Breda: “La Serie B andrebbe studiata in tutto il mondo. Gli allenatori italiani troppo chiusi sulla tecnologia”
C'è un filo che lega tutta la carriera di Roberto Breda: la curiosità. Quella che da calciatore lo ha portato a imparare dai grandi campioni della Sampdoria e del Parma, e che oggi, da allenatore, lo spinge a raccontare il calcio con strumenti nuovi come una newsletter su Substack.
A Fanpage.it l'ex capitano della Salernitana e allenatore di Padova, Reggina, Vicenza, Latina, Ascoli, Ternana e Pescara apre le porte del suo modo di pensare, spiegando perché l'allenatore debba restare il centro di un progetto, come sta cambiando la Serie A e perché la Serie B rappresenti un laboratorio unico nel panorama mondiale. Il tecnico veneto ripercorre anche i ricordi più significativi della sua carriera, dall'esperienza a Salerno fino alla recente parentesi in panchina al Padova, senza nascondere un desiderio che guarda oltre i confini italiani: misurarsi, un giorno, con un'esperienza in panchina all'estero.
Mister, lei viene dall'esperienza in Serie B al Padova ma ci arriviamo presto. Nelle ultime settimane ho scovato una sua newsletter su Subastck e le vorrei chiedere come nasce l'idea.
"Avevo già iniziato qualche anno fa con dei video molto artigianali su YouTube. Li facevo completamente da solo, con l'idea di condividere qualcosa e di mettermi in gioco. Quando alleni hai sempre una veste quasi istituzionale: devi far parlare i risultati e hai poca libertà. Facevo analisi tattiche e altri contenuti, ma quando torni ad allenare non puoi più farli. Però mi sono reso conto che erano stati utili, quasi un biglietto da visita. Chi arrivava in una nuova piazza riusciva a conoscermi meglio. Anche la newsletter l'avevo già iniziata tempo fa, ma era molto più lunga e complicata. Questa invece nasce dal bisogno di analizzare la stagione e, allo stesso tempo, sviluppare idee nuove. È una formula fluida, sia per me che la scrivo sia per chi la legge. Ho cercato di inserire riflessioni personali, non cose che si trovano dappertutto".
L'obiettivo è parlare di calcio o c'è anche altro?
"Sì. Volevo mandare cose di campo, sia dal punto di vista tattico sia per quanto riguarda la gestione del gruppo e le dinamiche interne. Era questo l'obiettivo. Poi ho scoperto Substack e mi è piaciuto molto. Rispetto agli strumenti che usavo prima è molto più semplice. Hai la newsletter ma anche spazi dove puoi divertirti, aggiungere note e articoli extra".
La continuerebbe anche se tornasse ad allenare?
"Vorrei provarci. La newsletter è quindicinale, quindi la frequenza è gestibile. Spero che non ci siano problemi anche con eventuali uffici stampa. L'idea è quella di andare avanti".
Nel calcio c'è ancora poca apertura verso questi strumenti?
"Sì. Nel nostro settore vedo tanta chiusura, a partire dalle società. Invece oggi viviamo in un mondo globale e dobbiamo sfruttare queste opportunità. Un conto è quando sono gli altri a raccontarti attraverso un'intervista, un altro è avere uno spazio tuo dove puoi mandare direttamente i messaggi che vuoi comunicare".
Parliamo un po' di attualità e di prossimo futuro: che campionato di Serie A si aspetta?
"Negli anni scorsi avevamo ritrovato continuità con allenatori come Pioli, Inzaghi, Gasperini e Spalletti. Si era lavorato sulle idee tattiche e quella continuità aveva prodotto risultati anche in Europa. L'anno scorso, invece, secondo me abbiamo fatto un passo indietro. Non solo per gli allenatori, ma anche perché abbiamo iniziato a portare in Italia giocatori a fine carriera. Una volta avevamo De Bruyne o Modric a vent'anni, oggi arrivano alla fine del percorso. Io continuo a pensare che al centro di tutto debba esserci l'allenatore. La società deve costruire una struttura che gli permetta di lavorare, ma è lui che crea il mondo dentro cui i giocatori si identificano".
C'è comunque qualcosa che l'ha colpita più di altre?
"Sì. Il Como di Fabregas, per esempio. È vero che aveva una rosa importante, ma dietro c'è stato anche un grande lavoro. Poi c'è l'Inter. Se confronti quella di Inzaghi con quella di Chivu vedi idee diverse. Inzaghi aveva principi più adatti alla Champions, mentre Chivu ha costruito un calcio probabilmente più funzionale alla Serie A, andando ad eliminare alcuni difetti che l'Inter mostrava contro le squadre che difendevano basse".
Le sfide più interessanti?
"Quella dell'Atalanta. Passare da Gasperini a Sarri significa cambiare completamente principi di gioco. Con Gasperini il riferimento era l'uomo, con Sarri diventano il compagno e la palla. È un cambio radicale e sarà interessante vedere come si svilupperà. La Fiorentina, invece, con Grosso torna a ricercare alcune sicurezze che aveva trovato negli anni di Italiano".
Passiamo alla Serie B. Che campionato cadetto pensa possa venir fuori la prossima stagione?
"La Serie B andrebbe studiata in tutto il mondo perché è un campionato unico. Le gerarchie esistono solo fino a un certo punto. Ogni anno pensiamo di sapere chi sarà protagonista, poi succede sempre qualcosa che ribalta tutto. Lo Spezia si salva all'ultima giornata, poi arriva in finale playoff e dopo retrocede. Ci sono squadre che passano dai playoff alla lotta per non retrocedere nel giro di un anno. La formula con playoff e playout tiene praticamente tutti in corsa fino alla fine. E poi ci sono piazze importanti, abituate alla Serie A, dove bastano pochi risultati negativi per mettere tutto in discussione. È un campionato imprevedibile ma proprio per questo affascinante".
Lei poche settimane fa sedeva sulla panchina del Padova ma poi le strade si sono separate al termine della stagione: che esperienza è stata?
"Ho fatto sei partite e ne abbiamo vinte quattro, dopo che nelle cinque precedenti era arrivato un solo punto. Padova è una piazza con grandi potenzialità, una proprietà forte e tanto entusiasmo. Mi spiace non aver continuato, ma fa parte del nostro mestiere. Credo che abbia tutte le possibilità per fare bene".
Mister, facciamo un salto indietro nel tempo. A soli 15 anni lascia Treviso per trasferirsi a Genova, sponda Sampdoria. Quanto ha inciso quel percorso formativo, sia come uomo che come calciatore, in una piazza così importante?
"Ho avuto due grandi regali nella mia carriera. Il primo è stato la Sampdoria a vent'anni. Era una squadra straordinaria, con Mantovani presidente e campioni incredibili. Ho vissuto un periodo storico irripetibile, tra Coppa delle Coppe, Scudetto e finali europee. Per un ragazzo così giovane era come vivere una favola".
Lei è stato anche a Parma alla fine degli anni '90, quindi dovremmo dire in quel ‘Parma'…
"Il secondo regalo è stato il Parma a trent'anni. Lì avevo un'età diversa e riuscivo ad analizzare meglio tutto. Ho capito che anche i grandissimi campioni sono ragazzi normali, con le loro debolezze. Questa è una cosa che oggi mi serve tantissimo da allenatore: capire quando un giocatore ha bisogno di essere sostenuto".
E Salerno? Cosa rappresenta per capitan Breda?
"È stato un altro dono. Sono partito dalla Serie C e sono arrivato in Serie A da capitano, vivendo il momento più bello della storia della Salernitana. Essere capitano significa imparare a gestire un gruppo, rappresentare i compagni e capire le loro esigenze. Tutte esperienze che poi mi porto dietro anche oggi da allenatore".
Nel suo percorso post-ritiro ci sono state esperienze in TV e da docente di metodologia e tattica: Quanto le è servito "studiare il calcio dall'alto" per arricchire il suo bagaglio una volta tornato sul campo?
"Mi piace condividere idee, non frasi fatte. L'obiettivo è far vedere che dietro una partita esistono dinamiche che spesso chi guarda normalmente non nota. Molti vedono il tunnel, il dribbling o il gol. Io vedo una partita a scacchi. Quando un allenatore guarda una gara non osserva quasi mai il gesto tecnico: cerca di capire come è stata preparata, come un modulo affronta un altro, quali contromisure vengono adottate. È tutto un gioco di mosse e contromosse".
Qual è il progetto a cui le piacerebbe prendere parte nella prossima esperienza in panchina?
"È difficile dirlo prima, perché tutto dipende dai giocatori che hai a disposizione. Come sogno, però, mi piacerebbe fare un'esperienza all'estero. Non è semplice, ma sto iniziando a lavorarci. L'inglese lo parlo, riesco a comunicare. Se dovessi fare un'intervista a Londra magari avrei bisogno di un attimo per trovare le parole giuste, ma la base c'è".