video suggerito
video suggerito

Amedeo Goria: “Ad Adani ricorderei cos’è la Rai, una segretaria ti chiama e dice: da domenica sei fuori”

Nell’intervista a Fanpage.it il giornalista Rai riflette su come la narrazione del calcio si sia trasformata e non risparmia critiche al sistema mediatico odierno, fino allo stile sempre più provocatorio del dibattito televisivo. “Il rischio è che il personaggio conti più della competenza”.
A cura di Maurizio De Santis
0 CONDIVISIONI
Il giornalista Rai, Amedeo Goria, ha discusso nell’intervista a Fanpage.it com’è cambiato il mondo dell’informazione sportiva.
Il giornalista Rai, Amedeo Goria, ha discusso nell’intervista a Fanpage.it com’è cambiato il mondo dell’informazione sportiva.

Podcast, social, format indipendenti, centralità degli ex giocatori diventati opinionisti oggi dominano il racconto sportivo e la discussione sul calcio. A parlarne è Amedeo Goria, che ha attraversato più di mezzo secolo di giornalismo, dagli anni della carta stampata alla rivoluzione digitale. In una lunga intervista a Fanpage.it, il volto storico della Rai riflette su come la narrazione del football si sia trasformata. Non mancano i passaggi più diretti, come il riferimento a Lele Adani ("è diventato un personaggio. Ma alla Rai gli direi una cosa: ricorda che sei nel servizio pubblico, serve misura") o ad Antonio Cassano. E non risparmia critiche al sistema mediatico odierno, allo stile sempre più provocatorio del dibattito televisivo. "Oggi tutti parlano di calcio. Il problema è che per farsi sentire in molti credono si debba urlare".

Goria ripercorre anche il calcio di un'altra epoca: le giornate passate a pranzo con campioni come Antonio Cabrini e Cesare Prandelli, o l'aneddoto incredibile di quando Michel Platini affittò un aereo privato per portare tre giornalisti nella sua scuola calcio in Francia. "Una giornata così oggi sarebbe impossibile. Con agenti, sponsor, uffici stampa e social media manager i filtri sono infiniti". Tra nostalgia, critiche al giornalismo contemporaneo e riflessioni sul futuro della comunicazione sportiva, Goria traccia il ritratto di un calcio sempre più ricco ma, forse, anche sempre più distante. E lancia un avvertimento: "Il rischio è che il personaggio conti più della competenza".

Negli ultimi anni la discussione sul calcio si è spostata molto fuori dalla televisione tradizionale: podcast, YouTube, social e format indipendenti stanno attirando sempre più pubblico. Cosa è cambiato davvero nel modo di raccontare lo sport?
"Io ho iniziato a lavorare nel 1975-1976, quando ero alla Gazzetta del Popolo a Torino. Da allora sono passati più di cinquant'anni, ho visto davvero tutte le trasformazioni: la stampa è passata dalle rotative all'offset, poi alla digitalizzazione e oggi alla grande crisi dei giornali. In televisione è successo qualcosa di simile. Negli Anni Ottanta, quando entrai in Rai esistevano pochi programmi sportivi ma con un peso enorme. C'erano Novantesimo Minuto e La Domenica Sportiva, e chi li conduceva diventava popolarissimo: penso a Paolo Valenti, Alfredo Pigna, Sandro Ciotti, Tito Stagno. All'epoca quella era praticamente l'unica finestra sul calcio. Oggi invece l'offerta è esplosa: televisioni private, canali regionali, piattaforme, web, social… Tutti parlano di calcio".

Programmi e format digitali hanno spesso uno stile più diretto e senza filtri. Questo linguaggio più libero è una ricchezza oppure rischia di far perdere autorevolezza?
"Il web è una cosa bellissima perché allarga gli orizzonti, ma è anche incontrollato. Ci sono siti affidabili e altri molto meno. Il problema è che oggi, per farsi sentire, si tende a urlare, a esagerare. Una volta il linguaggio era più misurato, forse anche più elegante. Oggi c'è molta concorrenza e quindi bisogna emergere. Questo porta spesso a una forma più aggressiva e spettacolare. Però, quando urli troppo rischi di perdere autorevolezza".

Carta stampata, tv e rivoluzione digitale: Goria ha vissuto tutti i cambiamenti del giornalismo.
Carta stampata, tv e rivoluzione digitale: Goria ha vissuto tutti i cambiamenti del giornalismo.

Molti ex calciatori sono diventati protagonisti del dibattito calcistico. L'analisi fatta da chi ha giocato ad alto livello arricchisce davvero la comprensione del gioco oppure a volte manca quella distanza critica che dovrebbe avere il giornalismo?
"Questo è un punto delicato. Faccio un esempio: il telecronista ormai commenta le immagini che tutti vedono, mentre l'analisi tecnica viene affidata all'ex calciatore. Da un lato è interessante perché chi ha giocato conosce il campo. Dall'altro è anche una piccola sconfitta del giornalismo sportivo, perché il giornalista perde parte del suo ruolo interpretativo. Oggi conosciamo tutti il telecronista e soprattutto il commentatore tecnico: è lui che spiega la partita. Ma quanti si ricordano effettivamente dello speaker? È un cambiamento molto forte rispetto al passato".

Un tempo il giornalista sportivo aveva un ruolo molto chiaro: raccontare e spiegare ciò che accadeva in campo. Oggi spesso deve anche intrattenere, provocare e creare dibattito. È cambiata la professione o il pubblico?
"È cambiato tutto: professione, pubblico e contesto. Una volta esistevano pochi giornalisti sportivi davvero riconoscibili. Oggi ce ne sono moltissimi e la notorietà è molto più frammentata. Inoltre, c'è una crisi enorme dei giornali e anche una certa perdita di credibilità. Un tempo c'erano giornalisti di cui non sapevi nemmeno per quale squadra tifassero. Adesso in alcuni casi il giornalista deve quasi dichiararsi tifoso e alzare i toni per essere ascoltato".

I social network hanno accorciato molto la distanza tra giornalisti, tifosi e protagonisti del calcio. Questo ha reso l'informazione più democratica o più caotica?
"Direi entrambe le cose. È più democratica perché tutti possono esprimersi, ma anche più caotica perché l'informazione si è moltiplicata a dismisura. Il problema è che oggi ci nutriamo di una quantità enorme di notizie e, magari, il 95% sono inutili o marginali. Questo ruba tempo alle letture vere, ai libri, allo studio. E infatti molti giovani giornalisti arrivano agli esami con una preparazione culturale più fragile rispetto al passato".

Oggi il racconto del calcio vive molto sui social e nei podcast. Penso ad esempio alla esperienza della ex Bobo TV e poi a Viva el Futbol. Come vede lo stile diretto di opinionisti come Adani o Cassano?
"A modo suo, Antonio Cassano è un genio, diciamo così, della comunicazione. Io lo conosco: è uno molto genuino. In campo era estroso e fuori dal campo è rimasto così. Se tu vai a leggere fra le righe, dice anche delle verità… ma se esagera è perché ha capito che esagerando si fa notare. Questo, però, può portare nel complesso a un certo impoverimento della comunicazione. Se i giovani vedono solo il lato più verace e senza filtri e non hanno un contraltare più colto e più educato, rischiano di imitare solo quello. Serve equilibrio".

Antonio Cassano tra gli ex calciatori che oggi dominano la scena con nuovi format oppure in tv come opinionisti.
Antonio Cassano tra gli ex calciatori che oggi dominano la scena con nuovi format oppure in tv come opinionisti.

Anche altri giornalisti, come Fabio Caressa, hanno criticato questo stile comunicativo molto aggressivo verso i colleghi. Pensa che sia un problema reale nel dibattito sportivo?
"Quando si alzano troppo i toni non fa bene all'informazione. Va detto però che il meccanismo non è nuovo. Il primo grande giornalista sportivo che capì quanto potesse essere efficace attaccare un personaggio famoso fu Gianni Brera. Lui diventò ancora più celebre anche perché attaccava spesso Gianni Rivera, che chiamava ‘Abatino'. Quindi il meccanismo della polemica per ottenere visibilità esiste da sempre. La differenza è che ora è amplificato dai social e dalla televisione".

Negli ultimi mesi si è discusso molto del modo di comunicare di alcuni opinionisti televisivi. Se lei fosse il direttore di Rai Sport e avesse in squadra Lele Adani, cosa gli direbbe?
"Adani è un po' l'emblema di tutto quello che è cambiato nel giornalismo sportivo. È diventato un personaggio e ha una lingua molto acuta. Lui era un giocatore di discreta notorietà, non una grande star, ma da commentatore ha costruito un linguaggio e un personaggio molto riconoscibile che riesce a farsi ascoltare di più. Se fossi il direttore di Rai Sport gli direi una cosa semplice e gli farei un discorsetto quando c'è la Nazionale: ricordati che la Rai è servizio pubblico. Puoi avere personalità, puoi avere idee forti, ma devi anche mantenere una certa misura. Perché la Rai ti dà una grande visibilità, ma allo stesso tempo pretende equilibrio".

La Rai offre un servizio pubblico. Pensa che questo imponga dei limiti diversi rispetto ad altri contesti mediatici?
"Sì, assolutamente. La Rai dovrebbe avere un ruolo diverso rispetto ad altre piattaforme o altri tipi di programmi. Per questo, se fossi un dirigente Rai, direi a un commentatore come Adani: va bene il carattere, va bene la personalità, ma non bisogna esagerare. Non bisogna spadroneggiare. Perché la Rai è anche molto severa: può decidere di accantonarti anche senza grandi spiegazioni".

In che senso?
"Nel senso che nella storia della Rai è successo tante volte. Anche grandi personaggi della televisione sono stati messi da parte con una semplice telefonata. Magari non ti chiama nemmeno il direttore di rete. Ti chiama la segreteria e ti dice: La ringraziamo per tutto quello che ha fatto in questi anni, ma da domenica non sarà più previsto il suo intervento nel programma. E la cosa finisce lì. Nessuno è intoccabile. È sempre stato così. Anche perché tutto è collegato: se una persona perde visibilità in televisione, spesso perde anche altre collaborazioni. Se non commenti più le partite della Nazionale, magari anche i giornali iniziano a chiamarti meno".

Daniele ’Lele’ Adani opinionista Rai e commentatore per le gare della Nazionale italiana.
Daniele ’Lele’ Adani opinionista Rai e commentatore per le gare della Nazionale italiana.

A proposito di Nazionale, siamo davvero messi male: ancora una volta senza i Mondiali.
"È una sciagura anche per il giornalismo calcistico italiano non andare ai Mondiali. Dureranno 40 giorni quest'anno, sono a 48 squadre, ci sono anche Curaçao e Capo Verde ma non c'è l'Italia. A meno che non venga ripescata… e speriamo di no. Poi non capisco: perché dovrebbe essere ripescata se sul campo non ce l'ha fatta?".

Ha citato spesso il tema della visibilità. Quanto conta oggi per un giornalista o un opinionista?
"Conta moltissimo. Viviamo in un mondo in cui bisogna apparire. Io stesso, quando vengo invitato in televisione, lo vedo come un modo per restare presente nel dibattito pubblico. Non perché ne abbia bisogno personalmente, ma perché oggi funziona così: visibilità televisiva, visibilità sui giornali, visibilità online. È il sistema della comunicazione contemporanea. Per questo credo che il giornalismo debba cercare di mantenere un equilibrio: avere personalità, ma senza perdere competenza, cultura e rispetto per il pubblico".

L'analisi tecnica molto approfondita aiuta davvero il pubblico a capire meglio il calcio oppure rischia di diventare autoreferenziale?
"Dipende da come viene fatta. Se serve a spiegare il gioco è utilissima. La chiave è sempre la chiarezza: il giornalismo deve spiegare, non complicare".

Oggi immagini e dati sono ovunque e in tempo reale. In questo contesto qual è ancora il valore aggiunto di un giornalista sportivo?
"Il valore aggiunto dovrebbe essere la capacità di interpretare e contestualizzare. Ma oggi c'è un altro problema enorme: la distanza tra il mondo dell'informazione e quello del calcio. I club sono gestiti da Fondi internazionali, girano tanti soldi, avere un rapporto diretto e libero è molto difficile, il giornalista stesso conta molto meno. In più la disparità economica è enorme: un calciatore guadagna anche cento, mille volte più di un giornalista… È chiaro che questo cambia completamente il rapporto".

Goria ha anche parlato di com’è cambiato il rapporto tra giornalisti e calciatori.
Goria ha anche parlato di com’è cambiato il rapporto tra giornalisti e calciatori.

Un tempo il giornalista sportivo era anche un narratore di storie: spogliatoi, viaggi, rapporti personali con i giocatori. Si è persa questa dimensione
"Assolutamente sì. Quando ero giovane giornalista a Torino andavo spesso a pranzo con giocatori della Juventus come Antonio Cabrini, Cesare Prandelli o Roberto Tavola. Addirittura ero uno dei pochi giornalisti con cui Michel Platini parlava. Un giorno affittò un piccolo aereo privato e portò me e altri due colleghi a Montpellier, dove aveva una scuola calcio. Ci insegnò anche come tirava le punizioni. Oggi una cosa del genere sarebbe impensabile: ci sono agenti, uffici stampa, social media manager. I filtri sono infiniti. Prima il rapporto tra giornalisti e calciatori era molto più diretto e umano".

Il calcio di oggi è più ricco ma forse meno romantico: quando è stata l'ultima volta che si è davvero emozionato davanti a una partita?
"Le emozioni ci sono ancora, ma sono diverse. Io ho vissuto stagioni straordinarie: lo scudetto del Torino del 1976, quando lavoravo lì e conoscevo tutti i protagonisti, oppure gli anni della grande Juventus. Quelle erano stagioni in cui il calcio era più vicino alla vita reale. Oggi è un grande spettacolo ma anche molto più distante".

0 CONDIVISIONI
autopromo immagine
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni
api url views