video suggerito
video suggerito
Opinioni
Mondiali di calcio 2026

Sinner, Antonelli e Bezzecchi potevano esserci in Bosnia-Italia, ma non li abbiamo fatti giocare

Sinner, Antonelli e Bezzecchi sono solo gli ultimi esempi di come lo sport italiano sia in cima al mondo. Il talento c’è, ma nel calcio lo abbiamo perso di vista.
A cura di Jvan Sica
0 CONDIVISIONI
Immagine
Attiva le notifiche per ricevere gli aggiornamenti su

Jannik Sinner, Marco Bezzecchi, Kimi Antonelli. Sono solo gli ultimi tre giovani atleti italiani capaci di vincere gare internazionali e di reimporre la forza sportiva dell’Italia ai livelli più alti possibili. È da un po’ di anni in effetti che lo sport italiano si segnala per una grandezza che poche altre volte era stata notata a livello globale e che comunque si era sempre accentrata su pochi, popolari e standardizzati sport “nazionali”. Abbiamo avuto cicli di grandi sciatrici e sciatori più o meno a getto continuo, almeno a partire dalla Valanga Azzurra in poi. Siamo stati sempre di buon se non ottimo livello nell’atletica leggera, soprattutto nei concorsi e nelle gare di distanza, con la ciliegina della marcia. Abbiamo avuto sempre un movimento pugilistico di grande livello, soprattutto negli anni ‘80 quando eravamo secondi solo agli americani e nel corso degli anni abbiamo avuto dei momenti, magari brevi ma scintillanti nel tennis, nuoto, sport di squadra, sport di combattimento.

Oggi la situazione non ci sorride, ma addirittura ci coccola: abbiamo una squadra tennistica (quando parlo di gruppo e squadra intendo sempre ambosessi, altrimenti distinguerei) mai avuta in precedenza, con Sinner che era un miraggio fino a tre anni fa. Abbiamo il movimento pallavolistico migliore al mondo con la Superlega che si fa ammirare ogni weekend, la nazionale femminile campione olimpica e mondiale in carica, la maschile “solo” mondiale.

La nazionale di atletica è sorta da vere e proprie ceneri il 1° agosto 2021, quando Jacobs e Tamberi vincono due ori olimpici in venti minuti e questo ha distorto lo spazio-tempo del nostro movimento. La squadra di ginnastica artistica femminile è la migliore di sempre con ori mondiali e olimpici al suo interno, la squadra di basket femminile è bronzo europeo e qualificata di gran carriera ai Mondiali, quella maschile ha per adesso solo fatto intravedere dei giovanissimi molto promettenti (in questo caso poi bisogna capire chi potrà fare una carriera NBA), la squadra di nuoto è la migliore di sempre, siamo addirittura ai massimi storici per quel che riguarda la pallamano, il judo, il badminton e il cricket, che sarà olimpico nel 2028.

Jannik Sinner con il trofeo del torneo di Miami.
Jannik Sinner con il trofeo del torneo di Miami.

Insomma lo sport italiano gode di una salute mai vista prima, ottanta medaglie ai Giochi estivi in due edizioni e trenta a Milano-Cortina non sono bazzecole, si percepisce una profondità incredibile se pensiamo al fatto che abbiamo carenze strutturali soprattutto in relazione ad alcune discipline specifiche, ma dall’altro lato una capacità tecnica nel restare al passo coi tempi o addirittura anticiparli che ci rende appunto grandi. Pindaro quando scriveva i suoi meravigliosi epinici per i vincitori alle Olimpiadi greche non inseriva mai un “ma”, ma (ecco qui), noi dobbiamo inserirlo e si dovrebbe anche scurirlo in bold perché è un “ma” gigantesco.

Dove sono finiti il calcio e il ciclismo maschile? Ci sarebbe da fare poi un discorso anche sulla Ferrari, altro totem nazionale ma ci porterebbe fuori rotta perché lì contano altre cose. Se sulle due ruote siamo davvero ai minimi dei minimi storici, con la squadra su pista che ci rende giustizia mentre su strada tra gli uomini c’è praticamente il nulla o quasi, nella giornata di Bosnia-Italia che mette a repentaglio per la terza volta consecutiva la nostra partecipazione ai Mondiali di calcio bisogna accendere un faro sproporzionato sul calcio maschile italiano (quello femminile sta crescendo molto e già le nostre atlete sono arrivate a un passo dalla finale degli Europei la scorsa estate).

Rielencare i motivi strategici, tattici e letteralmente logistico-concreti del motivo per cui il calcio italiano sta scendendo le scale da un quindicennio è pedante e pesante, ma i tre motivi accennati  bisogna rimarcarli anche perché magari è proprio lì il vulnus. Prima di tutto manca la tecnica, o meglio, manca il coraggio tecnico. Si parla in questi giorni di penuria di piedi buoni, la FIGC ha appena varato un progetto di sviluppo calciatori che si basa essenzialmente sulla tecnica individuale, ogni volta che va la palla in fascia ci lamentiamo disperatamente di non avere nessun calciatore che salta l’uomo. Se diamo però uno sguardo alle nazionali giovanili in questi anni ci accorgiamo che i Liberali, Mosconi, Corigliano, Inacio, Dagasso gli uomini li saltano eccome, ma quando uno di questi si presenta davanti a un allenatore di serie A, è molto probabile che costui chiami il direttore sportivo, adirato, chiedendo subito un attaccante di 1,85 per 85 kg. Tutto questo avviene mentre il PSG vince la Champions League con Vitinha, Joao Neves, Lee Kang-in, Doué, la leggerezza al potere.

Rino Gattuso, CT dell’Italia.
Rino Gattuso, CT dell’Italia.

Secondo elemento gli allenatori che abbiamo indicato come i co-autori della messe di vittorie e medaglie nello sport azzurro. Se prendiamo le tre grandi del Nord e ci aggiungiamo il Napoli e la Nazionale, notiamo che sulla panchina siedono allenatori-gestori che variano magari perché uno è più propenso alla fisicità e l’altro alla gestione del pallone, uno è più focalizzato sulla garra e l’altro sulla tattica pura, ma nessuno è stato ed è un innovatore. Gli anni ‘90 del calcio italiano che sono arrivati fino a metà del decennio successivo, quando abbiamo finalmente riscosso dal destino quello che ci doveva da anni, si sono avuti perché c’erano presidenti che investivano ma anche perché c’è stato Arrigo Sacchi, il quale ha preso una frontiera e l’ha portata molto più in là. Se nessuno degli allenatori italiani in questo momento nel circuito riesce nemmeno ad avvicinarsi alla frontiera, iniziamo a pensare fuori dagli schemi, immaginiamo un calcio veramente contemporaneo, anche a discapito in parte dei risultati, anche perché abbiamo visto che in questa fase possiamo solamente retrocedere.

Infine i tre nomi con cui è iniziato questo articolo: Jannik Sinner, 24 anni, in giro sul serio dal 2019, Marco Bezzecchi, 27 anni, nel circuito mondiale dal 2015, Kimi Antonelli, 19 anni, che guidava in Formula 1 prima di prendere la patente. I giovani, i giovani, i giovani. I giovani ci sono anche nel calcio, ai nomi di cui sopra possiamo aggiungerne tanti altri ma manca ottusamente la capacità di farli crescere nel calcio. Non li facciamo giocare, non facciamo fare loro un percorso adatto nel nuovo millennio (ancora in serie C a “farsi le ossa” sappiamo farli andare), non li facciamo esprimere (se Dagasso fa gli stessi colpi di tacco che fa in under 21 un allenatore medio di serie A lo panchina dopo venti minuti), non li facciamo divertire, non li facciamo giocare come si gioca oggi, non li facciamo crescere.

Se questo Mondiale s’ha da fare, la speranza è anche di sinnerizzare il nostro calcio: in pista subito, grande fiducia nei giovani, processo per la costruzione dell’atleta sotto tutti i punti di vista, gestione tecnica e tattica all’avanguardia del talento calcistico. Se gli altri sport stanno superando il calcio è un bene, perché magari il calcio stesso si metterà in scia per correre più veloce.

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views