Mario Giuffredi: “Per fare l’agente ho reso vedova mia moglie. Con De Laurentiis litigo ogni giorno”

Mario Giuffredi, procuratore sportivo tra i più importanti in Italia, agente – tra gli altri – di Di Lorenzo, Zaccagni e Pio Esposito, si racconta a Fanpage.it: da quando vendeva fiori nei mercati ai primi contratti importanti, dalle litigate con De Laurentiis e Lotito al mito di Silvio Berlusconi e Luciano Moggi: “Dico bugie in continuazione, spesso a fin di bene”.
A cura di Redazione Sport
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di Ilaria Mondillo, Gaia Martignetti, Sergio Chesi

Mario Giuffredi ci accoglie nella sede della sua agenzia in un momento di relativa calma, poco prima dell'inizio del calciomercato invernale. È come ritrovarsi in un museo del calcio in miniatura, tra maglie e cimeli di ogni genere, appartenenti in prevalenza ai suoi assistiti. Quasi tutti giocano in Serie A, molti sono nel giro della Nazionale. Pochi altri procuratori sportivi, in Italia, possono vantare una presenza così massiccia ad alti livelli. Giuffredi si differenzia dai colleghi per una caratteristica che lui stesso confessa pochi istanti prima di cominciare l'intervista: "Quando parlo non faccio mai zero a zero". La lunga chiacchiera in esclusiva per Fanpage.it, con il racconto dell'agente e dell'uomo che c'è dietro, lo conferma. Dagli inizi difficili ai primi assegni importanti, dal rapporto con De Laurentiis e Lotito ai retroscena su Di Lorenzo, Zaccagni e Pio Esposito, dall'ammirazione per Silvio Berlusconi alla cena a casa di Luciano Moggi, Mario Giuffredi ha mantenuto la sua promessa: non ha fatto zero a zero.

Mario Giuffredi, senza troppi giri di parole: ricordi il giorno preciso in cui la tua vita è cambiata e hai deciso di diventare agente di calciatori?
Agli inizi degli anni 2000 ero già nel calcio, assistevo i giovani. Vedendoli poi fare carriera mi sono reso conto che potevano darmi una professione. Tutto questo è successo tra il 2005 e il 2007. Ma la vita mi è cambiata con il trasferimento di Valdifiori al Napoli, la mia prima operazione importante.

Raccontacela.
Valdifiori lo avevo preso in Serie B, nell'Empoli di Sarri, già in età abbastanza avanzata, perché aveva 26 anni. Ricordo la prima telefonata di De Laurentiis, da un numero privato. Risposi male: "Non rompermi i cog*ioni, mi prendi per il c*ulo?". Mi richiama la segretaria dopo un po': "Guarda che è davvero il presidente". Fu il mio primo giocatore in Serie A. Mi ha svoltato la carriera perché andava in un grande club e questo è un aspetto che dà lustro. Ti apre tante porte nella carriera da procuratore.

Una carriera che rischiava di non cominciare.
C'è stato un momento di blackout nella mia vita durante il quale avevo messo da parte il calcio. Vivendo un contesto sociale un po' complicato, come Ponticelli, ho iniziato a prendere altre strade lavorative. Ad esempio andavo a vendere fiori nei mercati. Quando veniva il Natale vendevo gli alberi in strada. Ho fatto tanti piccoli lavori per colmare la passione che non avevo più per il calcio. Esperienze di vita che poi mi hanno portato ad avere una marcia in più nel mio lavoro come agente.

Cosa hai fatto con il primo bonifico consistente incassato da procuratore?
Risale a quando ho venduto Di Tacchio. Aveva 18 anni, giocava ad Ascoli, e lo portai nella grande Fiorentina dei Della Valle. Ero sposato da poco e non avevo grandi possibilità economiche, quindi vivevo ancora a casa dei miei genitori con mia moglie e mia figlia. Con i soldi incassati da quell'operazione ho comprato la casa dove poi sono andato a vivere con la mia famiglia. Anche una bella casa, una villetta. Non avrei mai pensato di riuscire a realizzare quel sogno.

Mario Giuffredi, procuratore sportivo.
Mario Giuffredi, procuratore sportivo.

Quanto sacrificio ti è costato questo sogno?
Le persone non hanno idea della vita che fa un procuratore. Loro vedono i giocatori, immaginano dei guadagni importanti, magari pensano si lavori poco. Ma io non ho mai fatto questa professione pensando di guadagnare. La faccio con passione e scrupolosità. Arrivo a lavorare anche 20 ore al giorno, dormendo quattro ore a notte. Devi vedere le partite, andare a parlare con i tuoi calciatori, fare lavoro di scouting. Muoversi durante la settimana per passare del tempo con i giocatori, prendere aerei e treni, viaggiare in macchina. Devo risolvere tutti i problemi dei miei ragazzi e le loro famiglie. La prima telefonata che fanno, in casi di emergenza, è sempre a me.

Ad esempio?
Mi sono trovato a sistemare situazioni in cui c'erano calciatori ricattati da donne. Si tratta di bravi ragazzi che non sempre sono circondati da bei personaggi. In tanti si fingono amici, c'è tutto un mondo dietro ai giocatori sul quale bisogna vigilare. E io lo faccio perché per me sono come dei figli. Guai a chi me li tocca.

Prima ci parlavi di telefonate. Quanti telefoni hai?
Ne ho 4-5. A volte tutti accesi, a volte no. Dipende dai momenti. Se voglio stare tranquillo e staccare un po', ho un numero che hanno solo i calciatori. Se non voglio sentire neanche loro, ne ho uno solo per la famiglia. Poi ho il telefono che uso solo per Whatsapp o telefonate normali e un altro, più grande, dove vedo le partite quando non riesco ad essere allo stadio. Ma il telefono nella mia vita c'è sempre, è l'unica cosa di cui non mi posso mai privare.

Litighi mai con i tuoi calciatori?
Abbastanza. Ricordo la lite con Di Lorenzo quando poteva andare alla Juve. Ogni tanto gliene parlo ancora, per farlo incazzare.

Parlane anche a noi.
È successo nell'anno dopo il primo Scudetto. Era nata una situazione col presidente che ci ha portato a valutare di andare via, alla Juve. Ero convinto che fosse una storia chiusa ormai. Ma la verità è che Di Lorenzo non voleva andare via da Napoli. Ero io ad essermi intestardito dopo i messaggi ricevuti dal presidente. Ne facevo una questione di principio e non volevo saperne più niente: volevo portare via Di Lorenzo perché mi sentivo toccato. Poi arriva Conte e le cose cambiano.

Giuffredi con Di Lorenzo dopo la vittoria dell’ultimo Scudetto a Napoli.
Giuffredi con Di Lorenzo dopo la vittoria dell’ultimo Scudetto a Napoli.

Ma non finisce lì.
A quel punto subentrano i discorsi contrattuali. Io parlavo solo con Conte e Manna, perché col presidente non era facile approcciarsi dopo un mese bello duro. Di Lorenzo intanto era attaccato sui social per una cosa, la trattativa sul contratto, che lui neanche mi aveva chiesto. Un giorno mi chiama e fa: "La stai portando troppo per le lunghe, bisogna chiudere". E io gli dico: "Stai calmo che la chiudo". Alla fine lo feci in modo corretto per lui, non per me.

Con Mario Rui invece il rapporto si è interrotto.
L'ho avuto per 12 anni, ho gestito la sua vita in campo e fuori. È il calciatore che più ho voluto bene in assoluto. Siamo partiti dalla Serie B ad Empoli, dove non giocava, per arrivare a vincere lo Scudetto a Napoli e la Nations League col Portogallo di Cristiano Ronaldo. È l'unico tra i miei ex assistiti del quale conservo ancora la maglia. Sempre screditato, ma troppo forte. A Napoli difficilmente vedranno un giocatore come lui in quel ruolo.

Con alcuni presidenti hai un rapporto spigoloso. De Laurentiis e Lotito, ad esempio. C'è stato mai un momento in cui hai pensato: con loro basta.
Tutti i giorni. Dei presidenti non mi interessa: curano la loro azienda, mentre io devo curare la mia. Quindi se gli interessi sono reciproci e si sposano, bene, altrimenti io combatto e faccio la guerra per i miei calciatori. Ma non devo andare d'accordo per forza con De Laurentiis o Lotito. Loro sono quelli caratterialmente più difficili, ma anche i più bravi in assoluto. Hanno un'intelligenza fuori dalla media e sanno apprezzare quando fai bene il tuo lavoro, anche col mio modo di pormi duro, sbagliato, antipatico. Perché sanno che trovano di fronte una persona onesta e leale. Sono convinto che nella loro società vorrebbero uno come me.

Con De Laurentiis hai un rapporto singolare. Vai allo scontro mediaticamente, poi presenti un libro e lui è in prima fila.
La risposta è tutta lì. Se fossi un procuratore che si comporta male col Napoli, De Laurentiis in prima fila alla presentazione del mio libro non ci verrebbe. La mia storia col Napoli è fatta di cose positive. Ho portato Di Lorenzo per due soldi ed è stato il capitano dei due Scudetti. Hysaj e Mario Rui, sempre per due soldi. Politano ha vinto due Scudetti e un certo punto doveva andare via da Napoli. Non perché lo volessi io, ma perché non c'era un buon rapporto con Spalletti. Mi sono messo in aereo, sono andato in ritiro a parlare con entrambi, li ho messi insieme e gli ho fatto far pace. Se questo è volere il male del Napoli, non so. Ma vi faccio un altro esempio.

Giuffredi e De Laurentiis alla presentazione del libro dell’agente.
Giuffredi e De Laurentiis alla presentazione del libro dell’agente.

Prego.
Il Napoli va a fare la Supercoppa in Arabia Saudita nell'anno in cui finirà decimo. Politano poteva andare all'Al Shabab a guadagnare 7-8 milioni l'anno. Il presidente mi dice: "Mario, se mi togli Politano avrò grandi problemi. Aiutami a tenerlo qui". Io non sono mai stato un ostacolo. Potevo dire: "Benissimo, Politano vuole restare a Napoli. Presidente, tu vuoi tenere Politano? E i tre milioni di commissione dall'Al Shabab chi me li dà?". E invece li ho persi, per l'amore che ho per il Napoli e il rispetto che nutro verso De Laurentiis.

C'è stato un momento in cui siete arrivati vicini a rompere?
Tutte le volte che si parla. De Laurentiis rispetta le persone come me, che gli dicono in faccia quello che pensano. Magari in alcuni momenti mi ha odiato, ma sono convinto che quando era da solo pensava: "Cazzo, questo è proprio bravo". Io lo porterò nel cuore per sempre, perché la mia vita è cambiata e migliorata grazie al Napoli e a De Laurentiis. Mi sono sempre reso disponibile per qualsiasi cosa mi abbia chiesto. Sono andato a litigare con i giornalisti, o a parlarci quando la squadra andava male con Rudi Garcia, pur di aiutare il Napoli.

E il rapporto con i colleghi com'è?
Sono stato uno sempre molto infamato, in modo subdolo, da persone che reputo poca roba sul piano umano. Ho subito tante cattiverie. Anche per la provenienza. Sono un napoletano che fa carriera e per questa devo per forza avere dietro la camorra, la mafia. Non posso essere solo un grande professionista che lavora 20 ore al giorno?

Ti sei mai dato un perché?
È molto semplice. Se uno non regge la concorrenza, perché non sa fare il suo lavoro, può solo ricorrere a questi mezzi da quattro soldi. Ma servono a poco, perché io sono sempre qua, a certi livelli. Come si dice: male non fare, paura non avere. Io non ho mai fatto niente di male e non ho mai avuto paura di niente.

Giuffredi con i suoi assistiti dopo lo Scudetto vinto dal Napoli nel 2023.
Giuffredi con i suoi assistiti dopo lo Scudetto vinto dal Napoli nel 2023.

Quali sono le critiche che ti fanno più male?
Sicuramente quelle della tifoseria del Napoli. Ma non si può piacere a tutti, né si può spiegare a tutti quello che si fa.

Dicono che sei tu a decidere il mercato del Napoli.
Io non decido manco a casa mia. Mia moglie e i miei figli dicono che sono insopportabile. Se il Napoli prende calciatori bravi sono l'uomo più contento del mondo, perché ho giocatori che fanno parte di una squadra come il Napoli e per vincere ci vogliono quelli forti. Ma mi danno più importanza di quella che ho.

Anche Di Lorenzo è spesso nel mirino delle critiche.
Di Lorenzo ha vinto due scudetti, una Coppa Italia, è campione d'Europa e capitano del Napoli (e ha aggiunto una Supercoppa al suo palmares, ndr). Giocare otto anni nel Napoli, sopportare le pressioni che ti dà questa città a livello mediatico e di tifoseria, non è da comuni mortali in senso calcistico. Quelli che insultano Di Lorenzo dovrebbero vergognarsi e sciacquarsi la bocca quando lo nominano.

È vero che i contratti del Napoli sono diversi da tutti gli altri? Questa storia dei diritti d'immagine che valgono nell'universo, ad esempio.
È una storia vera. Il Napoli è una grande società, non solo perché è una delle poche che paga puntuale. I contratti sono complessi perché hanno una visione 20 anni avanti rispetto agli altri. È scritto che il Napoli è proprietario dei diritti d'immagine anche sulla Luna e tante altre cose. Chi gioca nel Napoli deve essere molto inquadrato sul piano dell'immagine. Ma questo è un bene per il calciatore: lo obblighi a non sbagliare. E non fanno cazzate perché hanno paura di quei contratti.

Con chi hai avuto la trattativa più estenuante?
Lotito. Per il rinnovo di Zaccagni ci vedemmo a cena in un ristorante a Roma e siamo rimasti a trattare fino alle 7 del mattino. Forse pensava che mi addormentassi, che avrei ceduto. E invece, siccome la notte per me è come il giorno, sono stato più sveglio di lui.

Giuffredi e Zaccagni dopo il rinnovo di contratto.
Giuffredi e Zaccagni dopo il rinnovo di contratto.

E qual è stata la chiamata più strana che hai ricevuto?
De Laurentiis mi chiamò il giorno dopo un Milan-Napoli, insultando Mario Rui. Ma Mario Rui non aveva giocato quella partita perché era squalificato. Non ho mai capito cosa volesse davvero.

Qual è stato il momento più difficile?
Quando c'è stata l'indagine della Guardia di Finanza. Chi non ci è passato non può capire. Inizi a pensare: "Come faccio a venirne fuori?". E di riflesso comincia una dinamica per la quale ti provano a infangare, vanno dai tuoi calciatori a dire che sei una cattiva persona, provi a prendere dei giocatori e scopri che sono già passati altri procuratori a parlare male di te. Non sono crollato perché sono bravo nel mio lavoro e ho un gruppo di calciatori che sono anche grandi uomini. Mi hanno mostrato riconoscenza.

Oggi hai in procura un'intera famiglia, quella dei fratelli Esposito. Li hai presi tutti assieme?
No, uno alla volta. Ho preso prima Salvatore che era il più grande. Un ragazzo che mi è sempre piaciuto tantissimo. Sottovalutato tecnicamente, perché è fortissimo, e di livello sul piano umano. Di lui mi sono innamorato proprio come persona. Poi è toccato a Sebastiano, che era in auge perché giocava già nell'Inter. Ma mi stava sul cazzo.

I fratelli Pio e Sebastiano Esposito con Giuffredi.
I fratelli Pio e Sebastiano Esposito con Giuffredi.

Come?
Sì, non ne volevo sapere niente. Ha sempre avuto il suo caratterino e lo dicevo anche al padre. Successivamente ha avuto delle problematiche nel suo percorso e mi è stato chiesto di prendere anche lui. Io non sono stupido, l'ho sempre visto che era un giocatore forte, anche se non mi era simpatico, e quindi l'ho preso volentieri. Oggi è uno dei giocatori a cui sono più legato. È la mia fotocopia: anche io sto sul cazzo a tutti. Ma se poi mi conosci, capisci che dietro l'apparenza c'è un'altra persona. E Sebastiano è così. Ci vogliamo molto bene.

E alla fine è arrivato Pio.
La sua situazione è nata in automatico, avendo già gli altri due. Con lui siamo stati bravi e in tre anni è diventato il centravanti della Nazionale. Ma siamo stati bravi perché lui è forte.

La sua crescita in questi mesi è stata prorompente. 
Pio è un ragazzo di un'intelligenza al di sopra della media. E ha avuto una grande fortuna, i suoi fratelli. Vive del loro vissuto e ha fatto tesoro delle esperienze di entrambi. Ha capito cosa vuol dire stare a certi livelli, soprattutto con Sebastiano, e che serve equilibrio. Poi noi ci mettiamo il nostro, la famiglia fa lo stesso e lui riesce a non andare via di testa, a restare sempre centrato nel bene e nel male. Vi racconto un aneddoto.

Vai.
È stato premiato al Gran Galà del Calcio, dove i procuratori non possono essere invitati. Pio va a ritirare il premio e ha un posto riservato con lui. Mi dice: "Vorrei venissi tu con me". È un pensiero che gli è venuto spontaneamente, perché crede sia stato una persona importante per lui.

È vero che sono già arrivate proposte importanti?
Di offerte ce ne sono state. Però a Pio, come a tutti i giocatori, ho sempre detto: "Nel calcio chi va dietro ai soldi è destinato a morire". Gli ho sempre consigliato di seguire il cuore, di scegliere ciò che lo fa stare meglio con se stesso. Non ha mai avuto l'esigenza di prendere in considerazione altre proposte perché il suo amore è sempre stato l'Inter. La sua storia è bella: è partito dai ragazzini con Chivu ed è diventato il centravanti della prima squadra con Chivu. Anche il club è sempre stato innamorato di lui. Quando ci sono due entità che si esprimono amore a vicenda, perché pensare ad eventuali offerte che arrivano? I soldi non sempre rendono felici.

Giuffredi con Pio Esposito, premiato al Golden Boy.
Giuffredi con Pio Esposito, premiato al Golden Boy.

Com'è il tuo rapporto con i genitori?
Ho preso in procura pure il papà. Agostino Esposito è un personaggio. Io non amo confrontarmi con i genitori, faccio il mio lavoro pensando che devo rendere conto ai calciatori, e non ai papà. Ma lui è uno dei pochi con cui mi piace chiacchierare: lo chiamo, parliamo di tutto, è diventato amico e complice. Ho stima per i sacrifici che ha fatto insieme alla moglie Flavia: partire da Castellammare senza un euro e andare a vivere a Brescia, in un contesto sociale totalmente diverso, non è da tutti.

A proposito di famiglie. La gestione della storia tra Zaccagni e Chiara Nasti è stata complessa?
Assolutamente no. Chiara Nasti è una delle ragazze più intelligenti che abbia mai conosciuto. Tutti si fermano all'apparenza. Perché è bella, è sveglia, si è creata un lavoro che non tutti sono riusciti a crearsi. Non c'è stato mai modo di entrare in questioni private perché Chiara è seria e ama Zaccagni alla follia. Chi la vede sui social si fa un'idea, come se la fanno di me. Ma è tutt'altra persona. Bada ai figli, si prende cura del marito, porta avanti il lavoro che si è creata da sola.

C'è una cosa che da domani non vorresti più leggere sul tuo conto?
Sentirmi discriminato perché napoletano. È facile fare un titolo su un napoletano, un siciliano. Si dovrebbe guardare più in altre posti, dove forse c'è di peggio. Quando si tratta dei meridionali, sul napoletano in particolare, è sempre tutto più ingigantito. E questa è una cosa che mi fa profondamente male. Perché in questa città, con le sue criticità e le sue problematiche, c'è tantissima brava gente e un po' di brutta gente. Noi napoletani abbiamo una marcia in più, siamo troppo più avanti degli altri.

Se oggi non fossi stato un procuratore, che cosa avresti fatto?
Credo che avrei preso una brutta strada. Il calcio è stato tutto per me e senza questa passione non avrei fatto qualcosa di bello. Oggi trovo che il mondo sia cambiato in positivo: negli anni '90, o inizio anni 2000, era molto più facile trovarsi su strade sbagliate. E il calcio non me l'ha permesso.

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Qual è il primo oggetto che ricordi di aver messo qui, nella sede della tua agenzia?
La foto di Luciano Moggi. Per me è stato il più grande dirigente italiano di tutti i tempi, il Maradona dei dirigenti. Una vittima del nostro calcio: ha pagato colpe più grosse di quelle che aveva, anche non sue. Io sono nato senza soldi, anzi con i debiti, e ho sempre avuto tre modelli di vita: Silvio Berlusconi, Luciano Moggi e Nino D'Angelo. Avevo il sogno di poterli incontrare, conoscere le loro storie e diventarne amico. Mi sono nutrito seguendo le loro vite, imparando ogni cosa su di loro, prendendoli ad esempio in tutto. L'unico che non sono riuscito a conoscere è stato Berlusconi.

Gli altri due?
Di Nino e Luciano sono diventato amico. Sono stato anche a cena a casa di Moggi, a Monticiano. È stato molto gentile. C'erano la moglie, i cognati, abbiamo parlato di calcio fino a mattina inoltrata.

Qual è la bugia che ti è pesato di più dover dire?
Io dico bugie in continuazione. Mia moglie dice: quando parli non riesco più a capire se è una verità o una bugia. Mi è dispiaciuto quando ho dovuto coprire qualche giocatore che aveva fatto il birichino ed era stato scoperto dalla moglie. Ho molto rispetto delle donne, delle compagne dei calciatori. A volte qualcuno dei miei ragazzi si trova in una strettoia e non sa più come uscirne, quindi mi chiede aiuto. E ho dovuto dire bugie a fin di bene per salvare delle famiglie.

C'è qualcosa che hai tolto alla tua famiglia per fare questo lavoro?
Tutto. Mia moglie è la persona a cui devo tutto nella mia vita. Quando mi sono sposato nel 2006 l'ho resa vedova, perché per fare bene questo lavoro devi lavorare 20 ore al giorno, girando l'Italia e l'Europa. A lei ho tolto tanto e devo ringraziarla. Non sono neanche bravo a farlo, non sono molto dolce.

Però ora lo hai fatto.
Sì, ora gliel'ho detto. Anche con i miei figli sto cercando di recuperare. Per questo dico che tra qualche anno vorrei fare il dirigente, anche per stare più vicino alla mia famiglia. Il tempo che ho tolto a tutti loro è l'unico rimorso che ho nella vita.

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