Marco Gabriele: “C’erano arbitri che non decidevano e aspettavano il VAR. Così non si può arbitrare”

Marco Gabriele è stato un arbitro, ha svolto questa professione per tanti anni. Nelle ultime sette stagioni della sua lunga carriera ha diretto partite di Serie A, dirigendo anche incontri di Juventus, Inter e Roma. La sua carriera si interruppe bruscamente a causa di Calciopoli, da quella vicenda ne è uscito pulitissimo. Nel mondo del calcio ci è tornato lavorando per Frosinone e Lazio, come addetto agli arbitri. A Fanpage.it ha parlato degli anni vissuti nel calcio, ma anche dei cambiamenti che nel mondo arbitrale ha prodotto l'uso del VAR.
Sei stato un arbitro per tanti anni, sei da sempre nel mondo del calcio. Come mai anche con il VAR ci sono ancora errori arbitrali?
Il VAR è un grande aiuto, ma purtroppo ha ‘causato' un'involuzione di quella che doveva essere la principale capacità arbitrale. Perché all'arbitro era richiesto principalmente di saper discernere i i falli. Cioè capire quando il singolo intervento era fallo o meno, questo perché il calcio è uno sport di contatto. Ora questo viene un po' meno soprattutto a grandi livelli. Quando sali di categoria la differenza non la fa tanto la capacità tecnica, ma la personalità che tu arbitro devi imporre ai giocatori, che si trasmette anche con il metro che ogni arbitro applica in modo diverso.
Quindi cosa è avvenuto in questi anni?
Il punto è che noi siamo passati da una classe arbitrale, quella pre VAR, ma soprattutto quella pre Calciopoli, dove c'erano personaggi del calibro di Collina, Cesari, Braschi, Borriello, Farina, Messina, Paparesta, Bertini che avevano oltre a una grande capacità tecnica, anche una grande personalità e riuscivano a imporsi con i giocatori, così facendo in campo poi in campo c'era anche diciamo un comportamento più etico da parte dei dei calciatori.
Oggi tra le altre cose, purtroppo, si ha l'idea che si simuli di più.
La simulazione all'epoca nostra era una simulazione che avveniva all'interno dell'area di rigore, simulazione con la quale il calciatore cercava di portare a casa il rigore. Oggi si assistono a delle simulazioni che vengono fatte per cercare di ingannare l'arbitro sia per gli eventuali falli che per i cartellini gialli e ancor peggio per i rossi.
In generale gli arbitri sembrano essere molto più dipendenti dal VAR?
Purtroppo molti giovani arbitri non hanno avuto il tempo di sviluppare pienamente la propria personalità e si ritrovano spesso a prendere decisioni troppo rapide, senza la possibilità di riflettere davvero e in alcuni casi non hanno poi il coraggio di confermare quanto visto in campo quando arriva l'intervento del VAR. Considera che nel 90% dei casi, la decisione iniziale nasce dall'istinto arbitrale, quello che li ha portati fino alla Serie A, quell'istinto che li ha portati negli anni ad assumere le decisioni più importanti nella loro carriera. All'intuito si aggiungono l'esperienza e la personalità. Questa mancanza di personalità fa sì che una parte degli errori, nonostante il VAR, derivi proprio dall’incapacità degli arbitri di mantenere ferme le proprie decisioni.

Perché l'intuito è fondamentale per un arbitro?
Nel 90% dei casi la prima decisione, quella presa in campo, è giusta, e molto spesso anche dettata dall'intuito arbitrale. L'intuito arbitrale è una cosa fondamentale, ed è la cosa che principalmente fa la differenza tra chi arriva in Serie A e un Mario Bianchi che pur bravissimo non c'è arrivato. Mario Bianchi vede i falli, corre, segue l'azione, ma poi non ha la capacità di interpretare le partite all'interno del campo tanto nei Dilettanti che in serie C e non sarà in grado di fare quella differenza che poi devi fare quando sei a San Siro.
Per te l'intuito è stato importante nella tua carriera?
Io ricordo un episodio. Era una una partita dell'Inter che giocavain casa, penso fosse un Inter-Ancona. Nei primi minuti, forse all'ottavo o al nono del primo tempo c'è calcio d'angolo a favore dell'Inter Vieri va di testa, colpisce il pallone e segna. Io avevo visto che si era allungato molto per colpire e soprattutto ho visto che quando era entrato il pallone in rete anziché esultare la prima cosa che ha fatto è stato guardarmi. A quel punto io gli fischio fallo di mano. Lui viene da me, non reclama, ma mi dice: "Come hai fatto a vederlo?". Io gli rispondo: "Me l'hai detto tu quando mi hai guardato". Se l'intuito non ti aiuta allora è il VAR che ti corregge. Ma questo è raro, perché a un arbitro esperto difficilmente succede.
Negli ultimi anni hai lavorato per la Lazio e il Frosinone e ti sei occupato della formazione dei calciatori, in che cosa consiste?
Sì, ho lavorato per quattro anni alla Lazio. Una stagione l'ho fatta quando in panchina c'era Simone Inzaghi, le altre tre invece con Sarri e mi occupavo della formazione dei calciatori rispetto al comportamento da avere in campo. Siamo passati dall'essere la squadra più ammonita a una grande riduzione dei cartellini. Il mio ruolo era quello di spiegare ai calciatori come comportarsi. Oggi è opportuno che un giocatore quando un arbitro gli fischia un fallo contro usi termini tecnici e l'educazione.
Tornando al VAR. Il protocollo da sempre rappresenta un problema, perché è così?
Quando è stato scritto il protocollo VAR per la prima volta, quasi dieci anni fa, è stato creato senza casistica, senza niente. Ora se io domani vado a fare un corso da giornalista ci sarà qualcuno che mi spiega l'etica. Perché? Perché esiste una casistica. Quello che posso o non posso scrivere. Quando hanno deciso di fare il protocollo VAR non avevano molte strade. O prendevano il regolamento e qualunque cosa la facevi rivedere al VAR, ma a quel punto facevi la moviola in campo. Oppure prendevi in oggetto solo le cose più importanti: cioè la segnatura di un rete, un rigore non concesso o un'espulsione sbagliata. Cose che possono cambiare l'indirizzo di una partita e incidere sul risultato finale. Oggi c'è una casistica più importante che Pierluigi Collina ha già modificato e per questo avremo delle variazioni ai Mondiali.

Resta il fatto che il VAR non ha diminuito le polemiche?
Sarri in panchina ogni tanto mi diceva: "Ma come? Voi arbitravate senza VAR e noi non dicevamo nulla, si accettava tutto. Adesso che c'è il VAR e si prendono le decisioni sbagliate?". Una stortura del sistema c'è. Perché non è scritto da nessuna parte che chi smette di arbitrare debba necessariamente andare a fare il VAR, se è bravo lo fa, altrimenti no. Non basta fare il corso, non bastano un po' di partite da VAR per poter essere abilitati. Sono sempre più convinto che un bravo VAR deve aver diretto determinate partite, perché se fai il VAR di Inter-Milan e tu Inter-Milan non l'hai mai arbitrata puoi avere dei problemi. Chiaramente se in situazioni discusse se c'è un un VAR esperto come Mazzoleni o un arbitro di alto livello come Doveri è tutto molto più facile.
Il VAR può condizionare gli arbitri nelle decisioni prese sul campo?
Sai che cosa succedeva i primi anni di VAR? C'era qualche arbitro, del quale non faccio il nome, che non decideva, aspettava di essere chiamato dal VAR e stava sempre tranquillo. Ma così non si può arbitrare. E soprattutto una partita così non va da nessuna parte, anche perché c'è il rischio di perdere il controllo della partita. E questo tipo di atteggiamento era stato utilizzato da qualche allenatore più scaltro o da qualche giocatore più scaltro. Sai per fare cosa? Per effettuare comportamenti non sportivi.
Parli di comportamenti che possono influire sul corso delle partite?
Sì, perché se tu attui comportamenti non sportivi al centro del campo magari su qualcosa dove l'arbitro non può intervenire influenzi la partita. E ci sono degli allenatori e delle squadre che studiano queste cose. Io quando ho lavorato al Frosinone e alla Lazio ho studiato gli avversari ma ho fatto capire anche ai calciatori di non ingannare i calciatori. Perché la nostra finalità non era quella di mettere in condizione di sbagliare o di difficoltà l'arbitro. L'etica imporrebbe questo.
Quando eri dall'altra parte della barricata come hai preparato i calciatori?
Quando ero al Frosinone e alla Lazio mi preparavo sugli avversari, su quanti falli facevano, dove li facevano, quali erano gli avversari più fallosi in ogni partita, che tipo di atteggiamento aveva la squadra avversaria in termini di fallo tattico o di interruzione delle azioni d'attacco. Ma parlavo anche con i calciatori e a loro spiegavo come rivolgersi agli arbitri e gli facevo capire che con le telecamere era inutile fare sceneggiate. Insomma è come se una persona che sa di essere ripresa da una telecamera va a rubare al supermercato. Come quando un calciatore si mette una mano sul volto se prende una botta alla spalla.
C'è anche problema relativo anche alla Serie A?
Sì è anche così. Ti faccio un esempio. Prendo un arbitro molto bravo cioè Sozza, che arbitra anche in Champions League. Quando arbitra in Europa ha una media di 18 falli a partita, mentre in Italia ne fischia 25 a partita. Ricordo quando ero alla Lazio una partita con il Bayern nella quale vennero fischiati 13 falli in totale. La Lazio oggi, come all'epoca, ha una media di 14 o 15 a partita. Gli arbitri in generale preferiscono fischiare in Italia perché così si evita la polemica, si evita che il calciatore sbracci o dia fastidio.

Si parla tanto anche dei voti che i commissari danno agli arbitri, puoi spiegare come funziona?
Gli arbitri vanno avanti in base ad una valutazione che viene fatta ogni domenica da un ex arbitro. Il commissario speciale, una figura che esiste in ogni categoria, dalla prima categoria fino alla Serie A. Una delle domande che ha il peso maggiore sul voto finale dell'arbitro è questa: ‘consente ai calciatori di dissentire dalle proprie decisioni con gesti e atteggiamenti non sportivi e o plateali'. Qui torniamo al discorso di prima. Perché la risposta in questo caso da cosa dipende? Dalla personalità dell'arbitro. In Champions League puoi avere condizioni migliori per arbitrare, così come succede in generale all'estero. Considera che 10 o 12 falli in meno in una partita possono significare 5 o 6 minuti di gioco effettivo in più".
Quando tu arbitravi i calciatori in campo si comportavano meglio rispetto a quelli attuali?
Quelli di prima diciamo che erano più schietti, erano anche difficili da arbitrare, però erano genuini. Cioè, il fallo che faceva Davids o che faceva Montero era un fallo che finiva là, era un fallo vero. La simulazione che faceva un giocatore era una simulazione all'interno dell'area di rigore. Il giocatore non simulava perché aveva preso una manata sulla spalla e si metteva le mani in faccia per 10 minuti.
Oggi che attività svolgi?
Io non ho mai smesso di lavorare, anche quando facevo l'arbitro. Sono un agente in attività finanziarie, ho delle agenzie per finanziamenti ad imprese e a privati, a Firenze, Frosinone, Roma e Milano.
Hai vissuto dall'interno il mondo arbitrale, che generalmente appare unito. C'è una vera solidarietà?
Da subito ti insegnano che sarai un uomo solo durante tutte le partite e durante tutta la carriera. Perché? Perché purtroppo l'arbitro è il capro espiatorio principale per chiunque.
Sei stato coinvolto anche in Calciopoli, tuo malgrado visto che sei stato assolto con formula piena.
Guarda quello è stato un momento molto difficile a livello personale, molto brutto per il calcio italiano e per gli arbitri. Per quanto riguarda me è tutto dimostrato dalle sentenze. Non ho avuto nessuna squalifica dalla giustizia sportiva, per me è stata una grandissima burla. Per tanti arbitri la carriera finì purtroppo, uno dei pochi che è rimasto ad arbitrare fu proprio Gianluca Rocchi, anche lui assolto con formula piena. Fu un momento difficile che sapevo di poter affrontare perché non c'erano né il cadavere né la pistola fumante per me. Insomma, non potevano accusarmi.
Ora ne parli con tranquillità, ma vivesti un periodo molto duro.
Per molti ci fu un un'interruzione quasi repentina. C'erano arbitri che avevano grandi prospettive penso a Pieri o a Paparesta o a Massimo De Santis che doveva fare i Mondiali del 2006. In generale ricevetti poca solidarietà, da tutti perché, ovviamente, fu forte l'impatto mediatico. Finimmo con le nostre facce sui giornali, era lo scandalo più importante del calcio italiano, venne definito così perché erano coinvolti gli arbitri. Indagarono su conti correnti personali e dei familiari, dove non trovarono assolutamente nulla perché non c'era niente da trovare.
C'è una cosa che ricordi particolarmente di quegli anni?
Avevo la sensazione, che ancora oggi ogni tanto alberga nella mia mente, che quando mi trovavo con qualcuno che magari mi veniva presentato o con persone che conoscevo da poco, che ogni volta che veniva fuori il discorso della carriera arbitrale, salutandoli, andando via, pensavo che magari quelle persone potessero dire: "Ah, sì, sai, quello è quello Marco Gabriele, quello si vendeva le partite". Questo è capitato molto spesso, soprattutto negli anni 2007, 2008, 2009, cioè nell'immediatezza di quanto è accaduto tutto, Ma anche recentemente è accaduto qualcosa che mi ha colpito tanto e riguarda mio figlio.

Che cosa è successo?
Un anno fa mio figlio, che ha a 15 anni e fa il liceo, torna a casa, viene da me e mi dice "Papà, ma mi racconti quello che è successo quando c'è stato Calciopoli?". Alla domanda ovviamente ho risposto, gli ho detto sì te lo spiego bene, però prima gli ho detto: "Ma come mai lo vuoi sapere?". Lui ha nicchiato ma mi sembrava chiaro che qualcuno avesse fatto qualche battuta a scuola. Ai miei figli ho raccontato tutto. Hanno visto anche i giornali perché qualcosa ho confermato.
Per quale partita eri stato coinvolto?
Allora io non ero stato coinvolto in qualità di arbitro nelle partite poste sotto l'attenzione degli inquirenti né sono stato coinvolto per l'alterazione del risultato né ero stato coinvolto in telefonate. Io ero semplicemente il quarto uomo di una partita molto discussa, la più difficile anche emotivamente tra quelle che si giocò in quel periodo: era un Roma-Juventus. Perché quella era la partita che vedeva Capello per la prima volta da avversario della Roma all'Olimpico dopo essere andato via di notte senza dire niente a nessuno, dopo che aveva detto che sarebbe rimasto a Roma. Io l'unica colpa che ho avuto è essere stato il quarto uomo di quella partita.
Ora, per quanto si possa pensare che una persona possa incidere sul risultato, devo dire che da quarto uomo diventa veramente difficile. La Juventus vinse 2-1 con delle polemiche. Perché in occasione del primo gol l'assistente Narciso Pisacreta, che credo l'ultima valutazione errata di un fuorigioco l'aveva fatta in una partita ragazzini al settore del giovani regionale, commise un errore. Una persona affidabilissima come poche, ma d'altronde gli errori fanno parte del gioco, come sbagliano i giocatori ma quell'errore però ha creato tutto questo caos.