La finale di Champions a Berlino nel 2015. Il rigore sbagliato a Euro 2016 contro la Germania. La scelta di lasciare la Juventus e andare al Milan. Leonardo Bonucci aziona il rewind e lascia che la sequenza videoclip gli ricordi le cose belle della carriera e quelle che gli hanno lasciato amaro in bocca e una buona dose di rimpianti. Nulla nega, non cerca scuse né si tira indietro rispetto alle proprie responsabilità: #finoallafine è molto più di un motto di squadra, è questione di mentalità che il difensore bianconero ha acquisito a Torino e portato con sé anche in quella malaugurata estate quando cadde in tentazione – per rabbia e per amore – e se ne andò "al diavolo". Rammenta tutto come fosse ieri e ha capito, in quella stagione di grande sofferenza, che non tutti i mali vengono per nuocere. E se sbagli, avere il coraggio di ammetterlo è sempre meglio che continuare a sbagliare per stupido orgoglio.

In quell’anno fuori sono migliorato come uomo e ho capito che la Juventus è unica – ha ammesso Bonucci nell'intervista a JTV.

Un errore. Ecco cosa fu lasciare la maglia bianconera. Bonucci non ne ha mai fatto mistero e per questo (come per molte altre cose) è stato spesso criticato duramente dai tifosi, anche quelli della ‘vecchia signora' che non gli hanno perdonato subito il "tradimento" sportivo.

Le scelte portano a delle conseguenze, dice il capitano che aggiunge alla lista dei rammarichi altri due momenti della carriera. L'uno più pesante dell'altro. Quali? La finale di Champions a Berlino, persa 3-1 contro il Barcellona nel 2015, che gli fa più male del ko subito a Cardiff due anni dopo.

Pesa più Cardiff o Berlino? Berlino perché ci sono stati 10 minuti dopo il gol di Morata in cui abbiamo avuto l’occasione di poter andare in vantaggio. Sono stati quei 10 minuti a farci credere di poterli battere e ci siamo esposti al loro contropiede con quei tre davanti che ti facevano male.

Il Barcellona e il Real Madrid erano di un altro pianeta e questa consapevolezza ha lenito in parte la delusione per la sconfitta maturata a un passo dal traguardo, a un gradino da quella Coppa che manca da quasi venticinque anni. Ma c'è una cosa che gli dà ancora il tormento: l'errore dal dischetto contro la Germania al Campionato europeo.

Avevo segnato quello in partita calciandolo in un modo ed era andato bene. Davanti avevo Neuer e non sapevo come calciare, ero perso nell’indecisione. Lì avrei dovuto solo scegliere un lato e calciare forte senza pensare. Quello è un rimpianto che non mi toglierò facilmente.

Alla Juve c'è solo una cosa che conta per davvero: è vincere. Per farlo non basta il talento, perché la forza è nulla senza controllo, ma occorrono qualità particolari e una vocazione alla leadership che non è esercizio del comando ma capacità di immedesimarsi anzitutto nel concetto di squadra. In assenza di Giorgio Chiellini, è toccato a Bonucci ereditare i gradi e la responsabilità della fascia di capitano.

La fascia presto tornerà a Giorgio, come è giusto che sia. Lo aspettiamo perché è un elemento importante nello spogliatoio. Ci è mancato in questi mesi.