Gravina a Le Iene difende il suo operato in FIGC: “La gente dimentica il lavoro straordinario fatto”

Gabriele Gravina torna a parlare in TV dopo le dimissioni da presidente della FIGC e lo fa con parole che segnano una linea precisa: ammettere l'amarezza per l'epilogo della sua esperienza, ma allo stesso tempo respingere il racconto di un mandato da archiviare soltanto come un fallimento. Nell'intervista concessa alla trasmissione Mediaset Le Iene, l'ex numero uno del calcio italiano parte dal peso del risultato mancato, cioè l'ennesima esclusione dell'Italia dal Mondiale, ma subito dopo sposta il discorso su ciò che, a suo dire, durante la sua gestione è stato costruito e troppo in fretta rimosso dal dibattito pubblico.
Il passaggio più netto è quello in cui Gravina difende apertamente il proprio operato in FIGC. Dice di sentirsi "amareggiato" per non aver dato ai tifosi il risultato che meritavano e per non aver lasciato prima, ma poi rivendica quanto ottenuto sotto la sua presidenza. Il cuore del messaggio è tutto nella frase che meglio riassume il senso dell'intervento: "La gente forse ha dimenticato il lavoro straordinario che è stato fatto". È lì che Gravina prova a spostare il baricentro del giudizio sul suo ciclo federale, richiamando l'equilibrio economico-finanziario, la vittoria dell'Europeo e anche la co-assegnazione di Euro 2032 a Italia e Turchia, ufficializzata dalla UEFA nell'ottobre 2023.

Nel suo ragionamento non c'è però una vera autocritica tecnica sulle scelte che hanno accompagnato il tracollo della Nazionale italiana. Gravina individua soprattutto un problema strutturale: i talenti, sostiene, vengono prodotti ma non valorizzati abbastanza. Per spiegare il flop azzurro, l'ex presidente richiama il peso degli stranieri nei club italiani e insiste sulla difficoltà di intervenire in modo diretto, perché le società rispondono a logiche di mercato: "Non si può pensare di obbligarle ad adottare scelte imprenditoriali differenti". Da qui l'idea che l'unico margine reale sia lavorare sugli incentivi e su un cambiamento culturale, più che imporre obblighi. È il punto con cui prova a spiegare perché l'Italia sia finita fuori dal Mondiale per la terza edizione di fila, il fallimento che ha poi portato alle sue dimissioni ufficializzate a inizio aprile.
Nell'intervista c'è spazio anche per un altro tema che aveva alimentato forti polemiche nei giorni successivi a Bosnia-Italia, cioè l'uscita sugli altri sport definiti "dilettantistici" che aveva provocato la reazione di tantissime stelle dello sport italiano. Gravina torna sulla questione per chiarire che il riferimento, nelle sue intenzioni, era soltanto regolamentare e legato all'obbligatorietà dell'utilizzo dei giovani selezionabili, non a una svalutazione degli altri atleti. Una precisazione che arriva dopo giorni di reazioni molto dure e che conferma come, anche nella fase finale del suo mandato, il rapporto tra Gravina e l'opinione pubblica si fosse ormai logorato ben oltre il solo risultato sportivo.

L'impressione, alla fine, è che l'intervento televisivo serva soprattutto a questo: difendere la propria eredità politica e amministrativa in FIGC in un momento in cui il fallimento della Nazionale ha finito per cancellare tutto il resto. Gravina riconosce il peso dell'amarezza, ma rifiuta che il suo ciclo venga ridotto soltanto all'Italia fuori dai Mondiali. Ed è proprio qui che si concentra il senso della sua apparizione a Le Iene: non chiedere assoluzione, ma respingere l'idea che in federazione non sia stato fatto nulla di rilevante. C'è però un punto su cui non ammette repliche: "Quello che non posso accettare è che qualcuno si permetta a ogni livello di definirmi indegno".