Achille Polonara: “Quando mi dissero leucemia crollai. Oggi so quanto vale un gelato coi miei figli”

La notte prima del trapianto è fatta di suoni piccoli e pensieri enormi. Il rumore dell’acqua, i passi nei corridoi dell’ospedale, il tempo che sembra fermarsi. In quelle ore sospese Achille Polonara non è il giocatore abituato ai palazzetti pieni e alle finali da vincere: è un uomo che prova a dare un nome alla paura. La leucemia arriva all’improvviso, come una frattura nella normalità di una carriera costruita tra Eurolega, Nazionale e grandi piazze del basket europeo. Da lì inizia una partita diversa, senza pubblico e senza sirena finale, fatta di ospedali, silenzi e battaglie interiori.
Polonara racconta a Fanpage.it questo viaggio senza retorica che ha ben descritto nel suo libro ‘Secondo tempo' edito da Rizzoli: la rabbia, i momenti più bui, ma anche la scoperta di quanto possano valere le cose più semplici. Un gelato con i figli, una passeggiata, la possibilità di tornare, piano piano, alla vita.
Quando ha raccontato la notte prima del trapianto nel libro la descrive come un momento sospeso, quasi irreale: cosa passava davvero nella sua testa in quelle ore?
"Un po’ di preoccupazione c’era, inevitabilmente. Stai per affrontare qualcosa che non hai mai fatto e la parola ‘trapianto' fa paura. La notte prima hai ansia, pensi a tante cose. Poi però, a posteriori, l’intervento in sé è stato quasi una passeggiata: una volta finito ho pensato che fosse molto meno invasivo di quanto immaginassi. In realtà l’ansia della vigilia è quasi peggiore della procedura stessa".
Ricorda il momento esatto in cui hai sentito per la prima volta la parola leucemia?
"Sì. Avevo fatto un esame al midollo quella mattina e pensavo che i risultati sarebbero arrivati qualche giorno dopo. Invece nel pomeriggio, verso le cinque, sono entrati in stanza quattro o cinque dottori. Non riuscivano neanche a guardarmi in faccia e lì ho capito subito che c’era qualcosa che non andava. Quando me lo hanno detto sono rimasto senza parole e sono scoppiato a piangere. Poco dopo è arrivata mia moglie e abbiamo pianto insieme. È stata una botta mentale devastante".

Ha raccontato anche di aver avuto pensieri molto bui in quel momento…
"Sì, è vero. Avevo già avuto un tumore poco tempo prima e quando mi hanno detto che era qualcosa di ancora più grave ho pensato: ‘Basta, la faccio finita'. È stato un momento terribile. Poi però grazie a mia moglie e alla mia famiglia ho capito che valeva la pena almeno provarci e combattere".
Polonara ha parlato spesso della paura come di qualcosa che non sparisce, ma con cui si impara a convivere. Come cambia il modo di guardare la vita dopo un’esperienza del genere?
"Non ti nego che per molto tempo sono stato anche arrabbiato. Mi chiedevo perché dovessero capitare tutte queste cose proprio a me, e così giovane. Però allo stesso tempo mi sono reso conto di essere vivo quasi per miracolo. E allora inizi ad apprezzare molto di più le piccole cose: un gelato con tuo figlio, una passeggiata, una cena fuori. Sono cose che prima dai per scontate, ma quando sei in ospedale capisci quanto valgono davvero".
Il basket resta un punto fermo, quasi un’identità che non si rompe. Quanto l'ha aiutata lo sport in questo percorso?
"Essere uno sportivo mi ha aiutato tantissimo. Sono sempre stato competitivo, abituato alle battaglie dentro e fuori dal campo. Ho giocato in palazzetti con ventimila persone e in contesti di grande pressione. Quella mentalità, quel lato combattivo, mi ha aiutato molto anche in questa situazione".

Ha attraversato anche momenti di difficoltà a livello psicologico durante la malattia?
"Sì, soprattutto dopo il coma. Ho avuto periodi in cui rifiutavo di mangiare o bere, avevo dei blocchi mentali molto forti. Non è stato facile nemmeno per mia moglie starmi accanto. Però lei mi ha sempre spronato a reagire, anche perché i medici stessi avevano temuto il peggio quando ero in coma".
Quando i tuoi compagni della Virtus sono venuti in ospedale con la coppa dello Scudetto, che emozione è stata?
"Molto forte. Non era affatto scontato quello che hanno fatto e l’ho apprezzato tantissimo. Prima della finale erano anche passati a trovarmi a casa. È stato davvero un gesto bellissimo".
In quei momenti avrà ripensato anche al suo arrivo alla Virtus Bologna e a tutto quello che aveva vissuto fino a quel momento?
"Firmare con la Virtus è stato un grande orgoglio. È una piazza storica del basket italiano, con grandi aspettative. È una squadra costruita per vincere e questo significa pressione continua. Ma è anche il bello di giocare in una realtà così importante".

La diagnosi è arrivata proprio all’inizio di quella esperienza…
"Sì, ed è stato quasi un caso. Dopo la finale di Supercoppa sono stato selezionato per un controllo antidoping. Grazie a quel controllo sono emersi dei valori anomali e da lì è partita tutta la storia. Paradossalmente quel sorteggio è stato anche una fortuna, perché mi ha permesso di scoprire subito il problema".
Nella sua carriera ha giocato in piazze importanti come Baskonia, Istanbul e Kaunas. C’è un passaggio che ricordi come particolarmente difficile?
"L’inizio al Baskonia. Venivo da Sassari dove avevo un ruolo importante, mentre lì non mi conosceva nessuno. All’inizio giocavo pochissimo ed è stato davvero duro. Pensavo perfino di tornare indietro. Poi con il cambio di allenatore sono arrivati più minuti e più fiducia, e da lì è cambiato tutto".
Che insegnamenti si traggono quando si gioca in contesti così competitivi?
"Che devi sempre guadagnarti tutto. In quelle squadre non c’è mai niente di scontato: ogni minuto, ogni ruolo va conquistato".
Facciamo un passo indietro e torniamo allo scorso autunno, quando è stato incluso nei convocati dell’Italbasket come capitano e poi ha presenziato alla gara di Tortona contro l’Islanda: che momento è stato?
"Molto bello, perché era la prima volta che camminavo sulle mie gambe dopo un mese in carrozzina. Mi ero fissato quell’obiettivo: volevo attraversare il campo e ricevere quell’applauso. Quando sono entrato mi tremavano le gambe dall’emozione".

Pochi giorni dopo ha portato la Fiamma Olimpica, nella tappa di Roma, prima dei Giochi Invernali: per lei che ha partecipato alle Olimpiadi del 2021 che emozione è stata?
"È stato molto emozionante anche quello. Faceva un freddo incredibile e c’era pure il ghiaccio per terra, ma le persone presenti ci incitavano tantissimo. Sapere che molti conoscevano la mia storia ha reso tutto ancora più speciale".
Se potesse parlare all’Achille Polonara di qualche anno fa, cosa gli direbbe?
"In realtà non gli direi molto. Ho fatto sicuramente degli errori, ma nulla di così grave. Rifarei tutto quello che ho fatto, nel bene e nel male. L’unica cosa di cui vado davvero orgoglioso è che tutto quello che ho ottenuto me lo sono guadagnato da solo".
Se invece un ragazzo che sta attraversando un momento difficile leggesse oggi il suo libro, quale messaggio vorresti arrivasse?
"Di non mollare mai. In queste situazioni il morale è fondamentale. Bisogna combattere e avere pazienza. E poi sperare di ricevere l’affetto che ho ricevuto io, anche da tante persone che nemmeno conoscevo".
Il libro si intitola ‘Secondo tempo': dove pensa possa portarla questo nuovo capitolo della sua vita?
"Per ora vivo molto alla giornata, tra visite e controlli. Spero semplicemente di tornare alla normalità: portare i bambini a scuola, riprendere la nostra routine e avere un po’ più di fortuna con la salute".