Perché il Senegal non è stato punito dopo aver abbandonato il campo per 17 minuti contro il Marocco

La finale della Coppa d'Africa è stata la partita più discussa di tutto il torneo e la vittoria del Senegal ha sollevato la polemica dopo il caos accaduto durante i supplementari: quasi tutta la squadra ha abbandonato il campo per protesta dopo un rigore concesso al Marocco, il secondo episodio arbitrale controverso in pochi minuti che ha fatto seguito al gol annullato a Moussa Niakhaté. Il CT senegalese Pape Thiaw ha esortato la sua squadra a tornare negli spogliatoi in segno di contestazione, con il solo Sadio Mané che è rimasto in campo per cercare di mediare. La partita è stata sospesa per 17 minuti ma alla fine il Senegal è rientrato sul terreno di gioco e si è portato a casa la coppa, senza essere sanzionato per abbandono della finale.
È questo il punto controverso della storia perché i marocchini gridano allo scandalo per la mancata sconfitta a tavolino inflitta ai rivali che hanno scelto deliberatamente di non giocare. In realtà l'arbitro ha interpretato il gesto del Senegal come interruzione momentanea e non come rifiuto definitivo di giocare, applicando il regolamento della competizione che parla chiaro anche per casi del genere.
Cosa dice il regolamento sulla protesta del Senegal
Quasi tutti i giocatori hanno lasciato il campo durante i tempi supplementari, esortati dal commissario tecnico che ha guidato la protesta per le decisioni arbitrali. Inizialmente solo Mané è rimasto in campo per cercare di risolvere la situazione che si è protratta per 17 minuti, un'interruzione lunghissima che per molti doveva portare alla sconfitta a tavolino. La sanzione non è arrivata perché secondo il Codice Disciplinare CAF la punizione per abbandono del campo scatta soltanto in caso di rifiuto definitivo di riprendere la gara: è tutto scritto nell'articolo 148 che norma questo tipo di situazioni e non è stato attivato dall'arbitro Jean-Jacques Ndala Ngambo perché non ha accertato il rifiuto di giocare.
L'assenza prolungata dal terreno di gioco non rappresenta una discriminante in questo caso perché nel regolamento non esiste un articolo che stabilisce il tempo massimo della protesta o che imponga una sanzione automatica. Lasciare il campo per 3 minuti o per 17 (come in questo caso) è praticamente uguale perché conta soltanto la volontà di continuare la partita: non esiste in questo caso una soglia temporale espressamente prevista dal regolamento, a differenza dei codici di altre competizioni che sono molto più specifici, che ha creato qualche polemica. Anche il capitolo 27 del Regolamento ufficiale della Coppa d'Africa avvalora questa tesi perché sottolinea che una squadra viene considerata perdente solo se si rifiuta di giocare in modo permanente, una fattispecie che non si è verificata in Senegal-Marocco dove la protesta è stata solo temporanea, seppur molto lunga.

Perché non è stata data la sconfitta a tavolino
Dunque il regolamento è chiaro per casistiche del genere e l'arbitro non può sanzionare una squadra per ritardo eccessivo nella protesta, dato che non esiste un tempo massimo. Il suo referto è vincolante e in questo caso nessun rappresentante del Senegal ha espresso la chiara volontà di interrompere la partita: soltanto in quel caso sarebbe scattata la sanzione, con possibile sconfitta a tavolino, ma il rifiuto di continuare la partita non è stato accertato. Un ruolo chiave è quello giocato da Mané, unico giocatore del Senegal rimasto in campo per convincere tutti gli altri a rientrare.
Il numero dei giocatori che rientrano negli spogliatoi per protesta non influisce, ma il capitano ha solo avvalorato la tesi dell'arbitro che ha letto il ritiro come contestazione e non come volontà definitiva di abbandonare la partita: l'ex Liverpool ha cercato di sedare la protesta e alla fine ha convinto tutta la sua nazionale a rientrare in campo per giocare gli ultimi minuti della finale, evitando il ritiro definitivo e la sconfitta a tavolino che veniva chiesta a gran voce dal Marocco.