Malagò salvato da Chinè sull’eleggibilità: l’Italia di Mancini può concentrarsi sulla Nations League

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Si chiude con la richiesta di archiviazione l’inchiesta sull’eleggibilità a presidente FIGC di Giovanni Malagò: Cinè ha rispettato la linea utilizzata anche nei precedenti casi federali, “salvando” il sistema da un possibile nuovo tsunami.

C’è una linea di continuità che, nella giustizia sportiva, a volte pesa più di qualsiasi cavillo, evidenziata questa volta da Giuseppe Chinè, capo della Procura Federale, che sta per proporre alla Procura generale del Coni l’archiviazione dell’indagine sul mancato tesseramento di Giovanni Malagò e la spada di Damocle sulla testa del capo federale per il rischio ineleggibilità. Non è una novità assoluta, dopotutto, ma un film rivisto: due anni fa lo stesso schema aveva messo al sicuro l'allora neo Presidente FIGC Gabriele Gravina e, prima ancora, lo stesso metro era stato applicato ad altri, tra cui Abete. Oggi quella lettura torna utile a consolidare la posizione di Malagò eletto lo scorso 22 giugno, e a togliere un’incertezza che, a poche settimane dalle prime uscite ufficiali della Nazionale, rischiava di diventare un problema che avrebbe riportato l'intero sistema sul bordo del baratro.

La formula che "salva" Malagò: "essere in regola" non significa "avere già la tessera"

Il punto nodale risiede nell’articolo 29, comma 1, dello Statuto federale, nel quale si dice che possono essere eletti o nominati alle cariche chi è "in regola con il tesseramento alla data di presentazione della candidatura". Chinè ha interpretato quella formula non come un obbligo di possesso materiale della tessera FIGC al momento del deposito, ma come rispetto delle prescrizioni e dei requisiti previsti per chi è già in possesso di una tessera federale. In pratica Malagò, come i suoi predecessori recenti, anche se non risultava iscritto nell’anagrafe federale con il modulo S400 al momento della candidatura, dove l'assenza del documento era un fatto accertato, ha potuto essere regolarmente eletto.

La lettura proposta dal Procuratore federale considera dunque condizione sufficiente che non ci siano violazioni delle regole di tesseramento, per chi già ne detiene una come nel caso di Malagò. Il precedente esiste, è concreto e viene richiamato ora ed è il riferimento alle decisioni di Taucer, a suo tempo Procuratore del Coni, che aveva archiviato e chiuso l’esposto su Gravina con le medesime motivazioni.

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Malagò (a destra) insieme a Claudio Ranieri e a Roberto Mancini il giorno della loro nomina a Direttore Tecnico e CT

Il "caso" Malagò e perché i ricorsi non hanno mai avuto esito positivo

Tutto parte dai ricorsi dell’avvocato Renato Miele, ex calciatore della Lazio che aveva tentato di candidarsi alla presidenza senza il sostegno di una delle componenti federali, requisito previsto dall’articolo 24 e per questo era stato escluso. Miele aveva impugnato non solo la propria non ammissione, ma anche l’ammissione di Giovanni Malagò e di Giancarlo Abete, sollevando proprio il tema del tesseramento. I giudici sportivi, dal Tribunale federale alla Corte federale d’appello fino al Collegio di garanzia del Coni, hanno sempre dichiarato inammissibili quelle parti dei ricorsi visto che lo stesso Miele, non essendo candidato legittimato, non aveva titolo per contestare le altre candidature.

La questione legata al tesseramento, però, non è sparita, con la Procura generale del Coni che aveva chiesto alla Procura FIGC di acquisire la documentazione e di valutare i fatti, ora chiusi proponendo l’archiviazione che, tuttavia, non è un’assoluzione di merito su un’irregolarità contestata, ma la conferma di un’interpretazione consolidata.

Cosa mancava davvero a Malagò e cosa dice il regolamento FIGC

Il tesseramento formale avviene con la compilazione e l’accettazione del modulo S400 nell’anagrafe federale. Di quel documento, intestato a Malagò e riferito alla data di candidatura, non c’è effettivamente alcuna traccia. Tuttavia, la norma non richiede esplicitamente "essere tesserati da tot mesi" o "possedere la tessera fisica", ma di essere semplicemente "in regola". L’interpretazione di Chinè colloca la situazione dentro un perimetro di rispetto delle prescrizioni, non di possesso immediato al momento del deposito, in una lettura legittima, e che, finora, ha evitato di far decadere presidenti federali su questioni formali emerse dopo l’elezione.

L'equilibrio che serve alla FIGC e all'Italia alla vigilia del nuovo percorso

La FIGC di Malagò è ancora agli inizi con il movimento azzurro che sta cercando di stabilizzare la rotta: un nuovo caos giudiziario-sportivo avrebbe significato decadenza, nullità potenziale degli atti e un vuoto di guida proprio mentre la Nazionale deve tornare in campo fra poche settimane. Il 25 settembre, all'Olimpico di Roma, l'Italia di Roberto Mancini affronta il Belgio nella prima giornata di Nations League. Tre giorni dopo, il 28 settembre, trasferta a Bursa contro la Turchia. Poi, il 2 ottobre, Francia allo Stade de France e, il 5 ottobre, di nuovo Turchia al Dall’Ara di Bologna. Quattro impegni in undici giorni, contro avversari di Lega A, con un progetto tecnico appena avviato. In questo contesto, togliere dalla testa di chi guida il rischio di un procedimento che possa scardinare tutto appare un tentativo concreto di proteggere la continuità operativa. Malagò resta al suo posto. La FIGC, almeno su questo fronte, può concentrarsi sul campo.

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