Massimo Oddo: “Maldini ti metteva a posto senza parlare. Al Milan se sbagliavo 20 minuti non giocavo”

Massimo Oddo non usa giri di parole. L’ex campione del mondo, oggi allenatore del Milan Futuro, parla del calcio di oggi con lo sguardo di chi lo ha vissuto da dentro per anni e ora osserva i giovani dall’altra parte della linea laterale. Tra il boom del padel tra gli ex calciatori, il ruolo dell’educazione, il valore dei sacrifici e i problemi dei settori giovanili, Oddo traccia un’analisi netta: “Il talento c’è, ma ai ragazzi manca l’ossessione. Oggi ci sono allenatori, non educatori”. Un viaggio nella sua carriera e nel calcio che cambia, tra idoli veri come Maldini e Baresi e le nuove generazioni cresciute tra social e distrazioni.
Partiamo dal padel: come mai tanti ex calciatori si sono spostati su questo sport?
È un gioco relativamente facile. Ovviamente noi non abbiamo l’ambizione di arrivare ai livelli dei professionisti, quindi se vuoi arrivare a un livello discreto per divertirti è uno sport abbastanza accessibile. Diciamo che se un tennista gioca a padel diventa molto forte, mentre il contrario è più difficile: questo rende l’idea. Poi è uno sport di gruppo, molto goliardico, divertente e soprattutto non si fa molta fatica. Noi abbiamo alle spalle anni e anni di allenamenti durissimi, quindi è uno sport che fa divertire senza troppa fatica fisica. Credo che la sua grande esplosione sia dovuta anche a questo: entri in campo e sai che ti diverti. A tennis, invece, prima di divertirti devi avere almeno due ore di allenamento alle spalle.
Parliamo di giovani: si dice spesso che in Italia manchino i talenti. È davvero così?
No, i talenti ci sono al 100%, non ho alcun dubbio. Il problema è che il talento va coltivato. E si coltiva con l’esercitazione quotidiana, ma soprattutto con una testa che ti permette di avere fame, voglia di arrivare a un obiettivo. Oggi è molto più complicato, perché ci sono molte più distrazioni. Se torno indietro di 30 o 40 anni, quando ero bambino, nella mia testa c’era solo il pallone. Non c’erano PlayStation o altre cose che ti distoglievano dal divertimento più grande: una palla che rimbalzava. Oggi dobbiamo fare i conti con social, tecnologia, mille stimoli diversi. È difficile avere una passione precisa. Una volta chi sceglieva uno sport lo trasformava in una vera ossessione, che fosse calcio, atletica o pallavolo. Oggi questa ossessione non c’è più e questo rende tutto molto più complicato.

Cosa è cambiato concretamente nella crescita dei ragazzi?
Da piccoli facevamo due allenamenti a settimana, come oggi. La differenza è che io uscivo dall’allenamento e andavo al campetto sotto casa a giocare ancora. Tutto quello che facevo lì era istinto puro: dribbling, errori, improvvisazione. Questo forgiava il talento. Giocavamo anche in 12 contro 12 senza casacche. Dovevi riconoscere i compagni dal volto, evitare le pietre per terra, stare attento a dove mettevi i piedi. Sembrano stupidaggini, ma sviluppavano sensi importantissimi, anche a livello coordinativo. Oggi queste cose non esistono più.
È anche per questo che molti grandi talenti arrivano da contesti difficili?
Sì, perché spesso in quei contesti ci sono meno distrazioni. In Brasile, per esempio, tanti campioni vengono dalle favelas. Non credo abbiano la PlayStation, quindi stanno tutto il giorno fuori a giocare a calcio. Questo sviluppa e conserva il talento. Poi conta moltissimo l’educazione dei genitori. Se ti insegnano che un impegno va portato a termine, anche quando non ti piace, questo ti forma. Ho visto ragazzi di famiglie benestanti con una fame incredibile e altri, magari con meno possibilità, senza quella voglia. Dipende molto dall’educazione.
Nei settori giovanili italiani cosa non funziona?
Una volta l’allenamento era fatto soprattutto di partitine e lavoro coordinativo. Oggi il lavoro coordinativo si fa poco e non gli si dà importanza, ma è fondamentale: se non sei coordinato, in qualsiasi sport non arrivi ad alti livelli. Poi oggi vedo sui social allenatori che insegnano la costruzione dal basso ai bambini di 7 anni. È follia. Fino a una certa età bisogna sviluppare l’istinto e le caratteristiche individuali. Una volta c’erano educatori, oggi ci sono allenatori. Gli allenatori erano per le prime squadre o per i ragazzi di 17-18 anni. Prima, invece, c’erano persone che ti aiutavano a sviluppare il talento. Oggi si vedono bambini di 7 anni a cui si insegna lo sviluppo difensivo dal basso. È un errore enorme.
Quale dovrebbe essere il modello giusto?
I settori giovanili sono troppo a compartimenti stagno. Ogni allenatore ha le sue idee, ed è giusto, ma deve esserci una linea comune della società. Non parlo di moduli o schemi, ma di principi: avere coraggio, giocare palla a terra, non avere paura. Senza questa unità di intenti la crescita dei ragazzi non è lineare. Un ragazzo non ha ancora l’esperienza per adattarsi a richieste completamente diverse ogni anno. Servono principi comuni per accompagnarlo fino alla prima squadra.

Chi erano i tuoi idoli da bambino?
I miei idoli erano quelli veri, non quelli di oggi, con tutto il rispetto. Erano giocatori che davano esempio di lealtà e professionalità. I miei erano Franco Baresi e Paolo Maldini. Oggi sento ragazzi che hanno idoli che mi fanno rizzare i capelli, perché non sono esempi veri dello sport”.
Poi con Maldini hai condiviso lo spogliatoio al Milan. Com’è stato?
Gli idoli veri sono campioni anche come persone. Difficilmente fingono. Tutti quelli che ho avuto come idoli, quando li ho conosciuti, si sono rivelati uguali o addirittura migliori. Parlo di Maldini, di Baresi, di Costacurta: gente che non ti faceva sbagliare con uno sguardo. Il leader non è sempre quello che parla tanto, ma quello che parla poco e dice le cose giuste. A volte neanche parla. Paolo era così.
Quando ti sei sentito davvero un calciatore?
Ci sono stati due momenti. Il primo dopo tanti anni in cui giravo in Serie C senza giocare molto. Quando sono tornato a Monza in Serie B e ho fatto una stagione importante, lì è stato il primo vero passo. Il secondo quando sono andato a Napoli, una piazza che ti fa sentire calciatore anche se sei in Serie B. Ma il momento più importante è la convocazione in Nazionale. Finché non arriva, sei uno dei tanti. Quando arriva, entri in un gruppo ristretto di 25-30 giocatori: quello cambia tutto.

L’esperienza al Bayern Monaco resta un rimpianto?
È stata un’esperienza bellissima e formativa. A un certo punto il presidente Uli Hoeneß mi chiamò per dirmi che avrebbero esercitato il riscatto e mi avrebbero fatto un contratto di due o tre anni. In quella settimana mi feci male. È stato un peccato, perché stavo giocando molto bene. Però, a posteriori, tornare al Milan mi ha permesso di vincere lo Scudetto e la Supercoppa, che erano le uniche cose che mi mancavano.
Alla Lazio eri capitano e simbolo. Al Milan ti sei rimesso in discussione. È stato difficile?
No, perché quando arrivi in una grande squadra devi ripartire da zero. Come fai a pretendere di tirare un rigore o una punizione se ci sono Pirlo, Seedorf, Kakà, Ronaldo, Pato o Inzaghi? Quando sono arrivato il mio "antagonista" sulla fascia destra era Cafu: bastavano 20 minuti non concentrati e la domenica dopo giocava lui. Era imprescindibile rimettersi in discussione e dimostrare tutto da capo.
Qual è la lezione più importante della tua carriera?
Il lavoro paga sempre. Senza sacrifici non ottieni nulla. Devi superare gli ostacoli, non aggirarli. La convinzione in se stessi è fondamentale: è un filo sottile che non deve mai sfociare nella presunzione, ma non deve mancare. Qualsiasi obiettivo puoi raggiungerlo solo se ci credi davvero.

Il ricordo più importante e il rammarico più grande?
Ovviamente vado orgoglioso di tutte le vittorie. Per un calciatore il massimo è vincere la Champions League e il Mondiale. Sono stati momenti bellissimi. Essere riuscito a vincere le coppe più prestigiose al mondo è stato incredibile, è il sogno di tutti i bambini che iniziano a calciare un pallone. Della Coppa del mondo ho una riproduzione a casa e chiunque viene gliela mostro, questo per dire quanto ne vada fiero. Di rammarichi ce ne sono tanti, ma forse è proprio al Mondiale. Aver giocato poco nel momento migliore della mia carriera. E poi non aver partecipato all'Europeo del 2008. Lì fu un peccato perché giocai tanto con la Nazionale e ci qualificammo, ma poi ebbi un infortunio al menisco che non mi consentì di partecipare alla spedizione.
Vedila così: in un multiverso Oddo ha giocato titolare con la Nazionale nel Mondiale del 2006, ma siamo finiti secondi.
No, ma infatti, con Grosso e Zambrotta è andata bene così.
Giochiamo: Totti o Del Piero?
Totti.
Messi o Ronaldo?
Messi.
Messi o Maradona?
Maradona, inarrivabile. Gli altri son tutti dietro.
Il giocatore che ti ha più impressionato che ha giocato con te e uno contro di te?
Ho giocato con tantissimi campioni: Pirlo, Seedorf, Kakà. Però, dico Pirlo. Mentre quello che mi ha messo di più in difficoltà è stato Iniesta. Preferivo incontrare Cristiano Ronaldo che Iniesta. Non sapevi mai dove sarebbe andato.