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Napoli falcidiato dagli infortuni, il preparatore Albarella: “Non è casuale, ma Conte incide poco”

Età media alta e storia dei singoli calciatori, limiti di rosa e strutturali, calendario ingolfato: cosa c’è dietro l’emergenza infortuni che sta logorando il Napoli in questa stagione. Nell’intervista a Fanpage.it ne parla il preparatore atletico di fama internazionale, Eugenio Albarella.
A cura di Maurizio De Santis
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Il dibattito sulla gestione dei carichi di lavoro e sulla prevenzione degli infortuni è tornato prepotentemente al centro della scena del Napoli dopo gli ennesimi acciacchi muscolari che hanno bloccato di nuovo Rrahmani e Politano. Sono solo gli ultimi di una lunga lista che ha ridotto all'osso la rosa e costretto il tecnico a un impiego intensivo sempre degli stessi giocatori. Nell'intervista a Fanpage.it, Eugenio Albarella, preparatore atletico di fama internazionale prova a decodificare il "metodo Conte" in relazione a età media alta e storia dei singoli calciatori, limiti di rosa e strutturali, calendario ingolfato di una stagione logorante.

Il responsabile medico del Napoli, Raffaele Canonico, ha definito la sequenza di infortuni anomala e incredibile come "qualcosa di mai visto" perché "un po' di sfortuna ci ha perseguitato". È davvero così oppure c'è dell'altro oltre alla malasorte per spiegare la situazione in cui versa la squadra di Conte?

"Essendo un uomo da campo e con quasi 30 anni di esperienza e, per mia fortuna, occupandomi di metodologie di alta qualificazione, sinceramente, anche se i numeri in assoluto possono fare effetto, non mi meraviglio di questi dati. Soprattutto se poi lo confrontiamo in un ambito un po' più ampio considerando non solo quello che succede nel Napoli, ma in tutte le squadre, soprattutto di alta qualificazione. Oggi, quello che può sembrare un'emergenza casuale è quasi un problema sistemico".

Quindi, la cattiva sorte è sicuramente una componente che penalizza il Napoli?

"Diciamo che i giocatori del Napoli quest'anno, estremizzando anche il concetto, sono vittime della sfortuna perché ci sono state tante situazioni che ti hanno portato poi dopo ad avere questi numeri. Ma non è l'unico fattore determinante".

L'origine di tutti i mali va cercata altrove più che non in casa propria?

"Purtroppo, a causa dell'evoluzione del calcio moderno che si articola su calendari ingolfati, bisogna entrare nell'ordine delle idee che gli infortuni sono la logica conseguenza. Questo perché non c'è tempo per potersi preparare adeguatamente a sostenere questi ritmi, dall'altra parte, tutti quelli che sono gli indicatori che possono portare ad aumentare gli indici di rischio infortuni, sono così alti che se non si ha il tempo per poter programmare i giusti recuperi, i giusti modelli preventivi, ecco che, appunto, come dicevo prima, gli infortuni sono la logica conseguenza".

Antonio Conte è noto per l'utilizzo intensivo di un ‘undici titolare' fisso. L'esempio tangibile è l'impiego di Scott McTominay quasi onnipresente: questa gestione influisce sul rendimento dei calciatori nel lungo periodo e aumenta il rischio di farsi male?

"Il limite da parte degli staff tecnici di avere una rosa ridotta e quindi di conseguenza avere meno giocatori disponibili, rotazioni forzate, difficoltà di preparare le partite in modo adeguato contribuisce a quello che chiamo effetto domino e porta dritto agli infortuni di chi è costretto a scendere in campo senza avere la possibilità di recupero fisiologico necessario. Solamente meno di dieci anni fa un calciatore medio copriva una distanza in volume di 8-9 chilometri. Oggi non c'è un calciatore che non supera almeno i 10-12 chilometri totali, ma soprattutto sono aumentati i metraggi di alta intensità. E il calendario non ti dà l'opportunità per poterti allenare a questa intensità richiesta".

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Conte è un allenatore noto per le sue sessioni di lavoro molto estenuanti e con volumi di allenamento anche abbastanza elevati. In un calcio moderno che gioca ogni 3 giorni questo metodo è ancora sostenibile a lungo termine o presenta un conto muscolare inevitabile da scontare? 

"C'è un dato da tenere presente: la frequenza delle partite in base ai calendari. Ecco perché faccio fatica ad assecondare l'opinione pubblica generale che, anche in periodi del genere, Conte possa sovraccaricare la squadra. E quando potrebbe mai farlo se non ha proprio il tempo pratico a disposizione visto che si gioca di continuo? Se pensiamo che la settimana scorsa il Napoli ha fatto tre partite in sei giorni mi diventa veramente difficile poter immaginare grandi carichi di lavoro.

D'accordo, ma è davvero sbagliato ritenere che l'atteggiamento da ‘martello', la tensione psicologica che Conte trasmette possa influire sulla rigidità muscolare per eccesso di esercizio fisico e, di conseguenza, sulla propensione agli infortuni?

"No, ma entro certi limiti perché ognuno ha la sua concezione di calcio. Ognuno ha le sue certezze ed è giusto che lui assecondi il suo modus operandi in funzione del suo credito. Sto facendo uno studio negli ultimi tempi e mi sto facendo anche delle domande. Le squadre di alta qualificazione a livello europeo si stanno proiettando verso un calcio di uno contro uno dove alla base mettono la ‘battaglia' prima della qualità del singolo. Il dispendio di energie nervose oggi incide molto di più di quello fisiologico perché grazie all'esperienza, alla bravura degli staff proprio il recupero fisiologico lo si può ottimizzare anche in poco tempo a disposizione. Cosa ancora da esplorare sono gli stress esterni dovuti al carattere dell'atleta, alla capacità di sapere assorbire determinati tipi di tensioni, al carico cognitivo che la preparazione di una partita ogni tre giorni comporta e incide sulla prestazione stessa".

La rosa del Napoli ha diversi giocatori sopra i 30 anni. Per età media dei calciatori impiegati in campo è la più anziana (28,2 anni) dopo la Lazio (28,4) e più dell'Inter capolista (27,8). Il Milan è a 26,8, Roma e Juventus oscillano tra 25,9 e 25,6. In che modo il protocollo Conte può incidere su atleti che hanno tempi di recupero fisiologicamente più lunghi rispetto ai ventenni?

"Tra i fattori degli indici di rischio e di infortuni c'è anche l'età media oltre alla storia del quadro infortunistico dell'atleta che può portare a recidive oppure ad altri tipi di problematiche biomeccaniche. E, ribadisco, tutto questo in un contesto dove i calendari non ti permettono di fare protocolli adeguati per poter recuperare. Studi ormai conclamati evidenziano che se fisiologicamente 72 ore possono bastare per avere un recupero fisiologico e mantenere determinati standard di performance, non bastano invece per abbassare invece il rischio infortuni".

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Quindi è corretto ipotizzare che una squadra come il Napoli, con un'età media un po' più alta e diversi calciatori over 30, ha una percentuale di rischio maggiore rispetto ad altre formazioni che hanno un'età media più bassa?

"Sicuramente questo è un fattore di rischio che si associa all'utilizzo intensivo e alla storia dei singoli atleti che, essendo pure più in là con l'età, sono esposti a rischi maggiori. Ma, al di là delle considerazioni sull'età, è difficile sindacare la strategia e le scelte di Conte parlando di turnover. Sono convinto che lui sappia benissimo quali sono i pericoli a cui si va incontro. È sì consigliabile ruotare i giocatori quando un giocatore supera un certo minutaggio, poi bisogna fare i conti con quello che hai a disposizione e all'importanza del risultato da conquistare con una rosa ridotta all'osso. Prima abbiamo parlato di McTominay ma anche lui è andato incontro a periodi di affaticamento e ha bisogno di gestirsi. Il problema è: qual è l'alternativa allo scozzese? E quale, tanto per fare un altro esempio, ad Anguissa? In rosa il Napoli non ha un calciatore che sia qualitativamente e quantitativamente alla sua altezza".

Nella conta ci sono anche altre vittime illustri di lesioni miofasciali come Gilmour, De Bruyne, Lukaku…

"Ecco facciamo proprio l'esempio di Lukaku per spiegare cosa significa indice di rischio per un calciatore che ha raggiunto una certa soglia di età e in passato ha già sofferto di problemi muscolari. Anche se fisiologicamene guarito, ci vuole un certo periodo di tempo per ricondizionare forma e rendimento, metterlo nelle condizioni migliori per fare una buona prestazione. Anche lì non ci dobbiamo aspettare subito un minutaggio altissimo ma un inserimento graduale. I tempi sono in relazione sempre alla gravità dell'infortunio che ha avuto il calciatore e quale può essere poi eventualmente il rischio di recidive in funzione del suo vissuto, in passato e nella stagione in corso".

C'è una soluzione per fare fronte a questa piaga degli infortuni?

"Ci sono due strade per abbassare questo margine di rischio. Una è scegliere giocatori che abbiano bassi indici di rischio, possibilmente giovani e che nel loro vissuto non hanno avuto grandi problematiche. Un'altra organizzarsi come gran parte delle società di alta qualificazione si stanno ormai orientando, ovvero usufruendo di strutture e professionalità ad altissimo livello che possono mettere in condizione l'atleta di ottimizzare il breve periodo extra-campo tra una partita e l'altra contando sulla sua professionalità e sulla sua disponibilità. Perché oggi bisogna impiegare bene il poco tempo che si ha disposizione, considerato che l'allenatore in situazioni del genere può incidere pochissimo".

Conte alludeva forse anche a questo quando ha definito il Napoli più indietro rispetto a club come Inter, Milan e Juventus?

"Questi sono messaggi abbastanza chiari… non è una moda o un capriccio da parte dell'allenatore ma diventa un'esigenza vera e propria. In poche ore tra una finestra e l'altra di partite bisogna poter incidere nel modo migliore e lo si può fare solamente avendo strutture e professionisti da un lato e dall'altra parte creare quei presupposti affinché la disponibilità da parte dell'atleta sia totale perché vive in ambienti qualificati e di livello".

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