Ci sono calciatori che più di altri entrano nell’immaginario dei tifosi. Uno di questi, per i supporter dell’Hellas Verona, è sicuramente Fabrizio Cammarata. Dopo la vittoria degli scaligeri contro la Juventus in tanti hanno ripensato alla sua doppietta contro la Vecchia Signora del campionato 1999/2000 e in esclusiva per Fanpage.it l'attuale allenatore della Dinamo Tirana ha parlato del momento d'oro della squadra di Ivan Juric, che, tra le altre cose, domenica sfiderà un altra sua ex squadra: il Cagliari.

Si aspettava una stagione del genere dell’Hellas? Quali sono le qualità più importanti del Verona di Juric e quali sono le basi che hanno portato questa squadra in zona Europa League?

Ti dico la verità, è norma  che per una neopromossa il primo obiettivo è quello di salvarsi ma lo scorso agosto io son stato a Veronello a seguire alcune sessioni di allenamento di mister Juric e la cosa che mi aveva più colpito, tralasciando la parte tattica e tecnica, è che si veda una grande complicità, una grande voglia voglia di stare tutti uniti e compatti. Certamente i risultati, però quella cosa lì mi aveva colpito, e ormai Verona è diventata una realtà grazie ad un grande lavoro da parte di Juric che ha una rosa che lotta dal primo all’ultimo: questo è già un grande risultato. Se a questo poi aggiungi un pubblico che ti spinge come quello veronese, allora si crea quel connubio giusto tra squadra e ambiente. Una cosa va sottolineata, che valorizza ancora di più il lavoro fatto da Juric, è il modo in cui il Verona affronta le partite: ci sono delle solide basi, dei solidi principi e poi da lì a seconda dell’avversario gioca con una punta, con due oppure senza in qualche caso.

Crede che il Verona possa tenere il ritmo fino alla fine oppure qualcosa pagherà inevitabilmente a squadre, certamente più attrezzate, come il Napoli e il Milan?

A livello di organico ci sono squadre che hanno qualcosa in più ma quando sei in fiducia può succedere di tutto. Adesso l’obiettivo della salvezza è quasi raggiunto e non c’è più nulla da perdere. Hanno lavorato bene sotto tanti punti di vista ed è giusto che si godono questo momento e lavorino fino alla fine con questa leggerezza, senza troppo pensare agli obiettivi. Tutto ciò che verrà è positivo. Certamente squadre come Napoli e Milan hanno qualcosa in più e alla lunga si vedrà ma alla fine sarà sempre il campo a dare le sentenze.

Domenica prossima si affronteranno Verona e Cagliari, due sue ex squadre. Cosa si aspetta dalla partita del Bentegodi? 

Sarà una bella partita perché si tratta di due squadre che cercano di proporre e hanno ottime individualità dal centrocampo in sù. In molte cose Verona e Cagliari si somigliano e poi hanno entrambe un pubblico che ti spinge sempre a fare meglio. Entrambe stanno facendo un campionato importantissimo e di certo daranno vita a 90’ tirati.

Cosa è successo al Cagliari dopo il brillante inizio? Come può uscire da questa crisi?

Stiamo parlando di una buona squadra, che è guidata da un bravissimo allenatore e ha individualità importanti. La flessione non è dovuta solo a brutte prestazioni ma spesso alcuni episodi in fila possono portare a risultati negativi. Io credo che comunque la squadra c’è e anche grazie alla preparazione dell’allenatore sono certo che uscirà da questo momento.

Quali sono i ricordi più belli che conserva con la maglia veronese e con quella sarda?

Verona è stata la mia prima squadra da professionista, dove ho vinto due campionati e ho fatto la Serie A mentre a  Cagliari è stata una parentesi un po’ più difficile perché c’erano grandi aspettative ma io ho sempre dato il massimo in campo e tanti tifosi questo me lo riconoscono.

Lei vinse il Viareggio e il campionato Primavera con la Juventus nel 1994 ma ha fatto l’esordio tra i professionisti con il Verona. Trova analogie-differenze nel trattamento dei giovani e nell’inserimento nelle grandi squadre rispetto ai suoi tempi oppure il nuovo approccio della Nazionale ha cambiato qualcosa?

Prima un po’ più difficile perché era proprio diverso il calcio. Si preferiva sempre affidarsi a calciatori esperti più che ai giovani ma dopo l’ultimo mondiale si è visto un grande coraggio nel lanciare giovani calciatori e questa cosa si sta verificando anche da noi. I giovani bisogna farli crescere, non dargli troppe responsabilità e anche se sbagliano far capire loro l’errore senza metterli subito da parte. Un esempio lampante può essere Zaniolo con la Roma, che nonostante alcune titubanze iniziali poi è uscito fuori: quando c’è qualità è inevitabile. I tecnici dei settori giovanili sono tutti preparatissimi e quando arriva un ragazzo in prima squadra il successo è di tutto l’impianto non solo di uno, perché praticamente l’hai fatto diventar grande e lo hai fatto crescere sotto tutti i punti di vista.

Dopo l’esperienza in Cecenia, ora sei alla Dinamo Tirana? Come ti trovi e che differenze trovi con il modo di vivere il calcio rispetto a noi?

In entrambe le esperienze ho notato una grande passione per il calcio. Si vive in maniera intensa. Gli allenatori italiani sono molto apprezzati e la scuola dei nostri tecnici è molto ben vista all’estero: questa aiuta anche nel lavoro. Sto facendo le mie esperienze fuori e poi vedremo come andranno le cose nel futuro.