Vlad Marin: “Kings League durissima, mi ha cambiato la vita. Tevez alla Juve mi disse: che fai, mi segui?”

C’è un momento in cui il calcio smette di essere una promessa e diventa una domanda aperta. Vlad Marin quella domanda se la porta dietro da anni: dal Manchester City alla Juventus, dalla Roma alla Serie C, tra infortuni, attese e sliding doors mai davvero attraversate. Oggi, però, qualcosa è cambiato. La Kings League gli ha restituito competitività e senso di appartenenza, e la Kings League World Nations Cup è ormai alle porte (si parte oggi con la Francia alle 18, poi il 5 c'è la Polonia e il 10 l'Algeria per chiudere il girone). Non è un ritorno al passato né una fuga dal calcio tradizionale, ma una nuova forma di presente. Vlad Marin riparte da qui e a Fanpage.it racconta senza filtri e senza nostalgia cosa significa tornare a sentirsi calciatore quando il contesto è diverso, ma la posta emotiva è la stessa.
Come stai e come arrivi a questo Mondiale?
"Sto bene. Vengo da settimane di allenamenti intensi e dopo il ritiro post-Natale siamo pronti. È servito soprattutto a conoscerci meglio e a creare un’identità di squadra".
L’anno scorso eri capitano e il Mondiale non è andato come sperato. Cosa non ha funzionato?
"La mancanza di struttura. La lega non era ancora partita ufficialmente in Italia e il gruppo è stato assemblato in fretta, senza esperienza condivisa".
Quanto pesa l’esperienza specifica nella Kings League?
"Moltissimo. Non credo che basti aver giocato ad alti livelli nel calcio a undici. È un gioco diverso, con dinamiche completamente nuove".
Come giudichi la rosa di quest’anno?
"È molto competitiva. Ci sono ragazzi forti e con esperienza. Abbiamo lavorato sull’aspetto umano e a pensare solo al risultato collettivo".
Non sei solo un creator e un giocatore della Kings League. A 18 anni eri considerato un talento di alto profilo. Ti sei affacciato al grande calcio con la Lazio: come ci sei arrivato? Che ricordo hai di quel periodo?
"Attraverso un provino con circa sessanta ragazzi. Venivo da una piccola società e ho fatto tutta la trafila del settore giovanile. Il ricordo è molto positivo. Ero giovane, avevo 17 anni. Nella Lazio di Reja umanamente mi sono trovato bene".
Poi il passaggio al Manchester City: che esperienza è stata?
"Importantissima. Mi allenavo con giocatori come Aguero, Tevez, Balotelli…. anche se non potevo giocare, mi ha formato tantissimo".
Cosa ti ha impedito di esplodere lì?
"La burocrazia. Non avevo ancora la cittadinanza italiana e non potevo essere tesserato come professionista. Ho aspettato a lungo, poi sono andato via".

Dopo il City arriva la Juventus: cosa rappresenta per te quel momento?
"Un grande orgoglio. Firmare cinque anni con la Juve a quell’età è qualcosa che non dimentichi. Nell'agosto 2013 mi alleno anche con la prima squadra, faccio il ritiro, e ritrovo Tevez. Ricordo che mi fece una battuta ‘Che fai, mi segui'. Si era ricordato di me e questa cosa mi è rimasta impressa".
Perché non è andata come speravi?
"Volevo giocare. Dopo un buon inizio in Primavera ho trovato poco spazio e ho chiesto la cessione".
Alla Roma, invece, ti sei avvicinato alla Serie A…
"Sì, mi allenavo spesso con la prima squadra, ho fatto panchine in Serie A e una tournée estiva. Ma non ho mai esordito".
Quanto pesa, mentalmente, non aver mai fatto il debutto in A?
"Pesa, inutile negarlo. Sono quelle sliding doors che ti rimangono dentro".

Dopo la Roma inizia una lunga serie di prestiti. Quanto è stato difficile?
"Molto. Arrivare in Serie C senza preparazione, infortuni pesanti, ambienti complicati: è lì che capisci quanto il calcio possa essere duro. L’infortunio al Messina è stato un punto di svolta perché mi ha tolto continuità proprio alla prima esperienza tra i professionisti mentre a Rimini abbiamo vissuto una stagione particolare con una società fallita e senza stipendi, ma nessuno ha mollato. È stata una grande lezione umana".
Poi il Belgio e il grave infortunio al ginocchio…
"Il momento più difficile. Crociato, intervento sbagliato, revisione, un anno e mezzo fermo. Da lì la mi carriera è cambiata perché si è aperta un'opportunità a Cuneo e lì ho ritrovato fiducia, cambiando ruolo e trovando un ambiente sano che mi ha aiutato. È stato fondamentale per rimettermi in piedi".
Tornando alla Kings League, cosa ti ha ridato che il calcio a 11 ti aveva tolto?
"Passione, competitività, voglia di migliorarmi. È stata una rinascita, mi ha cambiato la vita dopo un periodo non semplice".
Che direzione vedi per la Kings League?
"Sempre più competitiva. Meno improvvisazione, più struttura. Ormai è una vera competizione".
Che Mondiale ti aspetti?
"Durissimo. Non esistono più avversari facili, lo abbiamo visto col Giappone lo scorso anno: non eravamo a conoscenza della loro preparazione, visto che fanno un torneo a 6 molto simile alla Kings, e rimanemmo spiazzati. Tutte le squadre arrivano preparate. Bisogna essere molto attenti e pronti ad ogni situazione".