Nessuno aveva visto arrivare Gattuso, “quello di Zenica” che sta dominando la Serie A
Ci sono storie che, a raccontarle con il senno di poi, sembrano quasi scritte apposta per il calcio. E poi ci sono quelle che, anche conoscendo il finale, continuano a lasciare increduli. Quella di Rino Gattuso appartiene decisamente alla seconda categoria. Perché provate a mettere in fila le date, a ripensare alle sensazioni di quei momenti e, soprattutto, a immaginare cosa sarebbe successo di lì a qualche mese. Chi avrebbe pronosticato di ritrovarlo immediatamente in panchina, alla guida di una squadra come la Lazio, addirittura al primo posto in classifica?
Probabilmente nessuno. E non per mancanza di fiducia nelle qualità dell'allenatore calabrese, ma per una semplice questione di logica. Quella che sembrava una strada in salita, iniziata nel peggiore dei modi, si è trasformata in una cavalcata sorprendente. Un ribaltamento di prospettiva che racconta molto del carattere di Gattuso, ma anche di quanto il calcio possa cambiare rapidamente le proprie gerarchie e le proprie sentenze.

Il punto di partenza è il 31 marzo 2026. Zenica, Bosnia-Italia, la partita che avrebbe dovuto riportare gli Azzurri ai Mondiali e che invece si trasforma nell'ennesima notte da dimenticare per il calcio italiano. La sconfitta ai rigori, la terza esclusione consecutiva dalla Coppa del Mondo, le lacrime del commissario tecnico davanti alle telecamere. "Chiedo scusa perché non ce l'ho fatta", dice Gattuso, visibilmente provato. Una frase che restituisce il peso di una responsabilità vissuta fino in fondo, senza nascondersi.
Il 3 aprile arriva la separazione dalla Nazionale. Si chiude un'esperienza dolorosa, con un obiettivo mancato e inevitabilmente tante valutazioni da fare. Anche personali. Perché, al di là delle circostanze e degli episodi che hanno condizionato il percorso azzurro, quella mancata qualificazione rappresenta una ferita professionale profonda. Gattuso esce da quella storia con l'immagine di un allenatore sconfitto, almeno nell'immediato, e con un futuro tutto da riscrivere.

E invece, appena due mesi e mezzo dopo, il 23 giugno, arriva l'annuncio che cambia completamente lo scenario: Gattuso è il nuovo allenatore della Lazio. Una scelta che, già di per sé, rappresenta una sorpresa. Non tanto per il valore della piazza o per le ambizioni del club, quanto per il contesto nel quale il tecnico si trova a operare. La società è alle prese con evidenti difficoltà economiche e con un mercato condizionato dalla necessità di cedere prima di poter acquistare. Fuori dal campo, inoltre, il rapporto tra Lotito e la tifoseria è ai minimi termini, con la contestazione dei sostenitori destinata a lasciare l'Olimpico senza il consueto sostegno del pubblico. Insomma, non esattamente le condizioni ideali per ripartire dopo una delusione così grande.
Dal disastro con il Mantova alla ricostruzione della Lazio
Eppure, se l'arrivo nella Capitale poteva già essere considerato un nuovo inizio inatteso, quello che succede il 16 agosto sembra riportare tutto al punto di partenza. La Lazio viene eliminata dalla Coppa Italia, in casa, dal Mantova con un pesantissimo 0-2 che lascia inevitabilmente il segno e alimenta dubbi e preoccupazioni. In quel momento, onestamente, pensare a una stagione da protagonisti appare quasi impossibile. Anzi, la sensazione è che possa esserci davanti un campionato di sofferenza, nel quale l'obiettivo principale diventa trovare un equilibrio e tenersi lontani dai guai.
Anche perché la squadra non sembra ancora pronta, il mercato è tutt'altro che decollato e i rinforzi più importanti arriveranno soltanto successivamente (vedi Sutalo e Pinamonti). Gattuso deve lavorare con quello che ha, provando a costruire un'identità in mezzo a tante incertezze ma proprio qui, probabilmente, comincia a prendere forma la parte più interessante della sua avventura: la capacità di compattare il gruppo, coinvolgere i giocatori e trasformare le difficoltà esterne in una motivazione ulteriore.

Non è una trasformazione immediata né un percorso privo di ostacoli. Ma la Lazio comincia a trovare continuità, a riconoscersi nelle idee del proprio allenatore e soprattutto a vincere. Il lavoro quotidiano prende il sopravvento sulle difficoltà ambientali, mentre i risultati contribuiscono a creare un clima diverso almeno all'interno dello spogliatoio. Gattuso, dal canto suo, non cerca alibi e insiste su sacrificio, mentalità e spirito di gruppo.
Otto mesi dopo, una vetta che nessuno avrebbe pronosticato
Il capitolo più incredibile si scrive il primo novembre 2026. La Lazio batte 2-1 il Cagliari in rimonta, grazie alle reti di Isaksen e Pinamonti, e conquista la vetta solitaria della Serie A dopo dieci giornate. I numeri sono impressionanti: 28 punti, nove vittorie e un pareggio, nessuna sconfitta. La miglior partenza nella storia del club.
Ed è inevitabile tornare con la memoria a Zenica, a quelle lacrime, alle scuse rivolte agli italiani e a una panchina che sembrava aver lasciato soltanto amarezza. Otto mesi dopo, lo stesso allenatore si ritrova a guardare tutti dall'alto. Non è cambiato soltanto il risultato sportivo: è cambiata completamente la percezione del suo percorso.

Naturalmente, non bisogna confondere questo primato con un traguardo definitivo. Il campionato è ancora lunghissimo e le difficoltà della Lazio non sono magicamente scomparse ma proprio per questo il dato assume un significato ancora maggiore: si possono riconoscere errori di valutazione, anche personali, e ammettere che nessuno aveva realmente immaginato uno sviluppo simile. Dopo la mancata qualificazione mondiale, Gattuso aveva bisogno di ritrovare se stesso e la propria dimensione: alla Lazio ha trovato un ambiente complicato, una società in difficoltà e una squadra da ricostruire. Ne è uscita, almeno finora, una delle sorprese più clamorose della stagione.
Chi si sarebbe aspettato di vederlo nuovamente in panchina così presto? E soprattutto, chi avrebbe immaginato di ritrovarlo primo in classifica dopo appena dieci giornate? A volte il calcio ribalta ogni pronostico e la storia di Gattuso ne è un esempio lampante ma se la Lazio dovesse continuare così, ci saranno ancora tante pagine da scrivere.