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Massimo Orlando: “I miei genitori dicevano che il dolore era inventato. Dovevano tornare a lavorare”

Massimo Orlando ricorda con amarezza la reazione dei suoi genitori quando decise di ritirarsi a soli 30 anni dopo i tanti infortuni: “Mi hanno fatto sentire in colpa perché sarebbero dovuti tornare a lavorare. Per anni non ci siamo più né visti né parlati”. Oggi il 54enne ex fantasista fa “anche il cameriere e il pizzaiolo”.
A cura di Paolo Fiorenza
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Il nome di Massimo Orlando appartiene al novero dei grandi talenti del calcio che non sono riusciti ad affermarsi compiutamente a causa della sfortuna: una serie di gravi infortuni al ginocchio (ben otto operazioni) ha limitato pesantemente il potenziale del trequartista veneto, portandolo a chiudere prematuramente la carriera nel 2001 a soli 30 anni, avendo peraltro messo in bacheca una Coppa Italia e una Supercoppa italiana con la Fiorentina (la squadra in cui ha dato il meglio di sé tra il 1990 e il 1997) e una Supercoppa europea (oltre a un'altra italiana) nella breve parentesi al Milan del 1994/95. Orlando ne ha passate tante anche dopo il ritiro, tra la vita dedita ai piaceri e le difficoltà economiche. Massimo oggi ha 54 anni, si è ricostruito come commentatore per Radio Rai, ma non dimentica la ferita profonda apertasi quando capì cosa c'era dietro la reazione dei suoi genitori al suo ritiro.

L'amarezza di Massimo Orlando: "I miei genitori mi hanno fatto sentire in colpa quando mi sono ritirato"

La premessa è che lui alla sua famiglia ci aveva pensato eccome, quando poteva farlo: "Ho avuto una grande fortuna, ma sono sempre stato uno con le tasche bucate. E soprattutto molto generoso. Troppo. Con i primi stipendi ho comprato una macchina nuova e delle case ai miei genitori e a mio fratello. Poi ho capito che nella vita, quando hai dei problemi, spesso non ricevi lo stesso aiuto. Da parte loro mi sarei aspettato di più. Soffrivo per il male al ginocchio e loro sostenevano che il dolore fosse solo nella mia testa, che me lo stessi inventando".

Massimo Orlando con la maglia dell’Atalanta a fine carriera
Massimo Orlando con la maglia dell’Atalanta a fine carriera

Quando Orlando appese gli scarpini al chiodo, si ritrovò di fatto senza quel sostegno di cui aveva disperatamente bisogno: "Smettere col calcio per me fu un trauma, andai in depressione – racconta al ‘Corriere della Sera' – Non lo avevo scelto io, mi era stato imposto dal destino. Volevo soltanto essere coccolato e invece mi hanno fatto sentire in colpa perché sarebbero dovuti tornare a lavorare. Per anni non ci siamo più né visti né parlati. I parenti hanno provato a riavvicinarci e ci siamo riusciti dopo il funerale di papà. Mia mamma è una donna tostissima, poco affettuosa. Non ha mai ammesso di aver sbagliato".

La vita dopo il calcio, prima 15 anni di vita dedita ai piaceri e poi… "Oggi faccio anche il cameriere e il pizzaiolo"

Il dopo calcio si è rivelato durissimo per il fantasista di San Donà di Piave, campione d'Europa con la nazionale Under 21 nel 1992: "Non volevo più vedere neanche una partita, per nessuna ragione al mondo. Mi sono buttato nella ristorazione, di locali ne ho avuti tanti. Qualcuno è andato bene, qualcuno male. E altre volte ho incontrato soci più furbi di me, diciamo così. Oggi vivo ancora a Firenze, è il mio punto di riferimento dal 1990. Un paio di volte a settimana commento le partite per Radio Rai, è un impegno che mi gratifica. Poi vado ad aiutare un amico nel suo ristorante. Mi diverto tanto, faccio anche il cameriere e il pizzaiolo. È importante imparare a fare tutto perché l'imprevisto è dietro l'angolo. Se il cuoco si ammala e ci sono 50 prenotazioni che fai? Dai 52 anni mi sono messo a lavorare intensamente".

In mezzo c'è stato l'abbandono totale al piacere sfrenato: "Il calcio era andato male, nella ristorazione avevo trovato persone che si sono rivelate una delusione. Mi dicevo: ‘Non sono capace a fare niente'. E quindi mi sono buttato sul divertimento. Ho iniziato a girare il mondo con degli amici. Montecarlo, Las Vegas, Miami… ho frequentato i luoghi dello sfizio. Casinò, giochi d'azzardo, hotel di lusso, camere chilometriche, i concerti più belli del mondo, le donne più affascinanti, le cene più esclusive. Quando vedi le cose belle, poi fai fatica a rinunciarci. Il rischio di farsi male c'era, ma sono situazioni che ho gestito. Non ho rovinato nessuno. Semplicemente per 15 anni sono stato dentro a un film".

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