Franco Semioli: “Quando Lippi ci chiamò mi crollò il mondo addosso. Con Felipe Melo nel tunnel ho visto cose…”
Nella carriera da calciatore, ci sono momenti da “sogno”, che apprezzi immediatamente: l’esordio in A o in Nazionale, un trofeo vinto, il rientro da un brutto infortunio. Poi, ci sono quelli che – magari – percepisci anche con fastidio, ma che finirai per rimpiangere: la tensione di un match importante, lo stress di una striscia di risultati negativi, finanche la “rottura” delle interviste. Infine, c’è il momento che nessun calciatore vorrebbe vivere: quello in cui si spengono i riflettori, il telefono non squilla più, la giornata non ha più la solita routine. “Mi guardavo allo specchio e non sapevo più chi fossi”, ci aveva raccontato l’ex Capitano del Brescia Marco Zambelli. E, poi, c’è chi è fortunato, perché non ha neanche avuto il tempo di pensare a cosa fare dopo: “Ero a fine carriera – ci racconta Franco Semioli (ex tra le altre di Torino, Sampdoria, Fiorentina e Chievo) – ero tornato vicino a casa e giocavo nel Chieri in Serie D. Si è creata questa opportunità di prendere la Juniores Nazionale e – dopo qualche titubanza, perché in realtà non ero convinto di fare l’allenatore – ho accettato. Da allora è scoccata la scintilla e, adesso, sento il fuoco dentro”. Dopo un’onesta carriera da calciatore (ma anche sofferta e fra poco scopriremo perché), oggi Semioli è l’allenatore del Moncalieri Femminile, che proprio nella scorsa stagione ha portato alla promozione in Serie B, un risultato storico per il club piemontese.
Allora Franco, partiamo proprio da qui: che emozione è stata?
“Forte, perché è stato veramente un risultato storico e, forse, anche un po’ sorprendente per tutti. Le ragazze – però – hanno dato tutto e si sono meritate questa soddisfazione per l’impegno che hanno profuso e i sacrifici che hanno fatto per tutta la stagione”.
Com’è nato il Semioli allenatore?
“A volte si dice che le cose succedano per caso, ma spesso si esagera. A me, invece, è andata proprio così. Sinceramente non avrei mai pensato di far l’allenatore, ho sempre creduto di non essere caratterialmente compatibile con un ruolo di quel genere, di non avere la “cattiveria” che serve. Invece, quando ero a Chieri e giocavo ancora, è nata questa opportunità. Mi hanno chiesto di prendere la Juniores Nazionale: mi son detto “Proviamo”. Da allora non riesco più a farne a meno, sono totalmente “dipendente” (ride, n.d.r.)”.
Cosa ti piace e cosa, invece, proprio non ti va giù di questo mestiere?
“Dire quello che mi piace, è facile: tutto. Quasi tutto, diciamo. Dispiace quando devi dire ai ragazzi o, nel mio caso, alle ragazze che qualcuna deve rimanere fuori. Magari si è impegnata come le altre in settimana, ma tu devi fare delle scelte e non puoi fare altrimenti. Ecco, in quei casi mi si stringe il cuore”.
Che tipo di allenatore è Franco Semioli?
“Cerco di usare “bastone e carota”, diciamo così. Cerco di non mettere eccessiva pressione quando non serve, perché non è vero che la pressione sia sempre positiva. Quando c’è da lavorare, spingere e impegnarsi, lo si fa senza se e senza ma, ma ci sono momenti in cui ci si può anche rilassare, ridere e scherzare. Stiamo pur sempre giocando a calcio…”.
C’è qualcuno nella tua carriera che ti ha messo troppa pressione?
“Eccome se ce ne sono stati, ma non è il caso di fare nomi. Diciamo che ai miei tempi c’era solo il bastone, la carota se la dimenticavano a casa (sorride, n.d.r.). Era un’altra epoca calcistica, l’approccio era molto diverso. Non tutti erano così – eh – ma in generale si respirava un’aria “tesa”, diciamo così”.
Almeno possiamo dire chi non era così? Chi ti ha influenzato di più tra i tuoi ex mister?
“Delneri sicuramente è stato l’allenatore con cui ho trascorso più anni della mia carriera, e con il quale ho avuto il miglior rapporto in assoluto. L’ho avuto prima al Chievo (2003/2004 e 2006/2007, n.d.r.) e – poi – anche alla Sampdoria (2009/2010, n.d.r.). E alla Samp mi ha voluto proprio lui. Al di là dell’aspetto tattico, nel quale comunque era un precursore con il suo 4-4-2 con due ali “pure”, era l’approccio umano che lo rendeva speciale. Mi ha trattato davvero come un figlio, gli devo tantissimo e gliene sarò sempre grato”.
Ti sei chiesto perché non alleni più?
“Credo che abbia deciso di abbandonare lo stress di questo lavoro che spesso ami, ma a volte è davvero tosto e, semplicemente, godersi i nipotini. Sono comunque convinto che avrebbe avuto ancora molto da dare a questo calcio un po’… ingessato”.
Con Delneri ci fai un assist: mi fai l’imitazione del mister?
“No, dai. Ma chi te lo ha detto? (sorride, n.d.r.). Diciamo che ai tempi mi divertivo ad imitare un po’ tutti, ma Mister Delneri mi riusciva particolarmente bene…”.
Di Semioli calciatore si sa più o meno tutto, quello che non si conosce – forse – è il Semioli uomo spogliatoio…
“Sono sempre stato un ragazzo esuberante, mi piace scherzare e tenere su il morale del gruppo. Alla fine spendi così tanto tempo in ritiro che se non ti crei qualche distrazione, rischi di impazzire”.
Non ti sminuire, a noi ti hanno descritto come una vera e propria scheggia impazzita nello spogliatoio: qual è la follia più grande o lo scherzo che ha rischiato di finire male?
“Eh, ce ne sono un po’, ma il momento in cui ho temuto di più, è quando mi son trovato Felipe Melo che mi inseguiva inferocito. Io ero rapido e scaltro, quindi difficilmente riuscivano a prendermi, ma vi assicuro che avere Felipe alle calcagna non è una bella sensazione (sorride, n.d.r.)”.
Alla fine ti ha preso?
“No, in quell’occasione no, ma io mi divertivo a istigare i sudamericani e loro alla fine si sono coalizzati. Mi ricordo una volta, prima di un allenamento con la Fiorentina, che vedevo dei movimenti strani. Cinque minuti prima di andare in campo, partono tutti insieme, mi prendono e mi buttano nella vasca dell’idromassaggio. Io in cinque minuti sono dovuto uscire da lì, asciugarmi, cambiarmi e entrare velocemente in campo, perché Prandelli ai tempi era un “sergente”, se arrivavi in ritardo rischiavi la multa o addirittura la convocazione”.
Sono questi i momenti che mancano di più quando si smette di giocare?
“Certamente sì, a me mancano ancora oggi che, comunque, uno spogliatoio lo vivo ancora. Senza – probabilmente – non riuscirei a stare. Se ci pensi, sono magari i momenti che da giocatore “odiavi”, perché c’era sempre un motivo per andare in ritiro, ma adesso vorresti assolutamente tornarci e vivere ancora un po’ di quelle sensazioni”.
Ma tu, oggi, lo vorresti in gruppo un Semioli che ti fa le imitazioni o crea scompiglio nello spogliatoio?
“Assolutamente sì. A volte il calcio si prende troppo sul serio: non fraintendermi, quando c’è da lavorare si lavora, ma servono anche quei momenti di svago per allentare la pressione. Non so se tra le mie ragazze c’è qualcuna che mi imiti, ma se ci fosse mi farebbe piacere. Anzi, la invito ad uscire allo scoperto che ci divertiamo (ride, n.d.r.)”.
Mi racconti di quella volta che hai fatto l’imitazione di Delneri a… Delneri? Come l’ha presa il mister?
“Sì dai, l’ha presa bene. Ma solo perché eravamo a fine campionato e ci eravamo appena qualificati in Champions League (Sampdoria 2009/2010, n.d.r.). C’era talmente un clima rilassato e felice che mi son preso questa licenza”.
Tornando, invece, a Felipe Melo: è il più pazzo con cui tu abbia giocato?
“Eh, Felipe era davvero un “assassino”. In campo era il compagno che avresti sempre voluto al tuo fianco, ma anche nel tunnel degli spogliatoi. Ho visto cose che non si possono raccontare (ride, n.d.r.). Ma lui è anche un ragazzo meraviglioso fuori dal campo, un amico vero. E’ ancora uno dei pochi che ogni tanto sento. E’ davvero una persona speciale. Capisco che sia un po’ difficile da credere, visto che in campo era un “animale” e litigava con tutti, ma fuori è uno dei ragazzi più buoni che abbia mai conosciuto”.
Chi il compagno più forte in assoluto?
“Sicuramente Cassano. Era semplicemente geniale. Ecco, lui avrebbe potuto fare molto di più: diciamo che con la testa di Franco Semioli avrebbe fatto vent’anni di grande calcio e sarebbe entrato nella storia della Nazionale. Non che gli sia andata male, visto che – poco più che ventenne – era già al Real Madrid. Tuttavia, le qualità erano da giocatore top, top, top. Poteva stare con i più grandi”.
Tornando a te: ci hai detto che non pensavi di fare l’allenatore, ma ora da allenatore che obiettivi ti sei posto?
“Non ho un’idea fissa in testa, di sicuro mi piacerebbe continuare a fare questo mestiere perché mi dà adrenalina e posso continuare a restare nel calcio, che alla fine è la mia vita. Sento ancora una passione forte dentro e mi sveglio ogni giorno con la voglia di andare al campo. Questa è una sensazione impagabile”.
Mai avuto il timore di non saper bene cosa fare dopo? Ti eri preparato un piano B?
“Sinceramente no, non avevo un’alternativa. E – sì – quando si avvicinava la fine della carriera da calciatore, ci pensavo, ma senza avere le idee molto chiare. Non mi sono preparato nessun piano B, forse perché alla fine ho sempre creduto che – prima o poi – avrei trovato una strada nel calcio. E così è stato, per fortuna (sorride, n.d.r.)”.
Eppure c’è stato un momento che stavi per mollare e “qualcuno” ti ha salvato: ce lo racconti?
“Avevo tredici anni, più o meno, ero nelle giovanili del Torino e in un momento di sconforto volevo abbandonare tutto: non stavo giocando, fisicamente ero indietro e non vedevo la luce. L’ho detto a mio padre, ma alla fine lui mi ha convinto ad insistere. Ci sono stati momenti in cui lui ci ha creduto più di me. Quando ero ragazzo, e c’era da scarrozzarmi in giro per gli allenamenti e le partite, lui – che faceva l’operaio – si è fatto mettere nel turno di notte per cinque anni pur di restare sempre al mio fianco. Se c’è qualcuno a cui devo dire grazie, sono i miei genitori che hanno fatto un sacco di sacrifici per consentirmi di coronare il sogno che avevo fin da bambino”.
Se lo sono meritati un regalo con i primi stipendi?
“Io non sono mai stato uno da spese folli, ma appena ho avuto la possibilità, ho comprato casa, perché ne avevamo bisogno. Era il minimo che potessi fare per “ripagare” quanto avevano fatto per me. Non che se l’aspettassero, perché ovviamente un genitore non fa i sacrifici per un fine che non sia l’amore per i figli, però anche quello è stato un bel momento per tutti”.
Immagino la gioia quando hai esordito in A: è stato quello il momento più emozionante della tua carriera?
“Quello è sicuramente stato quello più emozionante per me e per la mia famiglia, perché era come se tutti i sacrifici che avevamo fatto, avessero finalmente un senso. Io, però, ricordo con grandissimo piacere anche l’esordio in Nazionale (nel 2006 con Donadoni C.T., n.d.r.). Credo che vestire la maglia Azzurra sia il sogno di ogni ragazzino che aspiri a diventare calciatore. Averlo realizzato è un grande orgoglio per me”.
Eppure alla Nazionale – forse – è legato anche il momento più brutto?
“Purtroppo sì. Non parliamo di un momento brutto, perché alla fine essere andato ad un passo dal partecipare ad un Mondiale dimostra che hai fatto molto bene, ma certamente è un grande rammarico che mi porto dietro ancora oggi. Anche perché poi quella Nazionale il Mondiale l’ha vinto, dunque il rimpianto è doppio. Anzi, triplo, quadruplo (sorride, n.d.r.). Ero tra le tre “riserve”, eravamo io, Marchionni e Bonera. C’era la possibilità che qualcuno potesse essere aggregato, visto che Totti rientrava da un grave infortunio ed era in dubbio, ma alla fine è riuscito a recuperare. Visto come è andata, forse meglio così, come italiano ho ovviamente festeggiato la vittoria, ma certamente è una cosa a cui penso ancora oggi”.
Chi e come ti hanno comunicato che non saresti andato in Germania?
“Noi sapevamo che sarebbe potuto succedere, ma ovviamente fino alla fine ci speri. Lippi ci ha convocato a fine ritiro, pochi giorni prima della partenza e ci ha ringraziato, dicendoci però che la rosa ufficiale era confermata e noi non ne avremmo fatto parte. Per quanto tu ti possa preparare, la delusione resta. E’ un po’ come se ti crollasse il mondo addosso. Alla fine è un sogno che svanisce…”.
Tornando alle cose belle, il Moncalieri Women in B è – invece – un sogno realizzato: il prossimo?
“Come dicevo prima, non sono solito guardare a lungo termine. Vogliamo fare bene quest’anno e confermarci in una categoria molto complicata. In ognuno di noi, poi, c’è l’istinto naturale di progredire, dunque se ce ne sarà l’opportunità, la valuterò. Mi piacerebbe però continuare nel calcio femminile, perché mi sono trovato in sintonia con questo ambiente. E’ più genuino, forse anche più sano, trasparente di quello maschile. Qui si va avanti per merito, si lavora bene e, poi, le ragazze sono professioniste integerrime”.
Ci ha anticipato: hai allenato anche i ragazzi, ma quali sono le principali differenze tra calcio femminile e maschile?
“La principale è che i ragazzi devi motivarli, le ragazze le devi frenare perché sono “treni”. Se non le fermi, vanno sempre a duecento all’ora. E, poi, sono come spugne, hanno una soglia di attenzione altissima e le cose basta spiegargliele una volta, un attimo dopo ti accorgi che l’hanno già imparata. Lavorare con loro è da una parte più “facile”, dall’altro ti dà grandissime soddisfazioni perché vedi i frutti del tuo lavoro”.
Quindi, se arrivasse un’offerta dal calcio maschile, che si fa?
“Ovviamente la valuterei, ma per adesso il problema non si pone e, come dicevo prima, nel calcio femminile ho trovato l’ambiente ideale per lavorare. Si è creata davvero un’alchimia perfetta. E, sinceramente, rinunciare a tutto questo sarebbe davvero difficile”.