Mirco Antenucci: “Oggi gestisco le case che compravo da calciatore. Il primo regalo? Scarpe oscene”

Avete presente il classico stereotipo del calciatore? Quello col Ferrari, donne, serate in discoteca, superficiale, che non si prepara al futuro e, una volta appesi gli scarpini al chiodo, non sa bene cosa fare della sua vita? Bene, dimenticatevelo e preparatevi a conoscere Mirco Antenucci. Ventitré anni di onorata carriera professionistica, cominciata facendo gavetta vera, diventato incredibilmente bandiera di più tifoserie per la dedizione e la serietà sempre mostrata sul campo, una laurea in psicologia e sport e, oggi, felicemente papà che amministra le sue attività, in attesa – però – di un’opportunità dirigenziale nel calcio. Prima esperienza alla “scrivania” fatta di pancia, anzi di cuore, provando a far risorgere la Spal dalle proprie ceneri, che – tuttavia – non è andata come sperato. Ma, si sa, al cuor non si comanda. E come spesso è capitato nella sua carriera, chissà che – anche questa volta – non sia solo un arrivederci…
Buongiorno Mirco, partiamo veramente dall’inizio: come nasce la passione per il calcio?
“Quella credo sia innata: da che ricordi, da bambino sono sempre stato con un pallone tra i piedi. Sono cresciuto in un paesino di 7mila abitanti nel Molise (Roccavivara n.d.r.), non c’erano società, non c’erano strutture, ma a noi nessuno aveva detto che non si potesse diventare calciatori lo stesso (sorride, n.d.r.). La mia era una famiglia semplice e si faceva la vita di paese. La classica storia dei bambini che giocano per strada con qualsiasi cosa che rotolasse un minimo, fino a che la mamma non arriva in piazza a chiamare per la cena. E poi, dopo, ancora giù a giocare. A volte si romanza, ma nel mio caso è tutto vero, anche perché si poteva giocare solo in strada…”.
Quando hai capito che poteva diventare il tuo “mestiere”?
“Partiamo dal presupposto che per me non è mai stata questione di “lavoro”. Per lungo tempo, prima di firmare il primo contratto, per altro a 1.200€ al mese, ho girato per i campi del Molise e degli Abruzzi con mio papà, che – povero lui – andava a lavorare a Vasto, poi tornava a casa a prendere me e ritornava ancora a Giulianova per portarmi agli allenamenti. Ci sono stati anche momenti difficili: ad un certo punto, quando non giocavo in Serie C, ho anche pensato di smettere. Fortunatamente non ho mollato…”.
La svolta?
“Ti direi due momenti: il primo quando mi ha acquistato il Catania, che ai tempi giocava in A (stagione 2008/2009 n.d.r.). Era il Catania “argentino”, l’allenatore era Zenga. Puoi capire, io certa gente fino al giorno prima la guardavo in televisione (sorride, n.d.r.). Ricordo di aver esordito in Coppa Italia e in quel momento ho avuto effettivamente la sensazione di essere davvero un calciatore. Quando nello spogliatoio ho visto la maglietta col mio nome, mi sono emozionato, perché prima in C c’erano solo i numeri…”.

Com’è andato l’ambientamento in quel Catania?
“Quella era una squadra forte, piena di grandi giocatori, soprattutto in attacco, dunque non ho giocato molto, ma ho comunque un ricordo meraviglioso di mister e compagni. Zenga era uno che trattava tutti allo stesso modo: ricordo che capitava anche di dover andare in tribuna, perché c’erano ancora tre cambi e le panchine non erano lunghe come oggi, ma veniva da ciascuno di noi e si scusava. Io ero un ragazzo arrivato dalla C, forse neanche me l’aspettavo una cosa del genere, ma lui faceva veramente sentire tutti parte del gruppo”.
E dei tuoi compagni di allora, chi ti aveva impressionato?
“Ce n’erano tanti: il più estroso era sicuramente Barrientos, ma c’era anche Papu Gomez che non scherzava. Tra tutti, però, dico Peppe Mascara, perché aveva qualità, ma anche personalità e leadership. Campione e uomo spogliatoio. Un ragazzo di cuore: ricordo il mio primo gol in A (stagione 2010/2011 n.d.r.). Eravamo a Parma, mi procuro un rigore. Il rigorista però era lui. Devo averlo guardato con occhi da elemosina e mi fa: “Lo vuoi tirare tu? E tiralo, che problema c’è?”. Sapeva che ne avevo bisogno, è stato un gesto che non dimenticherò”.
Quando ti ho chiesto la svolta, parlavi di due momenti: ne manca uno all’appello…
“Dopo Catania sono andato ad Ascoli. Se in Sicilia ho capito di essere calciatore, nelle Marche ho dimostrato finalmente di essere un attaccante: ho segnato 24 gol in quella stagione e da lì non ho più smesso di farne”.
Ti sei fatto un regalo quando finalmente hai capito di essere diventato calciatore?
“Sì, me lo ricordo benissimo, ma non é stato nulla di eclatante, anzi. Ricordo che puntavo un paio di scarpe da tempo, andavano tanto di moda in quegli anni e mi ero ripromesso di comprarmele appena avessi firmato il primo contratto, perché costavano un sacco di soldi. Ed è andata proprio così: appena ho firmato, sono andato in centro e me le sono comprate. Per altro, ora lo posso dire, erano pure oscene, a ripensarci mi vergogno. Non dico la marca se no mi denunciano, ma erano veramente orribili (ride, n.d.r.)”.

Avrai sentito di recente storie di calciatori che non sono riusciti a gestirsi dal punto di vista economico: come si riesce a non farsi travolgere da soldi e popolarità?
“Ho sentito e mi dispiace: posso dire che da fuori è facile giudicare, ma posso assicurare che per un calciatore non è così semplice. La carriera é breve e devi rimanere focalizzato sul campo, non puoi avere distrazioni. Spesso, per tutto quello che è “extra”, ti affidi a persone di fiducia, o che ritieni tali, o consulenti esterni. Devi però essere bravo e fortunato a scegliere le persone giuste e non sempre trovi gente onesta…”.
E tu, invece, come hai gestito le tue “finanze”?
“Detto che, purtroppo, sono nato nell’epoca sbagliata (sorride, n.d.r.), perché ai miei tempi gli ingaggi non erano quelli di oggi, ma probabilmente anche per questo ho sempre ragionato in maniera molto oculata. Come dicevo prima, ho fatto tanti anni a guadagnare il minimo sindacale, quindi fin dai primi contratti da professionista ho cominciato a programmare il futuro, diversificando. Ho investito in immobili e strutture ricettive, oggi gestisco principalmente queste attività, anche se il mio obiettivo è riuscire a dare ancora il mio contributo nel calcio”.
C’è un qualcosa nella tua carriera di cui invece ti sei pentito o che ancora rimpiangi?
“Certamente sì, ma non è dipeso da me. Dopo Ascoli, sono rientrato a Catania, ma continuavo ad avere poco spazio, per cui a gennaio mi son trasferito al Torino in B. Quell’anno, nonostante avessimo uno squadrone – c’erano Coppola, Darmian, D’Ambrosio, Ogbonna, Glick, Vives, Bianchi e tanti altri – non siamo riusciti a salire in A. L’anno dopo, invece, ce l’abbiamo fatta ed è stata una stagione davvero meravigliosa, giocavamo un grande calcio e ci divertivamo un sacco. Io ero in compartecipazione tra Catania e Toro e avevo già un accordo per restare in granata, ma ai tempi c’erano ancora le buste e sono finito di nuovo al Catania. Fosse stato per me non avrei mai lasciato il Torino e spesso penso a cosa sarebbe potuto accadere se fossi rimasto. Nulla contro il Catania, dove per altro sono stato benissimo, e a cui sarò sempre grato, ma avevamo un accordo che qualche dirigente dell’epoca ha deciso di non rispettare…”.
Quello era il Toro di Mister Ventura, che giocava un gran calcio: in molti si sono chiesti cosa sia poi successo in Nazionale. Tu che il mister lo hai “vissuto” da vicino, che opinione ti sei fatto?
“Parlare da fuori non è mai semplice, però dopo Ventura si siano alternati diversi allenatori e non mi sembra che la situazione sia migliorata. Forse il problema é più ampio e andrebbe analizzato nel dettaglio da chi é deputato a farlo. Per quanto riguarda il Mister, io lo reputo un ottimo tecnico, che però ha bisogno di lavorare tutti i giorni con la squadra per trasmettere i suoi principi di gioco e, alla fine, incidere”.

Tornando a Torino e al Toro, la passione del tifoso granata credo che raggiunga il suo apice nella commemorazione di Superga: tu che ricordi hai?
“Da pelle d’oca. Una cosa quasi magica, mistica. Ricordo tutto, la salita tra i tifosi, il loro attaccamento, la voce del Capitano (Rolando Bianchi n.d.r.) che scandisce i nomi, il silenzio assordante. Tra le tante cose per le quali Torino e il Toro mi sono rimaste nel cuore, questa è una delle più emozionanti”.
Sei stato anche uno dei primi a provare l’estero e l’Inghilterra in particolare: che esperienza é stata?
“Bellissima. Sono state due stagioni molto formative dal punto di vista umano e professionale. Erano gli anni del Leeds “italiano”, c’eravamo io, Bellusci, Silvestri. I tifosi mi avevano praticamente adottato, si erano inventati anche dei cori per me e mi avevano affibbiato pure un soprannome per la mia barba lunga, si era creato un bel rapporto, peccato sia durato così poco”.
Già, perché “solo” due anni?
“Per decisione del Presidente Cellino: doveva essere un triennale ma poi, siccome avevo già 29 anni, abbiamo fatto un biennale. Alla scadenza, avevo offerte da altre squadre di Championship ma mi era nata la mia prima figlia e la Spal mi ha convinto a rientrare”.
Se ti chiedessi una fotografia della tua esperienza inglese, qual é la prima cosa che ti viene in mente?
“L’odore della birra (ride, n.d.r.). Nel senso che quando segnavi facevi la scivolata sotto la “curva”, ma poi ti ci buttavi dentro. C’erano gli steward, ma – soprattutto in casa – erano compiacenti, diciamo così. Dunque, si andava veramente a festeggiare tra i tifosi, che però avevano tutti la birra in mano e, in mezzo a quel casino, puoi immaginare… Tornavo in spogliatoio che puzzavo d’alcol (ride, n.d.r.)”.

Sei tornato in Italia e sei andato alla Spal, dove praticamente hai trovato casa. Tuttavia, in mezzo alle due esperienze in bianco-blu (2016-2019 e 2023-2025), altri 4 anni a Bari (dal 2019 al 2023). A 35 anni la gente forse pensava che andassi in Puglia a svernare, invece sei entrato nella storia e, praticamente, sei diventato bandiera di due società, perché a Ferrara e Bari tutti ti “sventolano”…
“Devo dire che nella mia carriera non sono mai andato a cena con gli Ultras, ma ovunque io abbia giocato, ho lasciato un buon ricordo. Non ero Maradona, ma in campo davo sempre tutto e i miei gol li ho sempre fatti (a Bari 60, secondo marcatore nella storia dei pugliesi, dopo Luigi Bretti con 69, n.d.r.). Chiaro che a Ferrara e Bari ho passato il maggior numero di anni della mia carriera e, comunque, sono anche state le stagioni migliori, a parte quella di Ascoli. Dunque è normale essere maggiormente legato a quelle piazze, ma – davvero – ho un ottimo ricordo di tutte le città e tutte le tifoserie delle squadre in cui ho giocato. Anche a Terni, Ascoli e in Inghilterra sono stato bene, così come a Torino o Catania, di cui abbiamo già detto. Impossibile fare classifiche”.
A Ferrara, però, ti sei finalmente tolto una etichetta scomoda, quella del bomber di categoria…
“Sì, è vero, perché nel calcio quando si fissano su una cosa, poi è difficile far cambiare idea. Ormai ero diventato un attaccante da Serie B e, anche quando facevo bene, non riuscivo a salire di categoria. Ci sono dovuto andare su con la Spal, per dimostrare di poterci stare in A (sorride, n.d.r.)”.
A Ferrara hai anche chiuso la carriera da calciatore: ora hai idea di cosa vuoi far da grande?
“Innanzitutto faccio il “mestiere”‘più bello del mondo che è quello di essere papà: voglio veder crescere le mie tre “bimbe” serenamente. Poi, fin da ragazzo ho sempre avuto un obiettivo, che era quello di laurearmi. Ero iscritto all’università, solo che a quei tempi non esistevano quelle telematiche e quindi ogni volta dovevi tornare per andare a fare gli esami. Io giocavo già a Catania e mi era diventato impossibile, così ho rinunciato, ripromettendomi però di riprovarci più avanti. A 39 anni ce l’ho fatta e mi son laureato in Psicologia, corso di laurea in Sport & Management. Ecco, vorrei mettere a disposizione la mia esperienza e le mie competenze in questo campo”.
La carriera da dirigente è già cominciata, ma l’esperienza da DS alla Spal é durata poco…
“Ho provato a dare una mano alla squadra del mio cuore e della mia città, visto che ormai vivo a Ferrara. Dopo il fallimento dello scorso anno (proprietà Tacopina, n.d.r.), il club é stato costretto a ricominciare dall’eccellenza: non me la sono sentita di tradire la passione dei tifosi e ci ho messo tutto me stesso. Purtroppo, mi sono accorto che io e la società non eravamo in sintonia e ho preferito fare un passo indietro. Non ho rimpianti, però, perché l’applauso e l’entusiasmo di una curva, una città, che dopo una delusione del genere, alla presentazione si è presentata in massa, non ha prezzo. Se ripenso a quel giorno, ai cori, agli applausi, mi vengono ancora i brividi”.