Mauro Bellugi non ce l'ha fatta, ha ceduto dopo aver compiuto da qualche giorno 71 anni, dopo che a gennaio gli erano state amputate ambedue le gambe per le complicazioni figlie di un Covid maledetto che ha strappato al calcio e al mondo uno dei campioni più amati e rispettati, al di là di colori, maglie, tifoserie e facili campanilismi. Mauro Bellugi si è spento in un weekend di pallone, mentre il calcio celebra la 23a giornata, alle porte del derby di Milano, tanto caro per aver sempre difeso le sorti nerazzurre, prima, durante e dopo la sua carriera tra i campi di Serie A, d'Europa e del mondo.

"Io prima di decidere di arrendermi cerco sempre di lottare con tutte le forze che ho a disposizione, alcuni dicono che sono un ottimista ad oltranza. Forse, non lo so: può anche essere so solamente che come appaio sul campo, così mi ritengo nella vita di tutti i giorni. Sono un testardo, affronto la sfida, non mi tiro indietro davanti al combattimento". Così si definiva Mauro Bellugi in una intervista di qualche anno fa e così si era definito ancora all'indomani della terribile decisione di dovergli amputare le gambe per salvargli la vita: "O te le tagliamo o muori, mi hanno detto. Non ho paura, sono un combattente, rinascerò anche da questa situazione", aveva detto commuovendo il mondo, non solo del pallone.

Dopotutto Mauro Bellugi è sempre stato un uomo e un calciatore che ha sempre affrontato le situazioni a testa alta: ribelle, testardo, dotato di tecnica, volontà e determinazione e che negli anni 70 lo avevano reso quasi unico, un'icona del calciatore fuori dagli schemi, genio e sregolatezza. E dal cuore immenso. Ovunque abbia giocato, Bologna, Inter, Napoli, Pistoiese, Nazionale, ha lasciato il segno. Amato e rispettato da tifosi e avversari ha sempre dato tutto e oltre per la cause per cui giocava.

Il ‘pezzo di cuore' a Napoli e il ‘pezzo di pane' a Milano

"A Napoli ho lasciato un pezzo di cuore: sono rimasto a giocare solamente un anno e mezzo,  sotto Vinicio, ma è un'esperienza che mi ha cambiato la vita. Ho dato tutto me stesso anche in quell'avventura e la gente lo ha capito: quando vado a Napoli urlano ancora il mio nome e l'affetto e l'amore è contraccambiato: vivrei a Napoli tutta la vita anche se ho giocato più anni a Bologna e nell'Inter". Questo era Mauro Bellugi, che mai si è tirato indietro davanti alla sfida. Come quando l'Inter di Fraizzoli lo congedò facendolo infuriare nel '74, dopo sette stagioni tra giovanili e prima squadra, all'età di 24 anni. "Mi lasciarono andare come fossi un ferrovecchio: giocavo titolare in Nazionale, all'Inter facevo la riserva. Mi cedettero per un tozzo di pane, una cosa vergognosa…"

Le fughe dai ritiri e l'amore di Bearzot

Mauro Bellugi era genio e sregolatezza, impersonava il giocatore che restava sempre fuori dagli schemi, divideva, faceva discutere, le regole erano fatte solo per essere infrante. Come in campo così fuori. Enzo Bearzot ne capì le qualità, lo volle, lo pretese e lo difese. Al di là delle male lingue, al di là dei detrattori che vedevano in quel ‘terzinaccio' un giocatore "con una gamba più corta dell'altra, in Nazionale solo perché Bearzot aveva un debole per lui". E invece, Bellugi rappresentava nient'altro che la spaccatura nella linea della continuità di una Nazionale che era costruita a quei tempi sull'asse Juve-Toro: l'eccezione che rappresentava la discontinuità, il riscatto e la ribellione a schemi e preconcetti.

Il ribelle che per scappare dai ritiri comprava i filetti per tenere buoni i cani da guardia, corrompeva il compagno di stanza Ivano Bordon "a mentire dicendo che ero con lui a dormire" e a far arrabbiare i compagni per le sue continue intemperanze in ritiro. "I miei compagni però erano contenti che fossi così: facevo la testa matta e io dicevo: vi bane così perché io sono più forte di tutti. Mi mettano pure in punizione, ma meglio me che voi, altrimenti voi non giochereste più"