Giuseppe Giovinco: “Nel calcio ho visto cose indecenti. Compagni che pagavano per giocare, bonifici che non arrivavano”

A cura di Sergio Stanco
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Giuseppe Giovinco si racconta a Fanpage.it. Il rapporto speciale col fratello Sebastian, la fuga prematura da un calcio che lo aveva “nauseato”, la telefonata di Fausto Rossi e la nuova vita: “Ero stufo di essere trattato come un pacco”.

“Erano riusciti a farmi disamorare del calcio. Ad un certo punto, mi è venuta la nausea. Grazie a Fausto, invece, oggi mi è tornato il sorriso”. Quella di Fausto e Giuseppe è una storia nella storia: di amicizia, complicità e fratellanza. Fausto è Fausto Rossi, ex calciatore della Juve, ma anche Vicenza, Valladolid e tante altre. Giuseppe, invece, è Giuseppe Giovinco, fratello della “Formica Atomica” Sebastian, che dopo l’esperienza a Taranto aveva praticamente appeso le scarpette al chiodo. Ecco, è stata proprio la telefonata dell’amico Fausto a rimuovere quel chiodo, ma anche a riaccendere l’entusiasmo. “Mi ero quasi rassegnato – ci ha raccontato in Esclusiva per Fanpage.it Giuseppe Giovinco – ero stufo di dover obbedire a qualcuno. E non perché sia presuntuoso, ma semplicemente perché ultimamente venivo trattato come un pacco. Così, avevo già aperto la mia Academy (la G10vinco Football Academy, a Nichelino in provincia di Torino, n.d.r.) e mi stavo dedicando solo a quella. Poi, è arrivata la telefonata di Fausto, che conosco da quando avevamo cinque anni”. Il resto è storia: Giuseppe ha ripreso a fare quello che ha sempre sognato: gol (7 in 5 partite!) e giocate da urlo. Con il dieci sulla schiena. Un marchio di famiglia. Qualcuno ha addirittura paragonato il gol contro il Pro Dronero, di settimana scorsa, alla magia di Totti contro la Samp (conclusione al volo all’angolino…): “Esagerano – ci risponde Giovinco sorridendo – non scomodate uno dei miei idoli”. Sarà, ma intanto il Fossano è primo a punteggio pieno nel Girone B dell’Eccellenza Piemontese.

Partiamo da qui, quindi, Giuseppe: che obiettivo ti eri posto quando hai deciso di accettare la “corte” di Fausto?
“In realtà non avevo grandi aspettative, anche perché ero fermo da 10 mesi. E – quindi – ero piuttosto preoccupato, non ero sicuro di poter riprendere a quei livelli. Infatti, all’inizio ho fatto un po’ di fatica. Credo che, se non mi avesse chiamato lui, non avrei accettato alcun altra proposta. Ero in un momento di rigetto per tutto quello che mi era successo in carriera e avevo deciso di chiudere con questo mondo. Avevo già aperto la mia Academy e mi stavo dedicando al 100% ai miei ragazzi. Quella telefonata mi ha fatto vacillare, non potevo dire di no ad un amico. Con Fausto ci conosciamo da quando avevamo cinque anni, abbiamo fatto tutte le giovanili della Juve insieme, più che un amico è un fratello”.

Cosa ti aveva fatto allontanare dal calcio?
“Tante cose. Negli ultimi anni mi sono accaduti degli episodi che non riuscivo a spiegarmi razionalmente. Magari facevo bene in una squadra, legavo con l’ambiente, sembrava tutto bellissimo e, poi, arrivavo a fine stagione e mi ritrovavo ai margini o addirittura mobbizzato, senza che nessuno mi parlasse o mi spiegasse il motivo. Magari arrivava un nuovo direttore sportivo, si portava i suoi giocatori o aveva legami con un certo procuratore e in un attimo arrivavano 6-7 giocatori di quella “scuderia”. Da un momento all’altro, non servivi più e, anzi, ti ritrovavi addirittura ad essere un ostacolo. Ho visto cose indecenti: procuratori che comandavano, compagni che pagavano pur di giocare, scene indegne. Tutti questi episodi mi hanno fatto venire la nausea. A quel punto, ho pensato che la mia salute mentale fosse più importante di qualsiasi contratto”.

La situazione che ti ha fatto più male?
“Sicuramente quella di Taranto: ero tornato per dare una mano (stagione 2024/2025 dopo quella positiva vissuta nel 2021/2022, n.d.r.), l’ho fatto per l’amore che provavo verso una piazza che mi aveva dato tanto. Taranto è una città meravigliosa, che paga lo scotto dell’Ilva, ma che in realtà non avrebbe nulla da invidiare ad altre città pugliesi che godono di ben altra pubblicità. E, poi, la gente è davvero speciale: suonavano alla porta di casa per portarci le cozze o soltanto per avere un autografo. Tutti lì tifano Taranto: non Juve, Milan o Inter e Taranto. Esiste soltanto il Taranto. C’erano bambini che giravano con la mia maglia e mi imitavano, come io – da piccolo – facevo con i miei idoli. Un’emozione, e un legame, che faccio davvero fatica a spiegare…”.

E, poi, come si è rotto questo incantesimo?
“Eh, la storia è semplice e – purtroppo – nota. Hanno fatto fallire la società e la squadra ha dovuto ricominciare dal campionato di Eccellenza. Io ho anche dato la disponibilità, ma nessuno mi ha considerato. L’ho vissuta male, perché ero tornato praticamente gratis ed ero talmente legato a quella piazza che sarei rimasto anche in Eccellenza. Purtroppo, però, i matrimoni si fanno in due. A quel punto ero talmente disgustato dalla situazione e da quanto fosse accaduto, che – pur avendo solo 32 anni – ho pensato che fosse arrivato il momento di smettere e di “mettermi in proprio”. Almeno sarebbe dipeso tutto da me e non avrei dovuto dipendere da gente incompetente e senza scrupoli”.

Quanto rosichi a non giocare nel nuovo Iacovone?
“Rosicare non è la parola giusta, perché sono felicissimo per i tifosi, che sono davvero speciali. Certo, personalmente mi dispiace non vivere in prima persona questa parte della storia di una società che ho amato e che amo tuttora. Dipendesse da me, partirei ora a piedi per andare a giocare anche una sola partita nel nuovo stadio e respirare ancora quell’atmosfera da brividi che conosco bene. L’unica cosa che mi consola, è che non è dipeso da me. Io avevo dato la disponibilità, semplicemente non mi hanno voluto. Anzi, la cosa non mi consola per niente, ma vabbé…”.

Taranto è la piazza che ti ha dato di più?
“Dipende da cosa intendi. Se parliamo di ambiente, forse sì, ma mi sono trovato molto bene anche in altre città. In generale, ho sempre scelto di andare a giocare al Sud, dove c’è tanto calore e altrettanta passione. A Catania è stato molto bello perché abbiamo giocato davanti anche a 20mila persone in Serie D e abbiamo festeggiato una promozione promossi in C come se fosse la Champions League (stagione 2022/2023, n.d.r), ma anche a Catanzaro, dove per altro c’era anche un legame affettivo, visto che i miei genitori sono proprio di Catanzaro. Pure a Pisa, però, ho trovato tanto entusiasmo. Poi, vabbé, di Taranto abbiamo già detto. Se, invece, parliamo dell’aspetto tecnico, sono riuscito ad esprimermi meglio dove c’era un direttore sportivo ex calciatore, perché solo loro erano in grado di giudicarmi oggettivamente. Se prendi Giuseppe Giovinco, non puoi pretendere che faccia le stesse cose di Seba. Se no, dovevi prendere uno come lui. E, sinceramente, in quel periodo, non ce n’erano tanti come Seba in giro…”.

L’etichetta di “fratello di”, dunque, è stata un peso?
“Per me assolutamente no, lo è stato per gli altri. I paragoni sono inevitabili, ma io volevo solo esser giudicato per quello che sono, invece era tutto amplificato: anche quando facevo bene, non era mai abbastanza. E quando – per qualsiasi ragione – non riuscivo ad esprimermi ai miei livelli, le critiche erano feroci. Probabilmente con qualsiasi altro giocatore, i giudizi sarebbero stati più equilibrati”.

Ma tu che rapporto hai avuto con tuo fratello? Ad esempio, ti ha fatto i complimenti per il gol alla Totti?
“Per avere un complimento da Seba devi proprio fare una prodezza, altrimenti non è che sia particolarmente generoso (sorride, n.d.r.). Questa volta però – sì – si è sbilanciato. Per il resto, io e lui abbiamo sempre avuto un bellissimo rapporto, siamo cresciuti insieme giocando a calcio, ho sempre cercato di seguire le sue orme. Se mi avessero chiesto di rinunciare alla mia carriera per favorire la sua, io l’avrei fatto, ma il problema – come dicevo prima – non eravamo noi, ma chi doveva per forza fare i confronti”.

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I fratelli Giovinco, Sebastian e Giuseppe.

I paragoni, però, ci stavano: alla fine anche tu hai fatto settore giovanile della Juve, hai vinto due tornei di Viareggio e di te si diceva un gran bene. Oggi, se ti guardi indietro, sei soddisfatto della tua carriera?
“Se mi chiedi se ho rimpianti, certo che li ho, non lo nascondo. Non è la carriera che sognavo? Ovvio, speravo di fare meglio. Io me l’ero immaginata diversa, magari in maglia Juve e giocando ai massimi livelli. Chi non sogna Champions e Nazionale? Ma un conto sono i sogni, un altro è quanti giocatori arrivano anche solo a fare i campionati professionistici. Io ci sono stato per oltre dieci anni, non è poco. Dunque, alla fine, sono soddisfatto e orgoglioso di quello che ho fatto, anche se mi rimane un po’ di amaro in bocca, quello sì”.

Se ti dicessero: restituisci tutta la tua carriera per una stagione in una big, lo scambieresti il “pacco”?
“In verità sì, lo farei, sarei curioso, perché – non per essere presuntuoso – ma quando ero ragazzo e andavo ad allenarmi in Prima Squadra, io ho avuto la sensazione di poterci stare a quei livelli. Per cui – chissà – magari poi non sarebbe stata solo una stagione. Tuttavia, quello che dico sempre è che, se questa carriera ha contribuito a farmi diventare la persona che sono, allora sono soddisfatto anche così”.

C’è qualche scelta che non rifaresti?
“Mah, sai, col senno di poi ne cambieresti tante. Alla fine, forse, mi sono intestardito a voler dimostrare di poter fare tutto da solo, di non aver bisogno di nessuno. A volte mi è mancato il consiglio giusto. Faccio un esempio: nel 2013 avevo firmato per lo Spezia in Serie B, ma poi sono arrivati altri attaccanti e rischiavo di essere la quinta o sesta punta. Quindi ho deciso di andare a giocare, anche scendendo di categoria. Che, poi, sono andato a Pisa e mi son trovato benissimo, ma probabilmente in quel momento avrei dovuto avere pazienza perché le stagioni sono lunghe e magari si sarebbero aperte delle possibilità. Forse in quel momento avrei avuto bisogno di qualcuno che mi prendesse da parte, anche a muso duro, e mi facesse ragionare”.

Prima della vicenda Taranto, ci sono stati altri momenti bui nei quali hai pensato di mollare tutto?
“Di momenti difficili in una carriera ce ne sono tanti, ma smettere è una decisione forte. Devo dire che ho attraversato due fallimenti e quelle situazioni mi hanno messo a dura prova. Giocare e non prendere lo stipendio, non è facile. Non tutti i calciatori sono milionari e possono permettersi di non ricevere il bonifico a fine mese. Alla fine, è come se chiunque altro andasse a lavorare ogni giorno e, poi, a fine mese, non arrivasse lo stipendio. A me è capitato diverse volte e – ti assicuro – non è facile, anche perché magari sei solo, lontano da casa e cerchi in tutti i modi di spendere il minimo indispensabile per non pesare sul bilancio familiare. Che, poi, io ero anche fortunato, perché sapevo che – se mai non ce l’avessi fatta – la famiglia mi avrebbe aiutato, ma sono una testa dura, quindi in ogni caso non avrei mai chiesto nulla. Altri, però, non hanno neanche questa possibilità e devono arrangiarsi. Non è bello vedere che i soldi diminuiscono giorno dopo giorno e non sapere se bastano per arrivare al bonifico successivo. Anche perché – a volte – non sai neanche se il bonifico arriverà mai…”.

Tornando alle cose belle: quando hai capito che la tua passione si sarebbe potuta trasformare in lavoro?
“All’inizio non ci pensi, giochi sognando di vivere emozioni forti. Devo dire che una di quelle più intense l’ho vissuta quando alla Juve ho avuto la possibilità di allenarmi con la Prima Squadra. Una delle prime volte, Mister Ranieri ci ha chiesto di fare un po’ di palleggi di testa a coppie. Io ero lì che aspettavo timidamente l’ultimo rimasto senza compagno e, invece, si è avvicinato Del Piero e mi fa: “Dai, vieni con me”. Quella come emozione non è stata male (sorride, n.d.r.). Per giorni ho camminato a dieci metri da terra”.

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Giuseppe Giovinco ha aperto la la G10vinco Football Academy.

Immagino che Alex fosse il tuo idolo da ragazzino?
“Ad essere sincero, io simpatizzavo per l’Inter (sorride, n.d.r.), perché il mio idolo era Ronaldo il fenomeno. Poi, quando sono entrato nelle giovanili bianconere, ovviamente, sono diventato inevitabilmente juventino e, poi, il Del Piero di quel periodo era davvero “prime”, non potevi non innamorartene calcisticamente”.

Se, invece, torni ancora più indietro a quando – da ragazzini – tu e Seba sognavate di diventare calciatori, qual è la prima immagine che ti viene in mente?
“Bella domanda… (ci pensa, n.d.r.). Non so perché, ma mi è venuta in mente quella scena in cui, mentre giocavamo in casa, che era una cosa vietatissima dalla mamma, abbiamo abbattuto una statuina del Cristo di Rio de Janeiro, che qualcuno aveva portato in regalo ai nostri genitori. Noi abbiamo provato a ripararla, peccato che gli abbiamo attaccato la mano al contrario e mia mamma ci ha “sgamati” subito. Li abbiamo rischiato il lancio della ciabatta (sorride, n.d.r.). Ecco, tornando alla tua domanda di prima: se a quel tempo ci avessero detto che avremmo fatto la carriera che – poi – abbiamo fatto, avremmo sicuramente firmato entrambi”.

Oggi che, a 36 anni, si avvicina la fine della carriera, hai già pensato a cosa farai da grande? Ti sei preparato un piano B?
“Il piano B me l’ero preparato: avevo pensato di prendere dei terreni a Torino, costruire un centro Padel e un campo da calcio, per spostare l’Academy e fare un polo ricreativo. Purtroppo non è andata bene, ma – dai – fa niente, ci rifaremo. Durante il periodo di inattività qui a Torino, ho cominciato a giocare a Calcio a 8 con gli Old Boots, una squadra composta anche da ex calciatori professionisti e capitanata da Bonucci, che partecipa al campionato provinciale, ma con finali nazionali. Era divertente, mi ha aiutato tanto a ritrovare la passione. “In qualche modo facciamo”, è diventato il motto del gruppo e l’ho fatto un po’ mio. Quando le cose vanno male, bisogna sempre pensare che c’è un modo per uscirne”.

Qual è il piano C, allora?
“Io ho sempre detto che avrei vissuto di calcio, ma forse mi son dimenticato di specificare i dettagli e sono stato frainteso (sorride, n.d,r.). Comunque, adesso mi dedico ai miei ragazzi, ci tengo tantissimo ad essere d’esempio, anche comportandomi bene nel Fossano, per dimostrare che quello che cerco di insegnare, non è solo teoria. Vorrei essere una guida e – se un domani dovessero aver bisogno di quei consigli che a me sono mancati – devono sapere che io ci sarò sempre per loro”.

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