei fatto male perché tiravo calci potenti. Perché non volevo sentire quella cosa, quell'epitaffio, non mi andava, e in quel momento invece ho pensato che la vita era preziosa".

A causa delle sue condizioni, Sabatini fu indotto in un coma farmacologico durato più di venti giorni, un'esperienza che lo ha segnato davvero tanto e le cui conseguenze si fanno sentire ancora: "Prendo antidepressivi – spiega – Ci pensa mia moglie. Io prendo, ingurgito le compresse, non so mai che cazzo sono…".
Durante il coma l'ex calciatore e dirigente ebbe allucinazioni e paranoie: "Finiì in terapia intensiva, 25 giorni in coma farmacologico. Ero altrove, io ho pensato di essere morto. Io mi credevo morto, perché vedevo troppe cose. Vedevo troppe cose che mi facevano un po' paura, ma non definitivamente. Le pensavo sempre come transitorie. Vedevo Madre Teresa di Calcutta, la vedevo e mi intrattenevo con lei, che non voleva farsi toccare. Poi dopo ero certo che gli infermieri mi avrebbero ucciso, perché avevo visto nelle mie follie di quei giorni che loro avevano fatto un accordo con un'agenzia di pompe funebri vicino all'ospedale. Mi dico: hanno venduto il mio cadavere. Quindi io ogni volta che percepivo la presenza di un infermiere, mi veniva un'agitazione veramente difficile da contenere, anche se ero intubato, addormentato e tutto. È stata dura, soprattutto è stata dura dopo, perché non non è che quando ti risvegliano sei tutto tarallucci e vino. Quando ti risvegliano, sei un ebete preoccupato. Io ero un ebete preoccupato. A parte il fatto che non sapevo bene se stavo vivendo o no, però è stata un'esperienza brutta".
Le conseguenze di quella botta: "Oggi ho la paura di niente, ma ho paura di tutto. Vivo nel panico"
"Quando mi sono svegliato, molte cose mi sfuggivano, erano proprio transitorie nella mia mente – racconta ancora Sabatini – Non sapevo se fosse vero, se fossero invenzioni, se avessi vissuto. Questa cosa degli infermieri mi ha perseguitato, perché non è che sono uscito dall'ospedale quando mi hanno svegliato. Mi hanno messo per 15 giorni in un altro reparto. Che conseguenze mi sono portato da quel momento nella tua vita? La paura. Ho paura di niente, ma ho paura di tutto. Io se non c'è lei che gira (si riferisce alla moglie Fabiola, ndr) vivo nel panico. È un tratto che devo sopportare, lo sto sopportando, esiste. Subito dopo il ricover, quando mi sono riaffacciato alla vita, ho capito che dovevo posizionarmi in maniera diversa".