"Arrestate i poliziotti che hanno ucciso Breonna Taylor". Lewis Hamilton fa ancora parlare di sé, non solo per la vittoria numero 90 della carriera (che lo porta a -1 dal record di Michael Schumacher) ma anche per l'ennesimo messaggio a sfondo sociale che ha lanciato. Lo ha fatto appena salito sul podio della Formula Uno per la vittoria nel primo Gran Premio della Toscana al Mugello. Capo chino, mani incrociate dietro la schiena durante l'esecuzione dell'inno nazionale e una maglia sulla quale c'è la denuncia nei confronti dei metodi adottati dalla polizia americana. È così che si è presentato il campione del mondo della Mercedes.

Chi è Breonna Taylor? È la giovane afro-americana (26 anni) rimasta uccisa a Louisville (nel Kentucky) il 13 marzo scorso durante una sparatoria. I colpi (8 quelli che raggiunsero il corpo della vittima) furono esplosi da tre agenti del dipartimento di polizia locale nel corso di una perquisizione effettuate nell'abitazione della donna. L'episodio ha destato attenzione quando gli uomini delle forze dell'ordine sono stati messi in congedo amministrativo e l'Fbi ha deciso di aprire un'inchiesta sull'accaduto. Il motivo? Sul verbale della vicenda non c'era alcun riferimento né alla dinamica della sparatoria né alle lesioni riportate dalla donna.

Il caso di Breonna Taylor. È tornato in auge quando, a fine agosto, la rivista Vanity Fair le aveva dedicato la copertina del numero di settembre sollevando ancora una volta il tema razziale, alimentato la perplessità sulla trasparenza dell'indagine e nei confronti del comportamento della polizia. Le ennesime nel solco delle proteste per l’uccisione di George Floyd alle quali fece da cassa di risonanza proprio Hamilton, che sui social network ha un seguito di oltre 20 milioni di follower e si fece promotore del #BlackoutTuesday, la protesta silenziosa contro il razzismo.