Il retroscena di Bordon sui Mondiali 2006: “Le polemiche ci caricarono, vi racconto il segreto di Berlino”

Il 9 luglio 2006 è una data scolpita nel cuore di ogni tifoso italiano: sono passati esattamente vent'anni da quella notte magica a Berlino che ha incoronato l'Italia campione del Mondo per la quarta volta nella storia. Eppure, tra le celebrazioni e i ricordi dei protagonisti in campo, troppo spesso ci si dimentica di chi ha costruito quel trionfo dietro le quinte, lavorando nell'ombra per blindare la nostra porta.
Ivano Bordon, preparatore dei portieri della spedizione del 2006 guidata da Marcello Lippi, incarna perfettamente lo spirito di quel gruppo: umile, concreto e vincente. Con alle spalle una storia unica, campione del mondo da vice-Zoff nell'82 e poi da membro dello staff in Germania, l'ex preparatore della Nazionale a Fanpage.it regala un ritratto intimo di quell'avventura, dalle pressioni di Calciopoli alla gestione del "clan dei portieri" con Buffon, fino alla parata leggendaria su Zidane e all'abbraccio finale con i tifosi.
Oggi sono vent'anni esatti dal trionfo di Berlino. A distanza di due decenni, qual è il primo pensiero che le viene in mente?
"Per me il 2006 rappresentava l'inizio di una nuova avventura, dopo quella vissuta da calciatore nell'82. Iniziare quel percorso da allenatore dei portieri era un grandissimo motivo d'orgoglio, ero fiero di far parte di quel gruppo".

Ecco, lei ha vissuto sia l'82 da vice-Zoff e il 2006 da preparatore. Ha trovato delle analogie tra queste due storiche squadre? C'era un filo conduttore?
"Ho sempre detto che quando l'Italia partecipa a un Europeo o a un Mondiale, prima di partire scoppiano sempre delle polemiche, spesso alimentate anche dai media. Nel 2006 c'era una pressione enorme, l'ambiente era tesissimo. L'analogia più forte sta nei due commissari tecnici: sia Bearzot che Lippi sono stati straordinari nel mantenere il gruppo unito, facendo da veri e propri parafulmini per la squadra".
Sia nel 1982 che nel 2006 si arrivò in un clima ‘infuocato' ai Mondiali. Focalizzandoci sul 2006, poco prima del torneo scoppiò Calciopoli, che fu un terremoto mediatico devastante. Voi a Coverciano come siete riusciti a isolarvi e a trasformare quella tensione in energia?
"In un Mondiale, anche se ci sono dinamiche esterne che possono disturbare, devi concentrarti solo sul calcio e sulla partita. Lippi è stato bravissimo a parlarci chiaro: sapevamo che le polemiche e le pressioni sarebbero arrivate. Abbiamo scelto di tenere tutto dentro al gruppo, riducendo le interviste al minimo. Fu una scelta saggia per preservare i giocatori".

Parliamo di Gianluigi Buffon. In quel torneo subì solo due gol: un'autorete di Zaccardo e il rigore di Zidane in finale. Ha disputato un Mondiale perfetto, coronato da quella parata pazzesca sul colpo di testa di Zizou. Com'è stato lavorare con lui?
"Gigi era il titolare inamovibile, ma dietro avevamo due professionisti eccezionali come Angelo Peruzzi e Marco Amelia. Lavoravamo benissimo tutti e tre. Il lavoro per Buffon era più differenziato, tarato sulla gestione della tensione per la gara successiva, con carichi leggermente più leggeri. La parte complessa era mantenere alta la concentrazione del secondo e del terzo portiere, che dovevano farsi trovare pronti a ogni evenienza. Avendo già lavorato con Peruzzi alla Juve lo conoscevo bene: si è creato un gruppo di tre portieri che si stimavano e si aiutavano a vicenda, senza alcuna invidia".
C'è qualche retroscena inedito sulla lotteria dei rigori contro la Francia? Diedi qualche consiglio particolare a Gigi?
"Noi discutevamo sempre prima delle partite. Ricordo che in passato, anche alla Juventus, gli avevo dato delle indicazioni sui rigoristi ed era andata bene. Prima della finale avevamo studiato i tiratori francesi, ma Gigi al momento decisivo preferiva affidarsi al suo istinto. Io gli dissi: ‘Questi sono i dati, ma se sul dischetto ti senti di fare qualcosa di diverso, fallo'. Nell'imprevedibilità dei rigori, l'istinto del portiere può dare la svolta".
E sulla scelta dei nostri rigoristi? L'idea di Grosso all'ultimo rigore spiazzò tutti.
"Sono scelte che si pianificano, ma che si attuano concretamente sul momento, valutando la tenuta morale e psicologica di ognuno. Lippi è stato un maestro nel gestire la sequenza e tenere Fabio per ultimo, perché Grosso era un ottimo rigorista. Nei rigori conta l'aspetto individuale: se un giocatore avverte meno la tensione e si propone per calciare per primo, è giusto assecondarlo".

C'era un calore immenso da parte dei tifosi italiani residenti in Germania. Com'era l'atmosfera nel ritiro di Duisburg?
"Eravamo in un hotel praticamente blindato, immerso in un bosco. I tifosi non potevano entrare, ma erano lì fuori ogni giorno a incitarci. Il ricordo più bello è il ritorno dalle partite: quando il pullman arrivava in albergo, trovavamo una muraglia di persone che inneggiava alla squadra. Ci hanno dato una carica incredibile. Erano quasi tutti connazionali emigrati in Germania per lavoro; grazie a quel trionfo, per mesi hanno camminato a due metri da terra nei confronti dei tedeschi".
Isolandole come partite, fu più emozionante la finale con la Francia o la semifinale con la Germania?
"Senza dubbio quella contro la Germania. È stata una partita monumentale. La dimostrazione della nostra superiorità è arrivata al fischio finale: dopo lo 0-2, persino i tifosi tedeschi si sono alzati in piedi ad applaudire la nostra Nazionale. Fu un match terrificante per l'intensità, ma memorabile".

Una chiusura più in generale sul ruolo dei portieri, che oggi vivono una profonda evoluzione: viene chiesto loro di giocare moltissimo con i piedi, quasi da registi avanzati. Lei che è un maestro della scuola tradizionale, come vede questo cambiamento che viene spesso criticato?
"È un'evoluzione necessaria perché il calcio moderno lo richiede. Oggi il portiere deve saper impostare, gestire i retropassaggi difficili e decidere quando lanciare lungo. Questa trasformazione ha complicato non poco il ruolo. Molti allenatori ormai pretendono un portiere che sappia giocare con i piedi tanto quanto un giocatore di movimento. È una tecnica che oggi va obbligatoriamente integrata nel bagaglio tradizionale".