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Vogliacco: “Parlo con Mihajlovic tutte le sere. Aveva un desiderio, ma non abbiamo fatto in tempo”

Alessandro Vogliacco si racconta a Fanpage.it. Gli aneddoti sulla Juventus, le esperienze con Genoa e Parma, il presente in Grecia col PAOK e, naturalmente, il rapporto con Sinisa Mihajlovic. Molto più di un suocero: “Quando mi metto a letto, nella mia testa gli racconto la mia giornata, i miei dubbi. Lo sentiamo tra noi”.
A cura di Sergio Stanco
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Per un giovane giocatore, potrebbero esserci due modi di essere genero di un’icona calcistica come Sinisa Mihajlovic: il primo potrebbe essere quello di sentirsi “schiacciato”; l’altro, quello di sfruttare al meglio il dono del destino. E Alessandro Vogliacco, ex – tra le altre – di Genoa e Parma. attualmente al PAOK Salonicco, ha “scelto” questa seconda opzione: “Sinisa è parte di me, mi manca ogni giorno. E’ il mio padre calcistico. Avrei voluto condividere con lui tutto quello che sto vivendo oggi, ma purtroppo non è possibile. Almeno fisicamente, perché io lo faccio ancora, ogni giorno. Mi sento comunque onorato di aver avuto la possibilità di farlo, seppur per poco tempo. Troppo poco, purtroppo…”. Tempo che non è bastato neanche per condividere un'avventura insieme, come desiderava proprio Sinisa.

Alessandro è nato in provincia di Bari, da una famiglia “umilissima” come ci ha tenuto a precisare: “I miei genitori avevano una pizzeria e si sono spaccati la schiena per noi figli. Lavoravano tutto il giorno per non farci mancare nulla, non avevano neanche il tempo di respirare, ma cercavano davvero di assecondarci in tutto. Se sono diventato calciatore lo devo a loro”. Tuttavia, già a quindici anni, il trasferimento a Roma e – poi, da lì – a Torino sponda bianconera. In due anni il sogno stava diventando realtà. Ma non è stato così semplice. Da Bari a Salonicco – passando virtualmente dalla Serbia – un’altra storia di calcio che merita di essere raccontata.

Dunque, partiamo veramente dall’inizio: calciatore grazie a chi?
“A mio fratello maggiore. Lui giocava già a calcio e io, da bambino, guardavo lui e volevo imitarlo. Giocavamo ogni minuto del nostro tempo libero. I miei lavoravano tutto il giorno in pizzeria e noi stavamo nel piazzale a fare disastri con quel pallone. Quante finestre rotte… (ride, n.d.r.). Comunque, è nato tutto lì. Mio fratello era forte, ma era tosto di carattere e forse questo lo ha pagato. E’ arrivato fino in Serie D, poi ha smesso”.

Tu, invece, a quindici anni prendi già il treno per Roma e – da lì a un anno – un altro per Torino: non deve essere stato facile…
“Per me sì (sorride, n.d.r.), nel senso che io inseguivo il mio sogno e, anche se alla mia famiglia ero legatissimo, il pensiero di poter diventare calciatore era una spinta importante. E’ stato difficile per mia mamma: provava a farsi vedere forte, ma poi – anni dopo  – mio papà mi ha raccontato che quando chiudevamo le telefonate lei scoppiava a piangere. Ancora oggi la prendiamo in giro quando ricordiamo quei momenti. Il fatto di lasciare casa, però, mi ha obbligato a crescere in fretta: vivere da solo così giovane in un’altra città, non è semplice. Alla fine ero un bambino…”.

Vogliacco nel settore giovanile della Juventus.
Vogliacco nel settore giovanile della Juventus.

Praticamente, in un anno, da Bari al settore giovanile della Roma e, poi, a quello della Juve: come può affrontare tutto questo un ragazzino di 15-16 anni?
“Sono cresciuto in una famiglia di juventini fino al midollo, partendo da mio nonno, passando per mio papà, per arrivare fino a mio fratello, quindi puoi immaginare… Io ero inevitabilmente un po’ frastornato, ma sono anche cresciuto in una famiglia con saldi principi, che mi ha tenuto con i piedi ben piantati a terra. Ho cercato sempre di non farmi condizionare dall’esterno, di rimanere molto concentrato sul mio obiettivo. Ho avuto anche io i miei momenti di difficoltà, le mie paure, ma quando succede hai solo due strade: o lavori di più, oppure molli. Io ho sempre scelto la prima opzione”.

A Torino con la Primavera della Juve hai vinto anche il Viareggio, con Grosso allenatore per altro: che ricordi hai?
“Splendidi. Ricordo tutto, dal primo momento in cui ho messo piede a Torino, fino all’ultimo giorno quando l’ho lasciata. Appena arrivato, ho avuto subito la sensazione di essere entrato in un grandissimo club. Intendiamoci, anche a Roma non mancava nulla, l’ambiente era assolutamente professionale, ma devo dire più familiare. Alla Juventus, invece, ti fanno sentire subito un “piccolo professionista”, non ti fanno mancare nulla, devi solo pensare ad allenarti, rispettare le regole e impegnarti al massimo”.

Che effetto ti ha fatto essere allenato da colui che nel 2006 ti aveva fatto scendere in piazza a festeggiare?
“Strano, effettivamente. Ci è anche capitato di condividere storie di quel Mondiale, ci ha raccontato di quanto il gruppo fosse unito, dell’alchimia che si era creata. Io sono stato allenato da Grosso, Gilardino, ho conosciuto De Rossi: non c’è niente da fare, quando incontri questi personaggi, lo senti che sono diversi dagli altri. E, comunque, quando sento parlare di “favole”, non sono d’accordo. Nulla succede per caso. A chi dice che Grosso si è trovato al posto giusto al momento giusto, farei vedere come ancora calcia il pallone al giorno d’oggi: a volte, prima dell’allenamento, si metteva lì e tirava in porta, per me era come rivivere ogni volta quel calcio di rigore di Berlino”.

In quegli anni ti è capitato anche di allenarti con i “grandi”: che esperienza è stata?
“Beh, da brividi. Quella era una Juve fortissima, che – per due volte – è arrivata ad un soffio dal vincere la Champions League (sconfitta in finale da Barcellona nel 2015 e dal Real Madrid nel 2017, n.d.r.). In campo c’era una qualità assurda. Per un difensore, poi, poter vedere Bonucci, Chiellini e Barzagli al lavoro è stato un dono, ma anche gli altri non è che fossero male: Pirlo, Marchisio, Mandzukic, Higuain, Dybala e tutti gli altri… Se, però, devo scegliere chi mi ha impressionato di più in quel periodo, dico Pogba: nel suo “prime” era qualcosa di disumano. Non ho mai più visto nulla del genere e mi sa che non lo rivedrò neanche in futuro”.

La prima esperienza di Vogliacco tra i professionisti, al Padova.
La prima esperienza di Vogliacco tra i professionisti, al Padova.

Com’era l’ambiente? C’è qualcuno che era particolarmente attento e prodigo di consigli con voi ragazzi?
“Erano tutti estremamente gentili, disponibili e professionali, non facevano assolutamente alcuna differenza tra “grandi” e “piccoli”. In particolare, ricordo che Giorgio Chiellini faceva sempre gli onori di casa con tutti i “nuovi” in spogliatoio. A me ha detto: “Buongiorno Alessandro, benvenuto” e mi ha dato una pacca sulla spalla. Lo ricordo come fosse successo ieri, perché mi sono sorpreso che sapesse il mio nome. Invece, lui si informava su tutto, ci teneva tantissimo ad abbattere le barriere e metterti a tuo agio. E’ un qualcosa che cerco, nel mio piccolo, di fare anche io oggi che sto diventando un po’ il “vecchio” dello spogliatoio, perché ricordo come mi sono sentito io quel giorno: quando sono andato a casa, ci ho ripensato tutta sera, praticamente camminavo a dieci metri da terra solo perché Chiellini sapeva il mio nome…”.

Ma è vero che a Chiellini bastava entrare in campo per trasformarsi?
“Sì, è tutto vero, in partita come in allenamento, andava sempre a mille. Tuttavia, è talmente educato che, anche se menava tutti, nessuno riusciva ad arrabbiarsi con lui (ride, n.d.r.)”.

Dopo quell’esperienza alla Juve, però, hai fatto sei mesi a Padova in B, giocando pochissimo, e poi altri sei mesi a Pordenone in C: un bel salto all’indietro… Mai temuto di non farcela in quei momenti?
“Sì, eccome se ho avuto paura. Quello è stato un po’ il bivio della mia carriera: a Padova è andata malissimo, sono arrivato l’ultimo giorno di mercato ed eravamo in trentacinque giocatori, una cosa che non mi è mai più capitata e che, spero, di non rivivere mai più. Ero già con mia moglie, anche se eravamo ancora fidanzati, e non mi vergogno a dire che sono stati momenti brutti: tornavo a casa e piangevo con lei. Non sapevo come uscirne, ero pieno di dubbi. Avevo la sensazione che il mio sogno si stesse trasformando in incubo…”.

E, poi, cos’è successo? Come se ne esce?
“La carriera di un calciatore è piena di questi momenti: può essere la situazione che ho vissuto in quel momento, un infortunio, una decisione sbagliata. Tutto dipende da come reagisci. Io sono sempre stato un ragazzo orgoglioso, uno che voleva dimostrare. Se qualcuno non credeva in me, dicevo: “Ora ti faccio vedere io” e mi mettevo sotto a lavorare il doppio. Poi, ovviamente, se non hai il sostegno delle persone che ti vogliono bene, da solo non ce la fai. In quel momento sono stati fondamentali la mia attuale moglie, abbiamo davvero sofferto insieme, mio papà, che ogni sera cercava di tranquillizzarmi, e Sinisa, che continuava a dirmi che ero forte, che dovevo stare sereno, che ne sarei uscito. A Pordenone, poi, ho trovato il DS Lovisa (attualmente alla Juve Stabia, n.d.r.) che ha creduto in me. E, da lì, la mia carriera ha ripreso slancio”.

Hai citato Sinisa: cosa ha significato, per te, avere un suocero chiamato Mihajlovic?
“Per me non è mai stato Mihajlovic l’ex calciatore, per me è sempre stato Sinisa l’uomo. E chiunque lo abbia conosciuto sa che ti puoi sedere con lui in tavola e che riceverai sempre una pacca sulla spalla, un consiglio, l’affetto che cerchi. Lui sembra burbero, ma in realtà è di animo puro e ha un cuore eccezionale. E’ il mio padre calcistico, ma anche un esempio di vita”.

Bello che ne parli ancora al presente…
“Sinisa è ancora con noi, io ci parlo tutte le sere. Quello che ci ha lasciato è troppo grande perché possa finire. Quando torno a casa e mi metto a letto, nella mia testa gli racconto la mia giornata, i miei dubbi. E la sua presenza è talmente forte, che sono certo che ci ascolti e, in qualche modo, ci guidi. Ti racconto questa storia, che mi ha fatto venire i brividi: mia figlia ha quattro anni, quando è mancato Sinisa ne aveva uno, quindi non può ricordarselo. Eppure. l’altro giorno siamo andati in montagna sulla neve e ha detto: “Il nonno mi portava sulla neve vero?”. Ed è vero, Sinisa la portava in montagna. Lui stravedeva per i nipoti, era un nonno affettuosissimo. E’ talmente presente nella nostra vita che comunque i nipoti lo conoscono e lo “sentono” tra noi”.

Una volta hai detto che avresti voluto lottare con lui fino alla fine: cosa intendevi esattamente?
“Con lui avevo un rapporto speciale, lui si confidava con me e io con lui. Parlavamo di tutto, delle sue squadre, di quello che mi capitava nelle mie. Mi ha sempre detto che prima o poi mi avrebbe allenato, perché – con il mio carattere – incarnavo perfettamente la sua filosofia di calcio. Purtroppo, non abbiamo fatto in tempo. Così, adesso, ogni volta che mi capita qualcosa di speciale, magari che abbia a che fare con lui, ho come un groppo in gola, perché sono cose che avrei voluto vivere insieme. Nell’ultima giornata del campionato 2024/2025, ad esempio. con il Genoa ho affrontato il “suo” Bologna con la fascia da Capitano al braccio. Questi sono i momenti in cui mi manca di più…”.

Tornando a te: quando hai capito di avercela fatta?
“Mah, sinceramente non ho ancora capito se ce l’ho fatta davvero (ride, n.d.r.). Sono un tipo che non si accontenta mai, questo è il mio difetto, ma anche il mio punto di forza. Se faccio qualcosa di buono, raggiungo un traguardo, già mi fisso un altro obiettivo. Certamente il passaggio al Genoa è stato fondamentale (stagione 2002/2023, n.d.r.). Quell’anno siamo riusciti a conquistare la promozione in Serie A e ho giocato parecchio. L’anno successivo, quando è iniziato il campionato, mi sono detto: “Forse ci siamo” (sorride, n.d.r.)”.

Vogliacco e il Genoa, la squadra con cui ha segnato il suo primo gol.
Vogliacco e il Genoa, la squadra con cui ha segnato il suo primo gol.

Con il Genoa è stata un’esperienza “totalizzante”: esordio in A, primo gol in carriera (per altro all’Inter), un legame fortissimo. Qual è il momento più bello vissuto in rossoblu?
“E’ difficile scegliere, perché in realtà ogni momento vissuto al Genoa è stato speciale per me. E non lo dico per fare il ruffiano, i tifosi sanno quanto io tenga a quella maglia. Ti racconto questo aneddoto: fare un gol sotto la Gradinata Nord è sempre stato il mio sogno. Quando è successo (Genoa-Como della 12a giornata della Serie A 2024/2025 finita 1-1 proprio con gol del pari rossoblù di Vogliacco al 92’), non ho capito più niente. Io mi ero sempre ripromesso di non baciare mai alcuna maglia, perché – pur non avendoci mai giocato – sono molto legato a Bari e al Bari calcio, ma in quel momento mi è venuto naturale, spontaneo. Questo dimostra quanto fossi veramente legato al Genoa. Un giorno spero di poter giocare nel Bari e baciare anche quella maglia, ma di sicuro saranno le uniche due”.

Il primo gol in A, però, lo hai segnato all’Inter campione d’Italia, addirittura alla prima giornata di quel campionato (partita finita 2-2): ricordi di quel momento?
“Pochi e tanto confusi (ride, n.d.r.). Quello è stato il mio primo gol tra i professionisti, a 26 anni: quasi avevo perso le speranze. I miei amici mi prendevano in giro, mi dicevano che sarei stato l’unico giocatore della storia a finire la carriera senza nemmeno un gol. Comunque, quando ho segnato, mi hanno preso in giro anche i miei compagni per l’esultanza. Mi han detto: “Ma tutto sto casino per un gol?” (ride, n.d.r.)”.

Dopo Genova, sei mesi a Parma, per altro con Bonny e Chivu: che impressione ti hanno fatto?
“Una bellissima impressione. Bonny è un ragazzo splendido, molto umile e posato. E, poi, ha tanta qualità: ha la classe di un trequartista in un corpo da attaccante. E non ha ancora mostrato tutto…”.

Ti aspettavi, invece, che Chivu facesse il grande salto così velocemente?
“Ho subito avuto la sensazione che avesse qualcosa di speciale, ero convinto che prima o poi sarebbe andato ad allenare una grande, ma forse non così in fretta. Devo dire, però, che mi aveva fatto subito una bellissima impressione, fin dal primo momento, soprattutto dal punto di vista umano. Lui era già stato scelto dal Parma ma ancora non ci eravamo conosciuti: in quei giorni è morto mio nonno. Lui mi ha chiamato per farmi sentire la sua vicinanza e farmi le condoglianze. Sono piccoli gesti, ma ti danno l’idea dello spessore della persona. E per me questo è fondamentale”.

Vogliacco con la maglia del Parma nell’ultima esperienza in Serie A.
Vogliacco con la maglia del Parma nell’ultima esperienza in Serie A.

La Grecia dopo Parma: com’è nata l’opportunità ed è stato difficile cambiare vita?
“Il PAOK mi ha voluto fortemente e fin da agosto. Io ho tentennato un po’ perché c’era un discorso aperto per continuare a Parma. Poi, però, quando le cose non si sono concretizzate, ho deciso di accettare. Nella mia testa c’è sempre stata l’idea di fare un’esperienza di vita e, quando è arrivata quest’offerta, ho pensato fosse un segno del destino e che fosse il momento giusto per farla. E devo dire che qui stiamo benissimo: mi sono trasferito con la famiglia, all’inizio non è stato semplice, soprattutto per le bambine, che avevano difficoltà con la lingua. Piano piano, però, si sono integrate anche loro e adesso ci siamo ambientati completamente. Qui si vive un po’ come da noi al Sud e, poi, i tifosi sono fantastici…”.

E infatti, l’intervista si ferma: “Scusa Sergio, aspetta un secondo, arrivo subito”. Si sente in sottofondo: “My friend, ciao” e poi parole incomprensibili in greco. “Eccomi, scusami. Qui ci sono sempre i tifosi fuori dal centro sportivo. C’è un nonnino tifosissimo che ci aspetta sempre per salutarci”.

Eravamo rimasti proprio al tifo appassionato: come quello di Marassi?
“Non si possono fare classifiche, ma ti posso assicurare che il legame con la squadra è viscerale. Quasi religioso. Quando giochiamo in casa lo stadio è sempre pieno e in campo fai fatica a sentire i compagni. Mi è capitato di vedere alcuni derby di Atene e il clima era veramente, ma veramente caldo. Questo è un altro punto a favore di questa esperienza”.

Ce ne sono altri?
“Per ora devo dire tutti: il livello è alto, molto più alto di quanto non mi aspettassi, stiamo lottando per la vittoria del campionato e stiamo facendo bene anche in Europa League. Giocare le coppe era un altro sogno che avevo fin da bambino. Ora posso dire di aver realizzato anche questo. L’esordio in Europa è stata una bella emozione, così come il gol al Ludogorets (11 dicembre scorso nella sesta giornata della fase campionato, n.d.r.). Almeno adesso i miei amici la smetteranno di dire che non segno mai (ride, n.d.r.)”.

C’è però un aspetto negativo: ci hanno detto che bacchetti i tuoi compagni sulla cucina italiana…
“Eh, vabbé, ma qua spezzano gli spaghetti… Dai, non si può vedere. E, poi, allungano il caffè con il ghiaccio. Non si fa… (ride, n.d.r.)”.

Eppure c’è stato un momento in cui a gennaio hai “rischiato” di tornare…
“Sì, è vero, c’è stata una chiacchierata con il Genoa e io al Genoa non dirò mai di no. Le cose, però, non si sono incastrate. Dunque, non se n’è fatto nulla. Ad ogni modo, qui stiamo benissimo e oggi mi sento appagato dal punto di vista personale e professionale. Avevo bisogno di sentirmi di nuovo protagonista”.

Se, poi, l’anno prossimo arrivasse anche la musichetta della Champions…
“Eh, allora mi toccherà rimanere qua almeno un’altra stagione (sorride, n.d.r.)”.

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