Cristian Battocchio: “Feci gli Europei con l’Italia e mi ritrovai senza squadra. La frase di Conte mi sconvolse”

A cura di Sergio Stanco
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Cristian Battocchio racconta la sua storia a Fanpage.it. Argentino talentuoso, arrivato giovanissimo in Italia, ha vestito la maglia azzurra fino all’Under 21. Poi la sua carriera ha preso una svolta inattesa: “Senza contratto dopo gli Europei, ero incredulo”.

La carriera del calciatore è molto breve, ma anche altrettanto imprevedibile. Un momento sei al top, quello successivo ti ritrovi a cominciare da capo. Basta un infortunio, una gol fallito, una decisione sbagliata. A volte, però, può anche capitare che – quella decisione – la prenda qualcun altro per te e tu sia soltanto costretto a subirla. Tutto può cambiare in un amen. Può succedere che il giorno prima l’allenatore della Nazionale maggiore parli bene di un ragazzo dell’Under 21 di grande prospettiva e, poi, il giorno dopo un Europeo, quel ragazzo si ritrovi inspiegabilmente senza squadra. E questo non è un esempio casuale, ma è la storia di Cristian Damian Battocchio, che da ragazzino ha lasciato l’Argentina per inseguire un sogno in Italia e che, ad un certo punto, si è ritrovato a dover ricominciare dal nulla: “Sì, questa è effettivamente la mia storia – ci racconta Cristian in Esclusiva per Fanpage.it – io e la mia famiglia abbiamo mollato tutto in Argentina e ci siamo trasferiti a Udine. Grazie alle origini di mio nonno, ho scelto la Nazionale italiana e ho disputato l’Europeo Under 21, ma poi, quando sono tornato a casa, mi son ritrovato senza contratto. Non è stato facile”. E pensare che qualche tempo prima l’allora C.T. della Nazionale alla domanda su chi avesse attirato la sua attenzione in Serie B, aveva risposto così: “In tutte le categorie, ci sono pochi giocatori italiani in grado di saltare l’uomo. Uno di questi è Battocchio, tutti gli altri sono attaccanti”. Beh, Battocchio alla fine di quella stagione ha disputato l’Europeo Under 21 (per altro da protagonista: due presenze su tre). Poi, però, è rimasto senza squadra. Da Udine a Brest, da lì al Messico, passando per il Giappone e arrivando fino in India ed Israele, prima di tornare a “casa” in attesa di un’occasione. Gliel’ha offerta il Monopoli, di cui oggi è Capitano. Un giro del Mondo (forzato) in dieci anni, senza saper bene “perché”…

Quante volte hai ripensato al momento in cui ti hanno detto: “Cercati un’altra squadra” e che sensazioni hai provato allora o provi ancora oggi?
“Beh, ci ho pensato tanto. Ai tempi sono rimasto incredulo, non riuscivo a spiegarmi come potesse succedermi una cosa del genere. Io e la mia famiglia avevamo mollato tutto in Argentina per venire in Italia, avevo scelto anche la Nazionale italiana, facevo parte dell’Under 21, eppure l’Udinese non mi offriva un contratto. Mi sono sentito un po’ smarrito, non sapevo bene cosa fare…”.

Ma, oggi, a 34 anni, ti sei dato una spiegazione?
“No, ancora oggi non so il motivo e comunque non riesco a spiegarmelo. Alla fine, dopo gli inizi ad Udine, avevo fatto una stagione e mezza al Watford e avevamo sfiorato la promozione in Premier, poi ero andato ancora in prestito all’Entella (il momento della dichiarazione di Conte riportata sopra, n.d.r.). A fine stagione ho fatto l’Europeo Under 21, ma quando sono rientrato mi sono ritrovato senza squadra e me ne sono dovuto cercare una in tutta fretta”.

L’hai trovata a Brest, Serie B francese: pentito della scelta?
“Pentito no, perché alla fine è stata un’esperienza positiva. Ho scoperto un’altra cultura, giocato un altro campionato, fatto esperienza. Mi sono trovato molto bene lì, abbiamo disputato due stagioni positive. Però, se mi chiedi se mi aspettassi qualcosa di diverso, la risposta è sì. Non so come mai non sia riuscito a trovare squadra in Italia, tante volte devi anche essere fortunato. Magari serve un aggancio giusto, qualcuno che si “spenda” per te e che non ti consideri soltanto un “cliente”. Ecco, forse mi è mancata questa cosa qui, in quel momento”.

È stato un periodo difficile?
“Certamente sì, perché io e la mia famiglia avevamo puntato tanto su questa opportunità. Mi sono trasferito in Italia quando avevo quattordici anni. I miei genitori, e anche mia sorella, mi hanno seguito. Sentivo anche la responsabilità di non deluderli e di ripagarli per i sacrifici che avevano fatto. Non sono però uno che molla e, infatti, eccomi ancora qui”.

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Battocchio con la maglia dell'Italia U21.

Considerate le premesse, però, sei soddisfatto della tua carriera o ti saresti aspettato di più?
“Mah, se a quindici anni mi avessero detto che avrei fatto questa carriera, avrei firmato ad occhi chiusi. Poi, è chiaro che si può sempre fare di più, ma a volte è anche il destino che decide per te. In quindici anni di carriera ho girato il Mondo giocando a calcio, c’è qualcuno che non firmerebbe per un’opportunità del genere?”.

Era questo che sognavi quando da Rosario ti sei trasferito a Udine?
“Quando sei ragazzino non stai tanto lì a pensare: ti piace giocare a calcio, una squadra italiana di Serie A ti chiama, tu ci vai ovviamente. Solo quando diventi grande capisci quanto fosse stato importante quel passo, ma soprattutto per i tuoi genitori. Certo, a me mancavano gli amici del Barrio, ma ero piccolo, era facile abituarmi. Per loro, invece, è stato un cambio radicale. Solo con il tempo ho realizzato il sacrificio che hanno fatto per me e, nei momenti di difficoltà, lotti anche per non deluderli”.

Com’è stata la tua infanzia a Rosario?
“Bella, stavamo bene. Io giocavo a calcio tutto il giorno per strada, poi andavo ad allenarmi: ero nelle giovanili dei Newell’s Old Boys e, lì, allenava anche mio papà. È stata la classica infanzia di un ragazzo in Argentina che sogna di diventare un calciatore, ma d’altronde lì lo fanno tutti”.

Rosario e Newells Old Boys, “casa” di Messi…
“A quei tempi era un ragazzino, che ha lasciato presto Rosario. Certo, adesso è tutt’altra cosa, è l’idolo di ogni argentino, un fenomeno. Io ce l’ho tatuato sul polpaccio…”.

Hai pianto per la partita di addio di Leo alla Nazionale?
“No, pianto no, ma certamente sono dispiaciuto. Al momento, però, mi sa che ancora non realizziamo, credo che ci accorgeremo di quello che è successo alla prima partita senza di lui. Sembrerà molto strano”.

Tornando a te: è stato difficile abituarti a Udine?
“In realtà no, forse mi ha aiutato il fatto di essere arrivato d’estate. Se fossi atterrato di inverno con la nebbia, probabilmente l’impatto sarebbe stato diverso (sorride, n.d.r.). Ma a parte gli scherzi, Udine è una bellissima città, si vive benissimo, tanto che i miei genitori abitano ancora là. Mio papà allena in una squadra giovanile affiliata all’Udinese. Ormai ci sentiamo di casa”.

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Battocchio in Europa League con l'Udinese.

La tua famiglia è di origine italiana: in Argentina, in casa, si parlava italiano?
“No, perché le origini italiane arrivano da mio nonno, che però si era trasferito in Argentina a otto anni. Dunque, alla fine, siamo cresciuti argentini, ma il legame con l’Italia è rimasto, soprattutto grazie a mio nonno, che ci teneva tanto”.

Chissà che gioia per lui quando hai scelto la Nazionale italiana…
“L’ho fatto soprattutto per lui, perché gli sono molto legato e sapevo quanto ci tenesse. Poi, ho giocato nell’Under 15 dell’Argentina, ma – da quando mi sono trasferito qui – hanno smesso di chiamarmi, mi sono anche sentito un po’ abbandonato. È stata anche una scelta d’orgoglio”.

Tuo nonno è originario di Treviso, non lontano da Udine: siete andati a “conoscere” il vostro albero genealogico?
“Sì, io e tutta la mia famiglia, incluso mio nonno, siamo andati a far visita al Paese di cui era originario e abbiamo incontrato parenti che non vedeva da 50-60 anni o che, magari, non aveva nemmeno conosciuto. È stata un’esperienza strana, ma emotivamente coinvolgente. È stato commovente soprattutto per lui e io ero felicissimo di vederlo così emozionato”.

Tornando al calcio: tu hai iniziato in un’Udinese fantastica, che lottava per la Champions (anni 2012-2014) e piena di campioni. Chi ti aveva impressionato in particolare?
“In quella squadra c’erano tanti campioni, ma ovviamente Sanchez e Di Natale rubavano l’occhio. C’erano però anche Muriel, Cuadrado, Asamoah, D’Agostino, Inler, Isla, Pereyra e tanti altri. Infatti, li guardavo mentre si allenavano e dicevo: “Ma io quando gioco?” (sorride, n.d.r.). Da una parte è stata sicuramente una fortuna, ma dall’altra tante volte mi son chiesto se non sia stato peggio per me, perché alla fine in una squadra più “debole” avrei potuto fare più esperienza. E per un giovane fare esperienza giocando, è fondamentale”.

Ci ricordi qualche aneddoto di quella squadra di campioni?
“Mi ricordo Di Natale che, a fine allenamento, chiedeva a un portiere della Primavera o al terzo portiere della Prima Squadra di fermarsi per poter fare qualche tiro: ti assicuro che non gliene ho mai visto sbagliare uno, tutti nello specchio. Sono stato ore a guardarlo cercando di capire come facesse, ma ancora oggi non me lo spiego…”.

È in quel momento che hai capito di avercela fatta?
“Esordire in Serie A (27 febbraio 2011, Palermo-Udinese 0-7, n.d.r.) è stata una bella emozione, non posso negarlo. Ma lo è stato soprattutto dopo, quando sono arrivato a casa: ricordo che sono entrato e c’erano i miei genitori con le lacrime agli occhi. È stato un bel momento per tutta la famiglia. Ma è quando ho giocato in Europa League a Glasgow o sul campo dell’Atletico Madrid che ho avuto la sensazione che qualcosa di importante stesse accadendo”.

C’è stato, invece, un momento in cui hai temuto di non farcela?
“Ti direi di no, perché alla fine sono uno che non molla facilmente. Nonostante tutte le difficoltà ho sempre pensato che, prima o poi, avrei trovato la mia strada nel calcio. E così è stato”.

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Per Battocchio anche un'esperienza in Inghilterra con il Watford.

Ripensando al tuo percorso, ti saresti gestito diversamente?
“Sai, è un discorso complesso. Un tempo si usava molto mandare i giocatori in prestito, ma la squadra che ti prende non ha alcun interesse a spingere un ragazzo che, poi, sa che se ne andrà e, giustamente, dà priorità ai suoi, che poi proverà a rivendere. L'esperienza al Watford, ma anche quella all’Entella mi sono servite, però ho sempre avuto questa sensazione di essere “parcheggiato”, per cui devi essere davvero forte mentalmente per non demoralizzarti”.

C’è un rammarico, un momento da “sliding doors” che secondo te ha cambiato la tua carriera?
“C’è quella famosa frase di Conte, che – quando ero all’Entella – disse: “In tutte le categorie, ci sono pochi giocatori italiani in grado di saltare l’uomo. Uno di questi è Battocchio, tutti gli altri sono attaccanti”. Io sono rimasto scioccato, perché non me l’aspettavo proprio. Peccato, perché poco tempo dopo il mister ha lasciato la panchina della Nazionale e non ho avuto l’opportunità, come invece è capitato a qualche mio compagni dell’Under 21, di esordire in quella maggiore. Chissà, magari, se fosse successo, la mia carriera sarebbe andata diversamente…”.

Invece, dopo Udine, Londra, Chiavari e Brest, hai iniziato un giro del Mondo: qual è l’esperienza più strana che ti è capitata di vivere?
“In Giappone è stato tutto condizionato dal periodo Covid, dunque non me la sono goduta. In Messico è stata bella dal punto di vista ambientale, perché alla fine mi sembrava di essere tornato in Argentina. In Israele sono rimasto impressionato da come fossero abituati ad un certo tipo di situazioni che, a me, mettevano un’ansia pazzesca. A volte, infatti, suonavano le sirene che avvertivano dei bombardamenti e, quindi, ti dovevi mettere al riparo. Magari succedeva mentre ci allenavamo e, quindi, la gente si fermava. Vedevi missili volare sulle nostre teste e, magari, esplodere a qualche chilometro da noi. I miei compagni continuavano serenamente a parlare in campo, io ero terrorizzato e frastornato. Poi, quando finiva tutto, si ricominciava l’allenamento come se nulla fosse successo”.

Hai giocato anche in India: che esperienza è stata?
“Anche quella formativa, il livello del calcio non è male e c’è tanta passione, ma alla fine è durata poco perché mia moglie è rimasta incinta e abbiamo deciso di tornare in Italia. Finché siamo stati lì, è stata una bella esperienza: avevamo la fortuna di vivere in hotel a 5 stelle e, quindi per noi era tutto “comodo”, non uscivamo spesso e non abbiamo visto molto, alla fine la giornata era interamente dedicata al calcio e alla famiglia. Poi il campionato aveva tante pause, che ci consentivano di viaggiare e visitare posti nuovi”.

Dopo l’India, ancora una volta, sei tornato in Italia senza contratto: come l’hai vissuta?
“Come dicevo prima, quando hai trentadue anni vivi tutto con più maturità. Ho continuato ad allenarmi con un preparatore atletico personale, ma ovvio che più passava il tempo e più le speranze di rientrare si affievolivano. Un giorno mi ha chiamato un amico procuratore chiedendomi se fossi disponibile a valutare alcune opportunità, tra queste c’era il Monopoli: quando mi hanno offerto il contratto, non ci ho pensato due volte. Società seria, ambiente bellissimo, era l’opportunità che stavo aspettando…”.

Hai giocato in A, in Inghilterra, Francia, ora in Serie C: scendere di categoria non è stato un problema?
“No, perché quello che mi interessava era trovare un ambiente ideale e ritrovare l’entusiasmo. Qui ho trovato quello che cercavo. Questo è ormai il mio terzo anno a Monopoli e sono anche diventato capitano: sono contento di mettere a disposizione del club e dei mie compagni la mia esperienza”.

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Battocchio oggi al Monopoli, in Serie C.

mnNel tuo primo anno siete arrivati terzi a fine stagione, nella scorsa vi siete salvati senza affanno: quest’anno qual è l’obiettivo?
“È importante restare con i piedi per terra, quindi raggiungere la salvezza il prima possibile, poi nel caso si alza l’asticella e vediamo dove possiamo arrivare”.

Quanti anni di Monopoli ti sei ancora dato?
“Non lo so, finché le gambe rispondono, e finché qui mi vogliono, a me piacerebbe continuare. Mi sento ancora bene, quindi penso che resterò ancora qualche anno”.

E, poi, hai già in mente cosa farai una volta appese le scarpette al chiodo?
“Credo che farò il corso allenatori a Coverciano. È una cosa che mi ha sempre attirato, dunque se me lo chiedi oggi ti rispondo così, poi magari fra un po’ il calcio mi stufa e ci ripenso (sorride, n.d.r.). Ma devo dire che, dopo un periodo difficile, qui a Monopoli ho ritrovato la passione che avevo un po’ perso. Sarò sempre grato a questa società e, per questo, vorrei ripagarla in qualche modo prima di smettere”.

Sei pronto a fare un fioretto nel caso la stagione andasse così bene da coronare il sogno Serie B?
“Un cosa? Cos’è un fioretto? Non lo so…”.

Una promessa, qualcosa che saresti disposto a fare…
“Ah, ho capito. Beh, magari mi posso tatuare lo stemma del Monopoli. Lo faccio sull’altro polpaccio: da una parte Messi dall’altra il Monopoli, direi che sarebbe perfetto (sorride, n.d.r.)”.

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