Paolorossi. Scritto proprio così senza stacco tra nome e cognome perché Paolo Rossi detto Paolorossi, con un solo colpo d’aria, ha voluto dire Italia, vittoria e felicità per tanti anni dopo il 1982. Dal Giappone agli USA, dove si conoscevano solo tre keywords legate al calcio e una di questa era lui, dall’URSS al Sud Africa, Paolorossi divenne il marchio dell’Italia che piace, come tanto si diceva in quegli anni in cui potevamo guardare il mondo con la testa ben alzata.

Prima di Paolorossi c’era stato Pablito, un soprannome da ragazzino, perché tale era quando Bearzot lo mette al centro dell’attacco sui campi d’Argentina nel 1978 e lui non ha paura. Gioca contro i migliori difensori al mondo come gioca con il Vicenza, sapendo fare bene una cosa, quella cosa, la cosa, l’unica cosa.

Sia nei suoi anni, ma in special modo oggi parliamo dei calciatori dicendo una sacco di cose, sottolineando di loro una marea di caratteristiche di gioco per arrivare fino a quelle che gli psicologi chiamano abilità sociali e relazionali. Li indaghiamo da tutti i punti di vista, indicando come quel centrale è bravo nella marcatura preventiva, il laterale è perfetto nelle sovrapposizioni coi tempi giusti, la punta esterna ha gambe da centometrista e può superare tutti in uno contro uno. Ma il gol?

Paolo Rossi lo vedevi e non ti veniva in mente niente. Poco fisico, soprattutto per un numero 9 nell’era di Boninsegna, Bettega, Graziani e Pruzzo. Poca atleticità, mentre si iniziava a crescere muscolarmente, poca partecipazione alla manovra. Ma il gol? È la seconda volta che faccio questa domanda perché sgorga da sola. Il calcio è tante cose, ma a fine partita vai a vedere i due numeri vicino alle squadre e i bambini, puoi passare tutto il tempo a fargli vedere il centrocampista che si inserisce, lui si invaghisce subito di chi mette la palla in porta. E Paolo Rossi è stato uno dei migliori nella storia a rendere realtà questo piccolo desiderio di tutti quelli che giocano a calcio: fare gol.

I suoi gol sono quasi tutti fatti grazie a un colpo solo, di piede o di testa. Un colpo secco, decisivo, definitivo e letale. Uno dei calciatori più minimalisti del gioco. Il primo e il terzo al Brasile nel 1982 sono proprio così: un colpo di testa ad appoggiare e una girata di destro per rubare il tempo a difensore e portiere. Il secondo no, il secondo dice anche altro: rapidità, intuizione e letalità si legano alla classe nel saper saltare con un tocco leggerissimo il difensore. Perché Paolo Rossi si è nascosto fin troppo nel saper fare solo la cosa più importante fra tutte, segnare i gol, lui era eccezionale anche in tanto altro.

Se con la morte di Maradona tutti hanno scritto che la palla ha pianto, oggi piange la linea di porta, quella sottile frontiera fra il piacere e l’attesa, quella parete invisibile fra un bisogno e un sogno, quel limite fra la voglia e la sensazione di onnipotenza. Per il mondo oggi muore il nostro campione, l’uomo che ci ha accompagnato per il pianeta in cui potevamo dire di nuovo Italia, muore Paolorossi, Pablito, l’uomo che ci ha dato un Mondiale.