Un aneddoto su un presunto rito vodoo. Per spiegare perché Romelu Lukaku aveva lasciato l'Everton per accettare il trasferimento al Manchester United e non al Chelsea bisogna azionare il rewind e attendere che la pellicola arrivi a quei giorni in cui Farhad Moshiri, azionista di maggioranza dei Toffees, si trovò a giustificare perché non era riuscito a trattenere il belga a Goodison Park nonostante avesse fatto il possibile – a suo dire – per pareggiare l'offerta dei Blues (in quel momento in vantaggio). "Eravamo pronti perché firmasse il rinnovo del contratto – disse – ma Lukaku ci riferì che aveva parlato con sua madre, forse in pellegrinaggio in Africa, e un rito vodoo aveva rivelato alla donna che la prossima destinazione del figlio sarebbe stata il Chelsea".

Le cose andarono diversamente, perché l'irruzione sulla scena dei Red Devils cambiò tutto, ma il belga ci restò malissimo per quel chiacchiericcio, quella versione dei fatti offensiva per la sua persona e la famiglia. Minacciò perfino di citare in giudizio Moshiri per averlo diffamato e replicò a quelle illazioni attraverso le parole di un suo rappresentante: "È molto cattolico e il vudù non fa parte della sua vita e delle sue credenze". Quel pettegolezzo, però, non ha mai abbandonato l'attaccante divenendo una leggenda farlocca del mondo del calcio.

Zlatan Ibrahimovic non ha fatto altro che prenderla, calarla nel contesto di un derby di Coppa Italia molto acceso, manipolarla alla sua maniera per innervosire l'avversario (si chiama trash talking) usando un linguaggio molto forte, provocarlo e metterlo fuori gioco facendo leva sul fattore emotivo. Ecco perché lo svedese, in quel tumultuoso faccia a faccia come fosse una rissa da saloon nel vecchio West, prima accetta il testa a testa (quasi sfiorando lo scontro fisico) e poi gli urla la frase che rimbomba dentro un San Siro vuoto e arriva in maniera chiara anche nelle case dei tifosi: "Go to your mother, go do your vodoo shit, you little donkey" che tradotto letteralmente significa "Vai da tua madre, vai a fare le tue stronzate vudù, piccolo asino". Dove per donkey, secondo la vulgata dei supporter inglesi, sta a indicare un calciatore di buona stazza fisica ma poco abile nel controllo della palla e altrettanto impreciso nei passaggi.

Quale fu la reazione di Lukaku è noto a tutti. Stava difendendo se stesso, il proprio onore, il buon nome della madre e più ancora stava respingendo con forza quell'immagine di uomo mediocre, debole abbastanza da lasciarsi fuorviare da presunti riti magici e annesse superstizioni. La Procura Federale, però, ha aperto un'indagine su quell'episodio poco edificante che vide il belga sbottare e urlare a Ibra insulti del tipo: "Perché parli mia madre? Fottiti, tu e tua madre. Parliamo di tua mamma, che è una pu**ana". Nel tunnel dello spogliatoio il battibecco continuò, il belga aveva perso le staffe, schiumava rabbia quando gridò – secondo una ricostruzione del labiale – "Ti sparo in testa, hai capito? ti sparo in testa".

Del resto se Lukaku aveva osato l'ardire di proclamarsi "nuovo re di Milano" dopo aver conquistato la vittoria proprio in un derby (4-2 in rimonta il 9 febbraio 2020) un simile affronto andava lavato con una sentenza severa. "Milano non ha mai avuto un re ma un Dio…", disse Zlatan in occasione del match giocato a ottobre dello stesso anno (2-1 per i rossoneri). E nell'ultimo derby ha scagliato l'anatema.

Eppure il rapporto tra Ibrahimovic e Lukaku ai tempi del Manchester United non era sembrato così difficile. Insieme hanno giocato solo per una stagione (2017/2018). A Old Trafford il belga era sbarcato per la somma di 85 milioni di euro nell'estate in cui lo svedese perfezionava la riabilitazione dopo l'infortunio al ginocchio. Arrivò e chiese a Zlatan se poteva avere la maglia numero 9. Gliela concesse e poi spiegò come erano andare le cose: "Mi ha chiamato dicendomi: Fratello, posso avere la maglia numero 9? E io gli ho detto: Fai pure, voglio solo che ti senta sereno. Però io mi prendo la 10". 

Maglia e posto in campo: Lukaku approfittò dell'assenza forzata del compagno di squadra per spostare su di sé la luce dei riflettori lasciando in un cono d'ombra la personalità ingombrante di Ibra. Ci riuscì anche almeno fino a quando ebbe l'opportunità di restare al centro della scena: 10 gol in 11 partite, una media pazzesca che calò drasticamente non appena lo svedese tornò in campo. In buona sostanza, Ibra lo infastidiva al punto da renderlo ‘musone', privarlo perfino della gioia dopo un gol. Rio Ferdinand, storico capitano dei Red Devils, commentò quella situazione andando direttamente al nocciolo della questione: "Avere alle spalle un grande attaccante, uno che segna tanti gol ti crea pressione. E non tutti i calciatori riescono a gestirla bene. Romelu uscirà da questa situazione ma il suo problema più grande è la presenza di Ibrahimovic".

Ferdinand aveva ragione. In un'intervista alla TV del Manchester United fu lo stesso Lukaku a chiarire cosa vuol dire avere Ibra come compagno di squadra e, al tempo stesso, concorrente/compagno di reparto. "Lottava sempre per il posto anche in allenamento, lo ha fatto in tutta la sua carriera. È una cosa che mi ha cambiato". Bastone e carota. Una sua parola poteva essere pesante come il ‘ferro' oppure leggera come una ‘piuma', in ogni caso destinata a lasciare un segno. "Ti do 50 sterline per ogni stop giusto che fai", raccontò alla Gazzetta parlando del belga e del periodo trascorso a Old Trafford insieme. Il finale della storiella fu in pieno stile Ibra: "Lui mi disse: E se non ne sbaglio uno cosa mi dai? Nulla, ma così ti rendo un calciatore migliore… Non accettò mai. Forse aveva paura di perdere".