“Gli arbitri non possono diventare professionisti”: la bufala raccontata da un ex fischietto in TV

Le polemiche e le discussioni di fronte a quanto accaduto a Inter-Juventus, con l'evidente errore di La Penna sull'espulsione di Kalulu per fallo inesistente su Bastoni, hanno creato un vortice di faccia a faccia, anche durissimi, in diretta TV, coinvolgendo tutti gli addetti ai lavori. Compresi gli ex fischietti che imperversano nelle varie trasmissioni nell'analizzare le decisioni dei propri colleghi, incappando a volte in topiche clamorose. Come nel caso dell'ex Massimiliano Saccani che, in "Sabato al 90°" sui canali Rai in diretta TV ha spiegato perché gli arbitri non possono diventare professionisti, "perché un club li potrebbe denunciare per danni", cavalcando una bufala che da tempo riappare in modo ciclico.
Saccani in confusione: "Professionismo impossibile, volerebbero cause"
L'occasione è arrivata a inizio trasmissione quando Alberto Rimedio ha chiesto all'ex arbitro Massimiliano Saccani, opinionista e analista del VAR per la trasmissione "Il sabato al 90°", di rispondere ad una domanda posta da Fulvio Collovati in diretta TV, durante il dibattito sul discusso episodio di Inter-Juve: "A questo punto, inseriamo il professionismo…". E che cavalca la frase ad effetto pronunciata non più tardi di qualche giorno prima da parte di Luciano Spalletti : "In campo l'unico non professionista è l'arbitro". "Cambierebbe qualcosa?" ha incalzato il conduttore. Pronta la risposta e spiegazione dell'ex fischietto: "No, fondamentalmente nulla. Se non il fatto che alcune società potrebbero, ed è il rischio vero, potrebbero fare causa di fronte ad un errore degli arbitri. Perché tu a quel punto lì sei un professionista, e quindi potresti anche subire una causa legale".
Tutto chiaro? No. Perché, malgrado nessuno corregga Saccani e la discussione divampi in studio sul come fermare i troppi errori visti in campo dagli arbitri, ciò che è stato detto è totalmente sbagliato, privo di fondamento ed evidenzia lo stato confusionale che oramai serpeggia sempre più nel mondo del calcio, coinvolgendo anche chi ha fatto l'arbitro il proprio mestiere per anni e, chiamato a fare estrema chiarezza, crea invece ulteriore disordine alimentando falsi miti come quello sul professionismo arbitrale, "impossibile" perché aprirebbe il fianco a infinite cause legali per danni, da parte delle società.

Perché gli arbitri possono diventare professionisti: la tutela del Codice Civile
In Italia gli arbitri sono tutti tesserati AIA-FIGC con l'Associazione che ha già detto di essere propensa a aprire al professionismo che, di fatto, non implica assolutamente alcuna problematica di tipo legale. Lo dice il nostro codice giuridico: eventuali errori derivanti dal giudizio come, ad esempio l'espulsione ingiusta di Kalulu, sono ritenute decisioni insindacabili sul piano civile e non punibili, coperte dal fattore della discrezionalità e vincolate all'ordinamento sportivo, escludendole di fatto da responsabilità verso terzi. Per questo, anche nel caso di un passaggio ad arbitri professionisti nessun club potrebbe citarli in giudizio, l'unico cambiamento reale sarebbe il cambio di status dell'arbitro che a quel punto dovrebbe svolgere solo quella tipologia di professione. Poco male, visti gli emolumenti attuali che già guadagnano, con i migliori che tra parti fisse e bonus tagliano il traguardo dei 150 mila euro annuale.
L'ultimo suggerimento di Saccani: "Il regolamento dovrebbe seguire il VAR"
Nel corso della trasmissione, Saccani ha poi evidenziato altri aspetti più che corretti per cercare un rimedio immediato alla oramai distorta situazione arbitrale: "Posso chiudere questa discussione dicendo che sarebbe più che opportuno che il regolamento seguisse il VAR e non il viceversa. Perché con l'introduzione del VAR sono cambiate tante cose all'interno del terreno di gioco, E il regolamento dovrebbe tener conto del fatto che oggi c'è un utilizzo della tecnologia". Spiegando, questa volta sì, perfettamente quale potrebbe essere una medicina ai sempre più cronici mali del calcio.