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E’ morto Giuseppe “Pippo” Marchioro a 90 anni, calcio in lutto: portò il piccolo Cesena sui campi d’Europa

Il calcio italiano è in lutto: è scomparso a 90 anni lo storico allenatore che trascinò il Cesena negli anni 70 al sogno europeo con la gloriosa qualificazione in Coppa Uefa.
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Il calcio italiano oggi piange Giuseppe "Pippo" Marchioro. È morto a Cesena a 90 anni, nella città che lo aveva adottato e che lui aveva fatto grande. Non è stato un tecnico da copertina permanente, non ha vinto scudetti, non ha costruito dinastie,  ma ha fatto forse di meglio per tutto il calcio: ha regalato a una realtà di provincia come Cesena un’avventura che ancora oggi, mezzo secolo dopo, viene raccontata con lo stesso stupore.

Il Cesena del 1975-76: quando la provincia toccò l’Europa

Nella stagione 1975-76 Marchioro prese in mano un Cesena neopromosso e lo portò al sesto posto in Serie A, conquistando la qualificazione alla Coppa UEFA. È ancora il risultato più alto nella storia del Cavalluccio. Non era un’impresa costruita sul talento puro o sui soldi, bensì era costruita su un’idea di gioco e su un carattere ben preciso: Marchioro era già allora un precursore della zona in Italia, in un'epoca ancora dominata dal catenaccio e dalle individualità. Credeva nel collettivo, nell’organizzazione, nella capacità di una squadra "piccola" di stare in campo con le grandi senza chiedere scusa. I suoi giocatori lo ricordano severo, quasi militare, ma capace di una lealtà totale: se si sbagliava, te lo si diceva in faccia ,ma se ti attaccavano i tifosi, ti difendeva a muso duro.

Quello fu anche il trampolino di lancio perfetto per approdare nel calcio che conta e quando arrivò la chiamata del Milan, accettò anche se, per sua stessa ammissione, fu poi il più grande rimpianto della carriera. Lasciò Cesena per una panchina prestigiosa che non gli diede il tempo di costruire, schiacciato dalle attese e dalla poca pazienza. Marchioro tornò più volte in Romagna, provando a rinverdire i fasti del passato, ma quel 1975-76 rimase il suo capolavoro assoluto: la dimostrazione che una piccola realtà poteva vivere un’avventura europea se guidata da qualcuno che non aveva paura di pensare in grande.

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Pippo Marchioro, uomo e tecnico di un calcio di un’altra epoca

Pippo Marchioro apparteneva a un calcio che oggi sembra un documento d’archivio. Milanese di Affori, cresciuto nelle giovanili del Milan senza mai esordire in prima squadra, aveva fatto il giocatore nelle serie minori e aveva imparato il mestiere di allenatore partendo dal basso, la famosa "gavetta" che gli aveva insegnato un rapporto diretto sul campo, senza filtri. Uomo diretto, a volte anche fin troppo genuino, capace di gaffe memorabili  come il memorabile "Accardi era claudicante a un labbro".

Alla Reggiana compì un'altra mezza impresa, portando i granata dalla C alla Serie A e poi di nuovo alla salvezza. Anche i racconti di quei giorni dipingono una figura unica, fatta di partite a bocce per ricaricarsi da una sconfitta, le sgridate all’autista che si fermava a fare benzina con la squadra a bordo o le trattative con la polizia per la troppa velocità. Marchioro era un uomo del "si fa, non si parla", anche nella vita privata, difesa da una precisa aurea di assoluta privacy, infranta nel 2013 da banditi che entrarono nella sua casa di Camaiore. I malviventi legarono lui e la moglie e portarono via medaglie, ricordi e i bicchieri d’argento regalati da Albertosi e Rivera. Lui commentò, anni dopo, con una frase che lo racconta intero: "Mi hanno portato via tutto. Ma alla mia età ho poca memoria. E li ho dimenticati".

Cosa resta di Pippo Marchioro nel calcio di oggi

Oggi, in un calcio sempre più dipendente da dati, video-analisi e strutture miliardarie, Pippo Marchioro ricorda che esisteva un modo diverso di fare le cose, in cui si credeva che una squadra organizzata potesse superare le gerarchie, che un allenatore dovesse essere prima di tutto un educatore e un protettore dei suoi giocatori. Credeva che la provincia non fosse un limite, ma un punto di partenza. Il segno che ha lasciato Marchioro non è nei trofei: è in un Cesena e in una Reggiana che ancor oggi quando dicono "Pippo", non hanno bisogno di specificarne il cognome.

È stato un tecnico di mestiere, un innovatore discreto, un uomo di carattere che ha fatto vivere a una realtà di provincia una delle sue pagine più belle. E per questo, oggi che il calcio è in lutto, merita di essere ricordato per quello che era: uno degli ultimi rappresentanti di un’epoca in cui il pallone si giocava ancora con la testa, il cuore e le scarpe di cuoio.

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