La 4, la 5 e la 6: la distribuzione nelle sale VAR di Lissone non era casuale, l’inchiesta arbitri

I testimoni dell'inchiesta milanese sugli arbitri (che vede il designatore Rocchi e il supervisore VAR Gervasoni indagati per frode sportiva in concorso) parlano, eccome se parlano. Sentiti nei mesi scorsi dai titolari del fascicolo che è intestato al PM Maurizio Ascione, arbitri ed ex arbitri spiegano, raccontano, dettagliano come funzionava (fino allo scorso anno, visto che le presenze per ‘supervisionare' i VAR a Lissone si sono diradate dopo l'invio sistematico degli ispettori federali in seguito alla lettera esposto dell'ex assistente Domenico Rocca del 22 maggio 2025) il sistema che secondo l'accusa prevedeva, oltre a designazioni arbitrali "combinate" per le partite di Serie A (viene espressamente citata l'Inter, non indagata), anche interferenze (non consentite a protocollo) delle decisioni prese in sala VAR, tramite l'ormai noto metodo delle ‘bussate' sul vetro e del codice dei segni, dal pugno chiuso alla mano alzata.
Oltre alla chiara irregolarità del condizionare dall'esterno l'operato di VAR e AVAR mentre erano al lavoro sulle singole partite (il protocollo vieta tassativamente qualsiasi intervento di persone fuori dalle stanze, per quello sono insonorizzate), il punto su cui verte più di una testimonianza è l'alterazione della competizione che deriverebbe dal fatto che questi condizionamenti non avvenissero per tutti gli incontri e tutti i team VAR, con scelte che erano figlie sia della partita (più o meno importante) che soprattutto di chi era stato designato all'assistenza video.

Gianluca Rocchi, indicato come ‘dominus' assoluto di questo sistema – con una concentrazione di potere che non ammetteva opposizione, pena la perdita di tutto (carriera e relativi introiti) – aveva un gruppo di ‘fedelissimi' che godevano dei suggerimenti per prendere le decisioni giuste tramite bussata sulla vetrata alle loro spalle e successivo input dopo essersi girati, in modo da restare alti nella graduatoria di merito da cui dipendeva il prosieguo della loro attività, il numero delle partite e in ultima analisi il loro benessere economico.
La collocazione non casuale dei varisti nelle stanze del VAR Center di Lissone
Questo ‘aiuto' – svela ‘Repubblica' dai verbali dell'inchiesta – veniva agevolato dalla collocazione dei VAR in questione in alcune stanze specifiche del centro unico di Lissone: le sale 4, 5 e 6 erano quelle migliori da questo punto di vista, visto che sono collocate centralmente alle spalle del tavolone di chi quel giorno si trovava lì in veste di supervisore (Rocchi e Gervasoni sono ad ora gli unici due nomi) e quindi più facilmente raggiungibili.

Le altre stanze, quelle collocate invece ai lati della sala centrale di supervisione (che di fronte ha una parete tutta coperta da monitor), venivano destinate ai VAR che non avevano bisogno di interventi esterni, evidentemente per più di un motivo (singole capacità, status personale, tipologia di partita, non appartenenza al gruppo di cui sopra).
Tutte cose su cui gli inquirenti chiederanno conto ad Andrea Gervasoni nell'interrogatorio di oggi (Rocchi ha scelto di non presentarsi).