La nuova frontiera della "simulazione" nel gioco del calcio: non più i "tuffatori", che cercano il contatto e provano a ingannare l'arbitro, ma i "cecchini" del braccio o della mano. Gli shooter a caccia della preda, ovvero il calcio di rigore che può determinare le sorti di un match. È il sospetto alimentato dalla frequenza di massime punizioni concesse nelle ultime giornate. Non basta, però, essere furbi. Occorre avere anche un piede delicato, un tocco felpato e una precisione calibrata al punto da centrare il bersaglio in movimento: in particolare, l'arto dell'avversario.

C'è un'immagine di Juventus-Atalanta abbastanza emblematica: Ilicic è in area di rigore bianconera, a sbarrargli la strada c'è Matuidi. Il centrocampista francese non ha le braccia attaccate al corpo: in realtà non sta commettendo un'infrazione, la dinamica del movimento è tale che quella postura appare congrua rispetto al contesto. Lo sloveno accarezza la sfera, le dà il più classico "colpo sotto", quanto basta per imprimerle la giusta traiettoria.

Lo fa scientemente? Può darsi. L'ex Psg è a un passo da lui e può solo ritrarre il braccio sinistro (come si evince dallo scatto) per evitare il contatto (in realtà no ci sarà alcun contatto perché la sfera sbatterà sul petto del francese). Stessa sensazione come in occasione del cross di Dybala che ha conquistato il primo penalty contro l’Atalanta.

Le novità regolamentari introdotte di recente dall'Ifab per codificare l'intenzionalità dell'infrazione commessa hanno focalizzato l'attenzione sulla posizione delle braccia come discriminante per determinare la volontarietà o meno di un tocco di mano o braccio. Oltre alla posizione degli arti, l'arbitro – in base alla propria discrezionalità e all'aiuto della tecnologia – deve analizzare l'atteggiamento del calciatore nel momento in cui avviene il contatto con il pallone. Dov'è il corto circuito? Nelle decisioni di quest'ultimo periodo in base alle quali a ogni tocco segue una sanzione a prescindere.