Nicolas Frey: “Con la Juve mi si aprì la testa, non ricordo niente. Insegno padel, il calcio non mi piace più”
Nicolas Frey il calcio lo conosce bene, ma oggi lo guarda con occhi diversi. Dopo una carriera trascorsa tra Legnano, Modena, Chievo Verona e Venezia, l’ex difensore ha scelto una nuova strada, tra padel e palestra. Il pallone, però, continua a far parte della sua vita e il giudizio sul calcio attuale è tutt’altro che tenero. “Non è un calcio che mi piace”, ammette, puntando il dito soprattutto contro la poca pazienza e il poco spazio concesso ai giovani. Frey ripercorre a Fanpage.it gli anni più importanti della sua carriera, dagli inizi quasi casuali in Italia al lungo legame con il Chievo. Una storia inevitabilmente intrecciata a quella del fratello Sebastian, arrivato prima di lui ai massimi livelli. Nicolas, però, non ha mai voluto vivere all’ombra del fratello: “Il suo percorso è il suo e io ho fatto il mio”. E proprio da questa doppia prospettiva nasce il racconto di una carriera fatta di scelte, incidenti, spogliatoi e momenti impossibili da dimenticare.
Cosa fa oggi Nicolas Frey?
"Sto bene. Oggi gioco a padel e vado in palestra. Sono istruttore di padel e sono in attesa di aprire il mio centro, quindi tra un po' inizierò anche questa nuova avventura".
Ormai il padel è diventato quasi una seconda vita per tanti ex calciatori…
"Sì, è abbastanza diffuso. Diciamo che tanti ex calciatori si sono buttati sul padel".
Segue ancora il calcio? Hai iniziato a vedere il campionato?
"Sì, il calcio lo seguo. Però devo essere sincero: è un calcio che non mi piace".
Perché?
"C'è poca pazienza da parte delle dirigenze. Devono vincere subito, altrimenti magari dopo due partite ti mandano via. E poi bisogna dirlo: a parte quest'anno, negli ultimi anni c'è stato poco investimento. Lo abbiamo visto anche nei risultati: in Italia ormai a livello europeo non si vince più".
Secondo lei il problema è anche la poca pazienza nei confronti dei giovani?
"Sì. Bisognerebbe lavorare sui ragazzi affinché diventino campioni. I campioni ci sono sempre stati. Io mi ricordo quando giocavi contro Ronaldinho, Nesta, Maldini, Del Piero, Totti… però adesso il problema è che non abbiamo la fortuna di avere questi campioni innati e quindi bisognerebbe creare i giovani campioni. Ci vuole buon senso e bisogna lavorare su di loro. C'è poca pazienza. Se vediamo ancora oggi, ci sono pochissimi giovani in prima squadra, poco lavoro su un ragazzo e poca pazienza nei suoi confronti. E bisogna ricordare che un giovane ha bisogno di tempo".
Anche perché senza tempo è difficile costruire qualcosa, o sbaglio?
"Esatto. A volte devi sacrificare un periodo per ottenere qualcosa dopo. Quando vedevi, per esempio, che Maldini doveva essere una figura importante per il calcio italiano, secondo me era molto valido come personaggio. Però quello che presentava è stato scartato politicamente. Per me è inammissibile. A quel punto non è più il calcio che conta".
Nella sua famiglia, invece, il calcio ha sempre contato tantissimo. Nicolas, suo nonno André, suo padre Raymond e suo fratello Sébastien hanno tutti giocato a calcio. Quanto ha pesato questa tradizione di famiglia sulla sua scelta di diventare calciatore?
"Sì, è stata una cosa naturale. Sono andato in Francia da Sebastian poco tempo fa e c'erano ancora delle foto: appena mettevo piede per terra avevo già un pallone intorno. È nato proprio tutto in maniera naturale. Il mio primo allenatore è stato mio padre, come è stato il primo allenatore anche di Sebastian. Siamo partiti da una piccola città vicino a Nizza e poi abbiamo avuto la bravura, ma anche la fortuna, perché nel calcio ci vuole sempre un po' di fortuna, di entrare in un'accademia. Da lì è iniziato il percorso".
Sebastian è arrivato prima di lei in Serie A. Quanto hai sentito il peso di essere ‘il fratello di Frey'?
"Con mio fratello e anche con suo figlio Daniel, che è mio nipote e adesso è alla Virtus, abbiamo sempre detto una cosa: il cognome è un discorso familiare, ma la gente deve chiamarti per nome. Devi costruirti il tuo percorso. All'inizio è normale che ti dicano che sei il fratello di Frey. Però io ho lavorato tanto per arrivare anch'io a quel livello e, una volta arrivato, dovevo farmi valere come Nicolas. Ed è quello che è successo con il tempo. Non ho mai cercato di somigliare a Sebastian, neanche minimamente. Il suo percorso è il suo e io ho fatto il mio".
Nel 2004 arriva al Legnano, praticamente dall'altra parte delle Alpi e in un Paese che conosceva poco. Ha raccontato di essersi spostato per mesi con i mezzi pubblici e di aver vissuto una sorta di “anno di prova”. Qual è l'aneddoto più curioso di quei primi mesi italiani?
"Sì, e di quella cosa ne vado anche orgoglioso. Avevo avuto un periodo complicato in Francia, con la mia squadra e con l'allenatore. C'erano grossi problemi anche a livello relazionale. A un certo punto l'ex suocero di Sebastian mi disse: ‘Guarda, c'è un provino da fare a Legnano. Se vuoi andiamo e proviamo'. Io ho detto: ‘A questo punto andiamo'. Mi ricordo ancora che stavo mangiando una pizza e mi fa: ‘Dai, partiamo tra due ore'. La partita era alle cinque. Ho detto: ‘Va bene, andiamo'. Sono arrivato, ho fatto la partita e quella partita era il 31 agosto, quindi eravamo proprio agli sgoccioli del mercato. La sera mi hanno detto: ‘Ci interessa, lo prendiamo e gli facciamo un anno di contratto'. Dal nulla mi sono trovato in una città che non conoscevo e con una lingua che non parlavo benissimo. Però ho detto: ‘Va bene, ci proviamo'. Mi sono messo in gioco con un obiettivo preciso: l'anno dopo dovevo almeno raggiungere la Serie B".
Alla fine è andata così…
"Sì. A fine anno avevo due offerte, Torino e Modena. Ho scelto Modena perché aveva una filosofia sui giovani e lasciava un po' più spazio ai ragazzi. Poi da Modena sono arrivato al Chievo".
A Modena e poi al Chievo ha avuto Stefano Pioli come allenatore. Che rapporto avete avuto?
"Devo essere sincero: abbiamo avuto qualche problema e ce lo siamo portati avanti fino al Chievo. Dopo il Chievo, però, ci siamo chiariti. Pioli è un allenatore molto preparato. Tatticamente aveva il suo staff e aveva veramente delle ottime qualità. Lavorava tanto, anche sui calci piazzati, sulle loro varianti e sull'idea di una difesa modulabile. Ancora oggi lo considero un allenatore molto valido, di un calcio moderno".
Il Chievo Verona è stata la sua casa in Italia per tanti anni: più che un episodio specifico le chiederei qual è il suo rapporto con la piazza clivense?
"La piazza era molto facile per lavorare. Non avevamo 60mila spettatori, ovviamente, ma c'era comunque gente che ci seguiva. Era una realtà molto particolare. Quando sono arrivato sono andato a vedere Chievo e mi sono reso conto che era un quartiere di circa 2mila abitanti. Eppure riusciva a giocare in Serie A. Io nomino sempre Sartori, perché per me è uno dei più validi dirigenti che ci sono stati nel calcio italiano. Faceva dei miracoli, anche dal punto di vista finanziario. Il Chievo non era mai stata una realtà economicamente importante, però riusciva sempre a costruire squadre valide. Quando sono arrivato eravamo otto nuovi giocatori, poi l'anno dopo sono arrivati Yepes e altri giocatori di prestigio. C'era Paloschi, prima ancora Langella e Esposito. Si costruivano sempre squadre importanti. Sartori era molto preciso e puntava tanto sull'equilibrio della squadra, non solo sulla qualità. Per lui l'equilibrio era fondamentale".
E quell'equilibrio si vedeva anche nello spogliatoio?
"Sì. Eravamo molto legati. Ci trovavamo spesso a cena, a fare un aperitivo. Era veramente bello".
Frey è stato stato anche capitano del Chievo, o sbaglio?
"Sì, dopo Pellissier, ma anche un po' prima eravamo lui il primo e io il secondo. È stata una bella cosa, perché vuol dire che hanno riconosciuto non tanto la qualità, quanto la personalità del giocatore. E poi essere capitano è sempre bello. Fare il capitano a San Siro, allo stadio della Juventus, all'Olimpico o a Firenze sono momenti che ricordi".
A proposito di Juventus, nel 2015 arriva il trauma cranico dopo un contrasto con Evra contro la Juventus. Nei giorni successivi scende in campo con il caschetto protettivo, che diventa quasi un'immagine simbolo. Come ha vissuto quella situazione e quanto ci ha scherzato sopra con i compagni?
"Mi ricordo poco o niente".
Probabilmente è meglio così…
"Sì. Dopo me l'hanno raccontato e poi ho rivisto le immagini. Il post è stato un po' difficile, però devo essere sincero: mi è andata molto bene. Mi si era aperto tutto, anche la membrana del cranio, e mi si era scheggiato il cranio. Per fortuna non si è rotto, perché avrei potuto avere problemi al cervello. Alla fine mi è andata bene. Lo scontro non me lo ricordo. So che ero cosciente perché ho visto le immagini, ma non ricordo nulla. Dopo ho fatto parecchia fatica a ripristinare un po' il cervello, perché ero molto lento nelle reazioni. È stato un percorso difficile. Sono rimasto fuori circa un mese e poi è successo un altro episodio che ricordo bene: giocavamo contro la Roma e Mattiello si è spezzato la gamba. La settimana dopo ho dovuto riprendere. Gli esami erano andati bene, perché finché non hai l'idoneità non puoi tornare. Ho giocato venti minuti contro il Parma e la partita successiva, in casa contro il Catania, dopo circa un'ora Bergessio mi è entrato da dietro con il ginocchio e mi ha rotto due vertebre".
Non proprio il periodo più fortunato della sua carriera…
"No, diciamo che è stato un periodo".
Poi ha partecipato alla nascita della Clivense. Immagino sia stato doloroso vedere sparire il Chievo…
"È stato triste. A parte Modena e i quattro mesi a Venezia, io ho fatto praticamente tutta la mia carriera al Chievo, quindi il legame era forte. Sui motivi di quello che è successo preferisco non entrare. Negli ultimi anni si percepiva che c'erano dei problemi, ma non voglio parlarne. Dopo il fallimento, Sergio Pellissier aveva questa idea di ripartire. Mi aveva spiegato il progetto e io gli ho detto: ‘Guarda, ti do molto volentieri una mano'. Abbiamo iniziato anche a fare dei video sui social, a cercare giocatori a destra e a sinistra e in quindici giorni abbiamo fatto una squadra. Sono venute più di cento persone a provare. È stata una bella cosa. Per Sergio era importante cercare di riportare il Chievo. Non voleva fermarsi davanti a un fallimento e a una delusione. È stato un progetto molto ambizioso, perché non era facile per niente. Adesso vedere che è riuscito comunque a comprare il titolo Chievo è stato bello. Il Chievo è di nuovo nella piazza, con un altro gruppo, italiano ma con sede a Dubai. Speriamo che quest'anno sia quello giusto e che possa tornare nel calcio professionistico. Sarebbe una bella cosa".
Lei e Sebastian avete giocato anche contro in Serie A e il suo esordio è arrivato proprio contro di lui: che momento è stato per la sua famiglia?
"Sì, ed è forse l'aneddoto più bello della mia carriera. Ho esordito contro mio fratello. Giocavamo Chievo-Fiorentina. Io non ero titolare fino al sabato mattina, quando il terzino si fece male. Mi dissero: ‘Domani giochi tu'. Ho chiamato mio fratello e tutti gli altri per dire: ‘Domani gioco io'. Mio fratello mi aveva anche fatto un bel regalo per ricordo. È stato molto emozionante, perché lavori per arrivare a un certo livello e poi ti trovi a giocare contro tuo fratello, che considero un campione. Giochi contro un campione e pensi: ‘Cacchio, è bello'. È bello. Abbiamo perso quella partita, però".
Ma quella Fiorentina era forte…
"Sì, però abbiamo vinto qualche volta contro di loro, quindi va bene".
Se potesse tornare per cinque minuti nello spogliatoio di una delle squadre in cui ha giocato, quale sceglierebbe?
"È vero che ti direi il Chievo, perché ci ho passato tanti anni. Però devo essere sincero: anche i quattro mesi a Venezia sono stati molto belli. Era l'anno in cui il Chievo mi mise fuori rosa. A Venezia c'era Inzaghi come allenatore e mi sono trovato subito a mio agio. Mi hanno messo a mio agio immediatamente. Ho un grandissimo ricordo di quei quattro mesi, soprattutto dello spogliatoio. Però se penso al Chievo, nello spogliatoio c'era una cosa particolare. Quello che succede nello spogliatoio rimane nello spogliatoio. Quando entri hai una certa confidenza, puoi parlare di determinate cose. Puoi sfogarti di quello che ti succede a casa, in famiglia, quello che vuoi. E forse è una delle cose che manca nel calcio di oggi. Oggi c'è troppo cellulare. Giocano alla PlayStation, a destra e a sinistra. Ai miei tempi finivi e andavi a fare un aperitivo oppure a mangiare insieme agli altri giocatori. C'era più convivialità, più intimità nello spogliatoio. Facevi spesso le cene di squadra, organizzavi cose insieme. Lo spogliatoio era la tua zona di comfort. Anche in ritiro ti mettevi a giocare a carte. Io mi ricordo che nei primi anni giocavamo a poker. Erano momenti nostri".
Quindi, più ancora del calcio in sé, è rimasto il rapporto con le persone…
"Penso che il bello del calcio sia proprio lo spogliatoio. Anche nelle categorie inferiori è così. È ovvio che non puoi essere simpatico a tutti, però il rapporto che hai all'interno della squadra è una cosa tua. Se non lo vivi non lo puoi capire. È qualcosa che ti porti avanti. Ed è bello. È bello. Lo spogliatoio è una delle cose che manca di più nel calcio".