Negli ultimi giorni scrollando i social mi sono imbattuta in una sere di video pressoché identici. Decine di sportive che praticavano ognuna la propria disciplina, dal livello amatoriale fino a campionesse olimpiche, accomunate tutte dalla frase "Sono queste le donne nello sport". Un concetto che nel 2026 pensavo fosse molto chiaro, ma mi è servito un attimo a capire cosa avesse innescato questa risposta di massa. Quando ho visto lo spot di Sydney Sweeney per Novig, nota piattaforma di betting, ho pensato solamente a una cosa: perché, per l'ennesima volta, per parlare di sport attraverso una donna bisogna passare dal suo corpo?
Nella pubblicità l'attrice di Euphoria appare quasi nuda in diverse scene, circondata da palloni, mazze da baseball e attrezzature sportive di ogni sorta, mentre interpreta in modo ironico diverse discipline. La campagna si chiama "Just Sports", ma di sport vero ce n'è pochissimo. La scelta creativa, nelle intenzioni della società, è quella di eliminare tutto il superfluo per concentrarsi soltanto sul mondo dello sport. Ma quale mondo? Non quello che vivono ogni giorno le atlete di qualsiasi livello, fatto di fatica, competizione, allenamenti, sconfitte, vittorie e anche di bellezza. Una bellezza che non ha bisogno di essere separata dalla prestazione per esistere.
Ed è proprio per questo che diverse sportive, comprese alcune campionesse olimpiche, hanno usato la propria voce per protestare contro il messaggio veicolato dalla pubblicità. La premessa deve essere chiara: la protesta non è contro la sensualità di Sydney Sweeney, né contro la libertà di una donna di utilizzare la propria immagine come preferisce. Ariarne Titmus, quattro volte campionessa olimpica di nuoto, ha definito quello spot uno "schiaffo" alle donne che hanno dedicato la propria vita allo sport, mentre altre atlete hanno risposto pubblicando video delle loro gare, degli allenamenti e delle medaglie conquistate. Non una gara a chi è più bella, ma quasi la necessità di ricordare cosa significhi davvero essere una donna nello sport.
E, detto con molta sincerità, quei video li capisco molto bene. Li capisco perché sono una giovane donna e perché lo sport per me ha avuto un significato molto importante: è stato passione, studio e discussione prima ancora di diventare il mio mestiere e conosco bene la fatica che ogni donna deve fare per conquistarsi uno spazio che ad altri sembra essere concesso in partenza. Nel mio piccolo so quanto costa diventare credibile ed essere presa sul serio, non avere margine di errore perché altrimenti la narrazione ricade in vecchi cliché. Per le donne che tifano non basta esserci, devono dimostrare di saperne, devono superare una sorta di esame che agli uomini spesso non viene nemmeno proposto. "Ok, se sei davvero tifosa spiegami il fuorigioco", una domanda apparentemente innocente che però contiene già un presupposto: forse non ne sai davvero abbastanza.
È stato così per decenni per tifose e addette ai lavori, ma neanche le atlete sono esenti da questa dinamica. Prima ancora dei loro risultati l'attenzione ricade sul loro aspetto, sul loro peso, sulla loro femminilità. Sono tanti gli stereotipi che vengono portati avanti nel racconto dello sport al femminile e ancora oggi si parla delle sportive troppo poco e in modo sbagliato. Per questo lo spot di Sydney Sweeney diventa qualcosa su cui riflettere con profonda attenzione per il messaggio che ci sta mandando. Non ho mai pensato che una donna debba essere vestita in un certo modo per essere rispettata e credo fortemente che ognuna debba usare la propria immagine nel modo migliore. Quando ha scelto di partecipare alla campagna Sydney Sweeney non ha commesso un errore, perché anche lei è libera come tutte le altre di scegliere come mostrarsi, senza essere giudicata.
Ma credo che sia legittimo chiedersi perché lo sport continui a essere raccontato con una chiave sbagliata, attraverso il corpo delle donne invece che attraverso quello che sanno fare. La prima risposta virale è stata quella della ginnasta Gracie Kramer, seguita a ruota dalla campionessa olimpica di nuoto Lani Pallister e da decine di altre sportive in giro per il mondo. Ognuna ha mostrato la propria idea di "Just Sports": una pedana, una piscina, una pista, una palestra, un campo. Il corpo come strumento attraverso il quale ottenere qualcosa che sembrava impossibile. Anche la Federazione internazionale di nuoto ha rilanciato questo messaggio mostrando le proprie atlete mentre gareggiano. La piattaforma di betting Novig non aveva bisogno di sessualizzare lo sport femminile per lanciare la sua campagna. Ma nel mezzo della polemica è emersa l'unica verità incrollabile su tutta quanta la questione: quando le atlete hanno risposto non hanno dovuto inventarsi nulla, è bastato mostrare quello che da sempre fanno ogni giorno.