Le “bugie” di Paolo Maldini sulla Nazionale: da Guardiola a Pirlo, cosa non torna nel suo racconto
C'è qualcosa che non torna nella verità (la sua verità) che Paolo Maldini ha raccontato sulla brevissima esperienza da direttore tecnico della Nazionale. Anzi, più di qualcosa. Ed è proprio mettendo in fila le sue parole, gli argomenti e gli esempi proposti, nel raffronto con ciò che già esisteva in FIGC e i passaggi della vicenda che emergono una serie di punti oscuri, "bugie", nella sua ricostruzione.
Il primo punto è Guardiola. L'ex capitano del Milan e della Nazionale lo ha descritto a tal punto calato nel progetto Italia da prendere carta e penna per abbozzare le formazioni sui fogli e ipotizzare anche quale nuovo abito cucire addosso all'apparato federale per ridare slancio alla maglia Azzurra nel futuro. Poi, però, si tira indietro a malincuore perché è stanco e ha problemi alla schiena. Ma il senso di spossatezza e voglia di staccare la spina non si manifestano certo alla fine di una lunga chiacchierata a pranzo: c'è oppure no a prescindere. Questo alimenta dubbi sulla spiegazione di Maldini, aspetto poco convincente. E soprattutto non chiarisce quanto fosse davvero vicina alla conclusione la trattativa, ammesso la si potesse definire così.
L'altra faccia della medaglia è la scelta di Andrea Pirlo. È su di lui che s'è consumata la rottura con il presidente, Giovanni Malagò, e la conseguente decisione di farsi da parte assieme a Leonardo. O lui o niente, in buona sostanza. Cosa avrebbe dovuto fare il numero uno della FIGC: consegnargli le chiavi dell'auto a occhi chiusi facendo un passo indietro incomprensibile anche nel solco dei suoi poteri istituzionali? Pirlo non aveva esperienza adeguata alle spalle (come si fa a passare dal catalano che ha vinto tutto e Ancelotti a lui, questo ancora non si è capito come sia possibile) ma solo ombre per la partnership economica col sito russo di scommesse.
E, volendo dirla tutta, non aveva (e non ha) nemmeno il curriculum di chi i gradi di tecnico federale li ha già, da anni e meritati sul campo coi risultati, tutt'altro che desolanti, di Under 19 e Under 20. Maurizio Viscidi, Carmine Nunziata, Alberto Bollini (ora vice di Mancini) tanto per fare dei nomi o anche lo stesso Silvio Baldini: loro sì, sono esempio adeguato quale metro di paragone con la scelta della Spagna di puntare su de la Fuente, che ha fatto una lunga gavetta nelle under della Roja e 4 anni fa venne chiamato alla guida delle Furie Rosse. In sintesi, se Guardiola (tra "i migliori" con Ancelotti, tanto per usare le parole dello stesso Maldini) era l'uomo scelto per rivoluzionare il calcio italiano, se il progetto era ispirato a Cruijff e alla trasformazione radicale di un intero sistema, perché la soluzione immediatamente successiva era un allenatore che è nella B Emirati a e reduce da 3 esoneri?
Altra questione: l'impossibilità di contattare/trattare De Rossi e Grosso. C'è un dettaglio decisivo che toglie credibilità alla sua versione dei fatti: erano sotto contratto e le norme federali impediscono di trattare direttamente con tecnici legati ad altri club. Se è per questo, è poco ortodosso pure aver proposto ad Ancelotti, tesserato col Brasile, la panchina di ct altrove. E anche per loro sarebbe valsa la stessa valutazione fatta per Pirlo: la percentuale di rischio elevatissima per una Nazionale che di certezze ha bisogno come l'acqua in questa lunga camminata nel deserto che sta attraversando.
Infine, c'è Antonio Conte. Non è un mistero che l'ex allenatore del Napoli era il candidato ideale della Serie A. Se davvero l'obiettivo era costruire un progetto pluriennale, perché dopo la reticenza di Guardiola non è stato preso in considerazione un allenatore capace di garantire immediatamente risultati e, soprattutto, tempo al nuovo assetto dirigenziale per lavorare? Era meno malleabile, già… Anche questo interrogativo rende l'intera ricostruzione molto meno lineare.
Ecco perché le "bugie" di Maldini, che è stato un grandissimo calciatore, ma in qualità di dirigente non è che abbia ancora la statura per dettare una linea ignorando altri equilibri di cui tener conto (in una Federazione più che in un club), sono soprattutto le omissioni o una lettura strettamente personale filtrata come verità assoluta nell'intervista al Corriere della Sera: noi eravamo il nuovo e dall'altra parte c'era (e c'è) il "vecchio"; non ci hanno permesso di lavorare; non vogliono il cambiamento; io sono così, prendere o lasciare. In una cornice istituzionale un conto è l'autonomia, altro è ritenersi indipendenti da tutto. Pirlo era una scommessa incomprensibile, non una garanzia. E non puoi impuntarti su una scommessa pretendendo che Malagò faccia da soprammobile.