Jonathan Biabiany: “L’Inter venne a prendermi nella banlieu. Mourinho mi ha sedotto e abbandonato”

Le storie dei calciatori nascono più o meno tutte uguali: cresciuti col pallone, sognando di diventare come l’idolo di turno e, poi, lottando ogni giorno per coronare quel sogno di bambino. Ma, poi, incontri Jonathan Biabiany, a cui il calcio piaceva il giusto e che non avrebbe mai pensato che potesse diventare la sua vita: “Io ho cominciato per noia. O, meglio, per non annoiarmi. Nella mia “banlieu” giocavano tutti a calcio e io rimanevo isolato. Così, alla fine, mi son buttato anche io”. Da lì, qualcuno lo nota, lo porta a fare provini, gli dicono che è bravo, molto bravo. Il piccolo Jonathan è dubbioso, i suoi genitori meno: “Quando hanno capito che c’erano buone probabilità di diventare un calciatore, mi portavano in braccio agli allenamenti (ride, n.d.r.). A parte gli scherzi, la vita non era semplice nel mio quartiere e la mia era una famiglia umile, l’idea che io potessi diventare professionista, era allettante per tutti”. Ed è così che è cominciata la storia del giovane Biabiany: dai campetti della periferia parigina, all’Inter. Uno shock, ma ben assorbito. Poi Modena, Parma, ancora Inter e ancora Parma, con un passaggio alla Samp, per finire in Spagna, dove – a quasi 38 anni – gioca ancora oggi in terza divisione. In tutto questo, un gol storico, che si è meritato di diventare indelebile…
Allora Jonathan, dei tuoi inizi abbiamo già detto, ma quando – a 14 anni – ti hanno detto che ti voleva l’Inter, cosa hai pensato?
“Credevo mi stessero prendendo in giro. Io giocavo da poco, avevo fatto qualche provino, ma nulla di serio. Mi son detto: “Ma che ci fa l’Inter nella mia “banlieu”? Mi sembrava tutto così strano… Invece era vero e le cose sono state velocissime. L’Inter ha parlato con la mia famiglia, ha fatto una proposta e loro mi hanno messo sul primo volo per Milano (ride, n.d.r.)”.
E com’è stato l’ambientamento a Milano? Non deve essere stato facile arrivare in un altro paese così giovane senza famiglia…
“In realtà non è stato così traumatico, perché eravamo un po’ di ragazzi francesi e abbiamo fatto gruppo. Poi la società non ci faceva mancare nulla. Alla fine ci siamo trasferiti per giocare a calcio, in una delle società più importanti del mondo, non era poi così malaccio come prospettiva (sorride, n.d.r.)”.
Di quel gruppo, chi è riuscito a diventare calciatore professionista?
“Solo io. E non perché fossi il più forte. Anzi, ero probabilmente il meno tecnico di tutti. Quando ero ancora nel mio quartiere, vedevo tanti ragazzini bravissimi partire e andare a giocare in qualche squadra importante, ma poi dopo un anno tornavano perché non si erano impegnati o avevano fatto qualche “casino”. Io mi son sempre detto: “Io nella “banlieu” non ci torno”. Questa è stata la mia principale motivazione”.

Hai mai pensato a cosa avresti potuto fare nella vita se non fossi diventato calciatore?
“Potrei dirti il bandito, ma in realtà non lo so, nessuno può dirlo. La verità è che non mi sono mai posto la domanda, perché ho fatto di tutto per non avere bisogno di un’alternativa”.
E quando hai capito di avercela fatta?
“Quando ho cominciato ad allenarmi con la prima squadra, al fianco di campioni come Zanetti, Ibra, Figo, solo per citarne alcuni. E’ stata una bella sensazione, mai avrei pensato di poter arrivare a certi livelli quando ho cominciato a giocare nel mio quartiere”.
Com’è stato entrare in quello spogliatoio?
“Inizialmente un po’ di soggezione c’è stata, come inevitabile che sia, mi sono sentito piccolissimo. Per i ragazzi di oggi sembra tutto dovuto, ma ai tempi trovarsi di fronte certi mostri sacri era un onore. Se ti dicevano di lavare le scarpe, tu lo facevi. Prova a dirlo adesso ai giovani (sorride, n.d.r.). Comunque, in quella squadra c’erano Vieira e Dacourt, francesi come me, che mi hanno preso sotto la loro ala e mi hanno aiutato ad integrarmi, dandomi tanti consigli. Questo mi ha permesso di entrare nel gruppo più velocemente”.
In quel gruppo, e nelle giovanili dell’Inter, c’era anche un certo Balotelli: che impressione ti aveva fatto il giovane Mario?
“Un ragazzo semplice, sul quale spesso si è romanzato. Parliamo di un ragazzino che ha bruciato le tappe: quando io ero in Primavera, lui era negli Allievi Nazionali e segnava due-tre gol a partita. Poi è salito con noi e ha continuato a segnare. Alla fine è arrivato in Prima Squadra che non era ancora maggiorenne e faceva cose da ragazzino, perché quello era. Io non gli ho mai visto fare nulla di eccezionalmente fuori dalle righe, se non in campo, dove era davvero un fenomeno. In campo dava la sensazione di essere un po’ menefreghista, ma era il suo carattere e, in parte, anche la sua forza”.
Ma sei d’accordo che ha fatto meno di quello che avrebbe potuto?
“Non tanto. Insomma, ha giocato nei migliori club del Mondo, come Inter, Milan, Manchester City, Liverpool e anche nella nazionale italiana, cos’altro doveva fare? Per me ha fatto un’ottima carriera, poi nel calcio ci sono tante di quelle variabili, alcune delle quali incontrollabili, che possono condizionare tutto. Alla fine, però, non mi sembra che gli sia andata così male…”.

Chi altri di quella squadra ti aveva impressionato?
“Vabbé, Adriano era davvero un “animale”, mai visto nulla di simile. Era un colosso enorme, fisicamente una bestia, ma aveva una tecnica da trequartista. Quando calciava, poi, sparava “missili” (ride, n.d.r.). Ecco, se mi parli di giocatori che potevano fare di più, Adri è sicuramente uno di questi, perché per le potenzialità e la qualità che aveva, sarebbe potuto diventare uno dei più forti al Mondo. Per me era uno da Pallone d’Oro. Un altro fenomeno era Coutinho: era arrivato all’Inter a diciotto anni, ma aveva davvero colpi da fuoriclasse”.
Hai citato Cassano: tra tutti quelli con cui hai giocato, era il più geniale?
“Senza dubbio. Vedeva calcio prima degli altri, era un visionario. Tu stavi solo abbozzando il movimento che la palla era già partita. Andava tre velocità più degli altri. A livello tecnico una spanna, ma anche due o tre, sopra tutti e, comunque, aveva una forza nelle gambe pazzesca”.
Tornando a te, non hai avuto una carriera lineare e, ad un certo punto, ti hanno anche fermato per un problema cardiaco: cosa hai pensato in quel momento? Hai avuto paura di dover smettere?
“All’inizio, quando te lo dicono, ti senti crollare il mondo addosso. Ci sono diverse fasi, la prima è quella più drammatica perché la prima cosa che pensi è… oddio, muoio (sorride, n.d.r.). Poi, quando capisci che non è così grave, passi alla seconda: “Potrò tornare a giocare?”. Una volta che ti dicono sì, allora il resto è in discesa, ma certamente in quei momenti la preoccupazione c’è…”.
Per altro, quell’episodio ha evitato un trasferimento choc…
“Eh sì, avevo già firmato per il Milan ma durante le visite mediche hanno trovato questa aritmia. Io, scherzando, dico sempre che il cuore nerazzurro non ha retto (ride, n.d.r.). A parte gli scherzi, io ero – e rimango – interista, ma siamo professionisti, se una delle squadre migliori al mondo ti cerca, non puoi dire di no. Sono poche le bandiere nel calcio e, per quelle, ha un senso rifiutare, ma per tutti gli altri no”.

Immagino che il momento più bello della tua carriera sia proprio legato all’Inter, no?
“Certamente sì, d’altronde non capita tutti i giorni di segnare nella finale della Coppa Intercontinentale (0-3 al Mazembe nel 2010, la stagione successiva al Triplete, n.d.r.). E pensare che non sarei neanche dovuto partire con la squadra… Avevo subito un infortunio e stavo recuperando. Benitez, però, ha deciso di portarmi e, giorno dopo giorno, sono migliorato. Per la semifinale ero indisponibile, ma poi in finale sono andato in panchina: non credevo di entrare, invece il mister mi ha chiamato per buttarmi dentro. All’inizio ero sorpreso, ma appena in campo volevo dare il mio contributo. Certo, non pensavo di riuscire a farlo così velocemente… Praticamente al primo pallone toccato ho fatto gol! Merito di Stankovic che mi ha messo una palla meravigliosa. Quando giochi con certi giocatori, diventa tutto più facile. E pensare che quello è stato anche il mio primo gol con l’Inter…”.
Un gol che, per altro, è un ricordo indelebile…
“Sì, me lo sono anche tatuato (ride, n.d.r.). In realtà. mi sono tatuato la coppa sul braccio, resterà per sempre con me”.
Anche il rientro in campo dopo il problema al cuore deve essere stato emozionante…
“Me lo ricordo come fosse ieri: è successo a Frosinone, Mister Mancini mi ha schierato dal primo minuto e non solo ho fatto una grande partita, ma ho anche segnato e vinto il premio di migliore in campo. Una sensazione indescrivibile. Dopo la partita mi sentivo sollevato, come se avessi scaricato tutta la tensione. E’ stata come la chiusura di un capitolo e l’inizio di una nuova vita”.
Nella tua carriera hai avuto tanti allenatori importanti, chi ti ha lasciato di più?
“Ho cercato di imparare da tutti, ma devo dire che Mancini con me si è comportato benissimo. Nel 2015 torno per la terza volta all’Inter, rientravo dal problema al cuore ed ero un po’ bloccato. Il mister mi ha dato grande fiducia e durante i primi allenamenti da una parte mi tranquillizzava e, dall’altra, mi spronava per sbloccarmi. Il suo appoggio è stato fondamentale per sentirmi di nuovo un giocatore vero”.
Mourinho, invece, lo hai solo sfiorato…
“Sì, è stata una cosa strana. Nella stagione 2009/2010, quella del Triplete, in un Parma-Inter faccio una partita stupenda. A fine gara lui mi si avvicina e mi dice: “L’anno prossimo vieni all’Inter e giochi per me”. In quella stagione vincono tutto e lui va al Real Madrid. Io chiamo il mio procuratore e gli dico: “E adesso che facciamo?”. Alla fine, comunque, mostrano a Benitez alcune mie partite e mi porta all’Inter lo stesso. Devo dire, però, che per qualche giorno sono rimasto un po’ disorientato”.
Si può dire che Mourinho ti ha sedotto e abbandonato?
“Si può dire proprio così (ride, n.d.r.), perché io credevo di andare all’Inter ed essere allenato da lui e, invece, sul più bello, lui se n’è andato. Solo il fatto, però, che un allenatore del suo livello mi volesse, rimane un altro ricordo indelebile della mia carriera”.

Oggi, a 38 anni, giochi ancora in Spagna: strano per uno che ha cominciato a giocare al calcio solo per noia…
“E’ stato così solo all’inizio, ma poi mi sono appassionato velocemente. Da quando ho cominciato a fare provini e ho capito che tutti vedevano in me doti che non credevo di avere, mi sono messo in testa di diventare calciatore. Ad un certo punto, non avrei saputo cos’altro fare. La verità è che volevo fare solo il calciatore e ci sono riuscito”.
E’ stato anche un riscatto per te e un orgoglio per li tuoi genitori?
“Ovviamente sì. La nostra era una famiglia semplice, nessuno di noi immaginava neanche lontanamente che il calcio potesse risolvere tutti i nostri problemi, ma in effetti è andata proprio così. Ricordo ancora l’emozione dei miei genitori quando sono riuscito a comprargli casa. Oppure, quando a mio papà ho regalato la macchina. Sono momenti che li ripagano di tutti i sacrifici”.
E, oggi, torneresti in Italia? E, se sì, in quale veste?
“Sinceramente non ho ancora pensato al futuro. Il vostro Paese mi è rimasto nel cuore, d’altronde ho vissuto più da voi che altrove, ma adesso sono in Spagna da cinque anni e stiamo bene. Adesso penso solo a finire la stagione con l’Antequera (Serie C spagnola, n.d.r.) e, poi, vediamo. L’anno scorso abbiamo sfiorato la promozione in B, quest’anno siamo un po’ lontani, ma vediamo come va a finire e poi decido. Non sto pensando al ritiro al momento, ma sono perfettamente cosciente che quel momento arriverà. Non mi dispiacerebbe fare l’allenatore, ma non so se ne sarò capace. Vedremo…”.
Segui ancora il calcio italiano?
“Certo! Io sono tifoso dell’Inter, quando posso seguo tutte le partite. La squadra è molto forte, mi piace molto come Chivu la fa giocare. Ha giocatori di livello assoluto come Lautaro e Thuram, che sono di un’altra categoria. Quello che mi ha sorpreso di più, però, è Dimarco. Con lui e Bastoni ho giocato a Parma: Bastoni si vedeva subito che era un fenomeno, ma Dimarco non credevo che potesse esplodere così: ottimo giocatore, da carriera importante, ma è cresciuto tantissimo, adesso è senza dubbio uno dei migliori terzini al Mondo. Se non il migliore…”.
A proposito del calcio italiano: vuoi salutare qualcuno?
“Saluto tutti i tifosi dell’Inter e del Parma, che mi sono rimasti nel cuore. Sono le squadre in cui ho giocato più anni e, ovviamente, sono gli ambienti ai quali sono rimasto più legato. All’Inter auguro di vincere lo Scudetto e al Parma di raggiungere la salvezza!”.