Come fa la Lazio a essere la squadra più forte in Italia, oggi, in quelle condizioni
La domanda è sbagliata soltanto in apparenza. Come fa la Lazio a essere la squadra più forte in Italia, oggi, in quelle condizioni? La risposta più semplice sarebbe che non lo è, almeno non ancora. Che nove giornate sono poche, che il campionato è lungo, che l'Inter deve recuperare una partita e che il calendario, fino a questo momento, non ha messo davanti a Gennaro Gattuso un percorso particolarmente accidentato. Tutto vero. Eppure c'è un momento in cui la prudenza smette di essere una virtù e diventa un modo elegante per non guardare la realtà. Quel momento, forse, è arrivato.
La Lazio ha vinto otto partite su nove, ha pareggiato soltanto con il Milan e si è presa la vetta con 25 punti su 27 disponibili. Ha segnato 22 gol e ne ha subiti sette, ha battuto la Juventus 3-0 a Torino e ha appena rifilato sei reti al Sassuolo (sbagliando persino due rigori). Non è una fiammata, non è una domenica fortunata, non è il risultato di una singola intuizione. È una squadra che da due mesi raccoglie punti con una regolarità impressionante e che, almeno per ora, sembra avere trovato un modo di stare in campo più efficace di quello delle avversarie.
Il paradosso è che nessuno, o quasi, aveva previsto tutto questo. E non perché la Lazio fosse una squadra destinata a retrocedere, ma perché intorno a lei si era costruito un clima nel quale persino immaginare una stagione tranquilla sembrava un esercizio di ottimismo.
La squadra che nessuno si aspettava
Per capire il primato bisogna tornare alla scorsa estate, quando la Lazio non aveva l'aspetto di una squadra pronta a prendersi il campionato. Il mercato era stato povero, condizionato dai vincoli economici e dalla necessità di fare i conti con risorse limitate: non c'era stata quella rivoluzione tecnica che accompagna spesso le ambizioni di una grande squadra, né erano arrivati nomi capaci di accendere immediatamente l'entusiasmo della piazza. Al contrario, l'impressione era che si dovesse fare di necessità virtù, cercando di ricavare qualcosa in più da una rosa che non sembrava attrezzata per competere stabilmente con le prime.

Poi c'era lo stadio. O, meglio, c'era la sua assenza. La contestazione nei confronti di Claudio Lotito, ormai diventata una componente strutturale della vita laziale, aveva prodotto un clima di distanza tra squadra e tifoseria. A fine luglio gli abbonamenti erano appena duemila: un numero che raccontava una frattura profonda, molto più di una semplice diffidenza nei confronti del mercato. L'Olimpico vuoto non è soltanto un problema di atmosfera, ma il simbolo di un ambiente che faticava a riconoscersi nella propria società ma che non ha mai fatto mancare il suo supporto alla squadra.
Infine, c'è Gattuso. Un allenatore che non arrivava accompagnato dall'entusiasmo unanime della piazza, anche per il peso della recente esperienza in Nazionale e della mancata qualificazione mondiale. Il suo nome evocava carattere, applicazione, una certa idea di calcio, ma non rappresentava una garanzia agli occhi di tutti. Sembrava quasi che la Lazio avesse scelto un allenatore da ricostruzione mentre intorno si chiedeva una squadra da rilancio. E invece, mentre fuori si discuteva di quello che mancava, dentro il centro sportivo di Formello qualcuno ha cominciato a lavorare su quello che c'era.

Il ‘metodo Gattuso', prima ancora del gioco
Il merito più evidente di Gattuso è avere restituito alla Lazio un'identità riconoscibile e una serie di regole che hanno avuto il loro impatto nello spogliatoio. Non necessariamente un sistema di gioco rivoluzionario, né un calcio sempre dominante sul piano del possesso. Piuttosto, un insieme di comportamenti che si ripetono: aggressività quando serve, attenzione nelle coperture, disponibilità al sacrificio, capacità di ripartire e una convinzione collettiva che trasforma anche le situazioni complicate in occasioni per fare male agli avversari.
Gattuso è un allenatore che vive il calcio senza riserve. Non separa il lavoro dal resto della propria esistenza, non ama le zone grigie e pretende dai giocatori un livello di applicazione che corrisponda al suo. La sua ricetta non è misteriosa: allenarsi bene, correre, restare dentro la partita, accettare che nessuno possa sentirsi esentato dai compiti difensivi. È un'idea che può apparire elementare, ma che nel calcio professionistico diventa efficace soltanto quando un gruppo decide di crederci davvero.

La Lazio sembra averlo fatto. Non ha un fuoriclasse capace di risolvere ogni partita da solo, non dispone di una gerarchia offensiva assoluta e non dipende da un unico uomo per produrre gol. Mattia Zaccagni, da capitano, è uno dei riferimenti più importanti, ma la forza del gruppo sta proprio nell'assenza di un protagonista indispensabile. Davide Frattesi corre e segna, Kenneth Taylor è un moto perpetuo, Gustav Isaksen accelera, Tijjani Noslin trova spazi e soluzioni, Nuno Tavares porta strappi e profondità. Gli altri partecipano, accompagnano, coprono.
È una squadra nella quale il compagno non è un'alternativa, ma una risorsa. E quando succede, soprattutto in un campionato lungo, il rendimento può diventare più stabile di quanto suggerisca il talento individuale.
La partita di Sassuolo è stata la rappresentazione più rumorosa di questo meccanismo. Sei gol, due rigori falliti, una superiorità che ha preso forma fin dai primi minuti. L'espulsione di un avversario ha certamente agevolato il compito, e sarebbe scorretto ignorarlo, ma la Lazio aveva già trovato tre reti nel primo quarto d'ora, mostrando una capacità di attaccare gli spazi e colpire che non nasce da un episodio arbitrale. Il Sassuolo ha avuto il tempo di rientrare parzialmente in partita, ma non quello di cambiare davvero l'inerzia della serata.
Il calendario e la differenza tra essere primi ed essere i più forti
Naturalmente, il campionato non si giudica soltanto contando le vittorie. La Lazio ha affrontato il Milan, pareggiando 2-2 dopo essere stata avanti di due gol, e ha battuto la Juventus con un netto 3-0. Sono due indicazioni importanti, soprattutto la seconda, ma anche un promemoria: nelle prime nove giornate i biancocelesti hanno incrociato soltanto queste due squadre tra quelle che abitualmente vengono considerate grandi del campionato.
Il resto del percorso ha compreso Bologna, Genoa, Udinese, Venezia, Monza, Parma e Sassuolo. Partite da vincere, certo, ma non tutte con lo stesso peso specifico di uno scontro diretto contro Inter, Napoli, Roma o Milan. E proprio qui si nasconde la distinzione che rende interessante il primato: una cosa è riconoscere che la Lazio sia stata la migliore finora, un'altra è stabilire che possa giocarsi le sue chance per restare in vetta. La prima affermazione è sostenuta dai risultati. La seconda richiede verifiche che devono ancora arrivare.

Ma attenzione a non utilizzare il calendario come una scorciatoia per sminuire tutto il resto: le partite contro le squadre di seconda fascia sono quelle nelle quali le favorite devono dimostrare di saper fare la differenza. È facile celebrare una grande vittoria contro una rivale diretta; è molto più difficile mantenere concentrazione, intensità e fame quando l'avversario si chiude, quando la partita si sporca, quando il gol non arriva subito. La Lazio, fin qui, ha quasi sempre trovato una risposta.
Il trionfo per 3-0 in casa della Juventus, poi, non si cancella con una nota a piè di pagina. E nemmeno il 2-2 con il Milan, che resta l'unica occasione in cui i biancocelesti hanno lasciato punti per strada. Quel pareggio può essere letto come un rimpianto, perché la squadra aveva dominato il primo tempo, ma anche come un segnale della sua capacità di mettere in difficoltà una delle formazioni più attrezzate del campionato.
La vera prova arriverà quando il calendario concentrerà più scontri diretti: sarà allora che capiremo se la Lazio può restare in alto o se il suo primato è destinato a ridimensionarsi. Oggi, però, sarebbe ingeneroso chiedere a una squadra di dimostrare a ottobre ciò che soltanto il tempo può certificare a maggio.
Il rischio di credere che sia tutto merito della fortuna
C'è un altro elemento che invita a tenere i piedi per terra: la Lazio sta segnando più di quanto ci si potrebbe attendere considerando quantità e qualità delle occasioni create. È una squadra concreta, capace di trasformare in gol una percentuale elevata delle opportunità costruite. Ma il calcio conosce anche le oscillazioni, e un'efficacia così alta può diminuire nel corso della stagione.
Non significa che la Lazio sia destinata a fermarsi. Significa che dovrà trovare altri modi per continuare a vincere quando le conclusioni finiranno fuori, i portieri avversari si opporranno e gli episodi smetteranno di girare dalla sua parte. Il dato sui gol segnati, da solo, non basta a garantire una continuità di rendimento.
Eppure anche qui entra in gioco il lavoro di Gattuso. Una squadra che sa difendere, che corre insieme e che non dipende da un solo marcatore ha più possibilità di attraversare un periodo difficile senza crollare. La Lazio ha costruito una base sulla quale può appoggiarsi quando la brillantezza offensiva inevitabilmente calerà. La solidità non elimina i rischi, ma rende meno fragile il sistema.
È questo, forse, il cambiamento più importante rispetto alle aspettative estive: la Lazio non sembra una squadra che debba segnare tre gol per sentirsi al sicuro. Sembra una squadra che abbia imparato a restare dentro le partite, a soffrire quando serve e ad aspettare il momento giusto.
Lo snobismo verso una capolista inattesa
C'è una forma di snobismo nel modo in cui si osserva il primo posto della Lazio. È lo stesso meccanismo che porta a cercare continuamente l'anti-Inter, a immaginare la Roma, il Como o il Milan come candidate naturali alla sfida per il vertice, mentre si considera la squadra di Gattuso una parentesi curiosa, un incidente statistico in attesa di essere corretto.
In parte è comprensibile. Le rose hanno valori diversi, le ambizioni societarie non sono equivalenti e la storia recente pesa sulle aspettative. Ma il calcio non è obbligato a rispettare le gerarchie costruite in estate. E nove giornate sono già abbastanza per raccontare quello che una squadra è stata capace di fare, senza confonderlo con quello che potrebbe diventare.
La Lazio ha vinto otto volte, ha pareggiato una sola partita e ha segnato sei gol nell'ultima uscita. Non ha la rosa dell'Inter, la profondità di panchina come chi gareggia in Champions League o la certezza di poter competere fino alla fine ma a Formello c'è un gruppo che, dopo le difficoltà iniziali (ricordiamo che la Lazio è stata eliminata dal Mantova, squadra di Serie B, in Coppa Italia ad agosto), si muove con convinzione e un rendimento che nessuno può liquidare come irrilevante.

Resta da capire quanto durerà. Resta da verificare come reagirà ai primi passi falsi, agli infortuni, agli scontri diretti e al momento in cui gli avversari cominceranno a preparare le partite soprattutto per fermarla. E resta da capire come un ambiente con una situazione così delicata riuscirà a ritrovare almeno una parte della propria unità quando la squadra ne avrà più bisogno.
Per ora, però, la domanda iniziale merita una risposta meno scettica di quanto sembri. Come fa la Lazio a essere la squadra più forte in Italia, oggi, in quelle condizioni? Non perché abbia più talento di tutte le altre, né perché il calendario abbia già certificato la sua superiorità assoluta. Ma perché, fin qui, ha giocato meglio delle proprie condizioni di partenza, ha ottenuto più di quanto le venisse riconosciuto e ha trasformato i limiti in un motivo per compattarsi. Probabilmente non è la squadra più forte d'Italia ma è sicuramente quella che, dopo nove giornate, ha ribaltato tutti i pronostici, le gerarchie, le previsioni e le griglie di agosto (che brutta parole, ‘griglie'). Non è una differenza da poco.