26 Agosto 2022
12:47

She-Hulk schiaccia le donne nei loro cliché, l’empowerment è una sòla

She-Hulk su Disney Plus è una serie problematica: la donna è rappresentata con cliché e messaggi paradossali che soffocano l’empowerment. Ecco cosa non funziona.
A cura di Grazia Sambruna

La serie She-Hulk, su Disney Plus dallo scorso 18 agosto, è un disastro. Se prima dell'uscita, c'era già chi criticava la scarsa CGI (computer grafica) della trasformazione della pur bravissima Tatiana Maslany (Orphan Black) nell'energumena verde cugina di Bruce Banner, oggi che le prime due puntate sono disponibili sulla piattaforma, ci troviamo purtroppo davanti anche a tutti gli altri problemi del progetto. La scelta della linea comedy per raccontare le avventure dell'avvocatessa superhero non è di per sé contestabile, ma, paradossalmente, la serie che nelle intenzioni dovrebbe supportate l'empowerment femminile, di fatto lo affonda in cliché insostenibili, quando non pericolosi. Tanto che viene da chiedersi: ma che problemi ha She-Hulk con le donne? Cerchiamo di capirlo insieme. Senza diventare verdi.

Dopo un incidente automobilistico in cui è coinvolta insieme a Bruce Banner (Mark Ruffalo), Jennifer Walters assorbe qualche goccia del sangue di lui. Da lì, il superpotere le entra in circolo, rendendola la versione femminile d Hulk. Tutto questo nel giro di pochissimi secondi, mentre nel fumetto originale, la protagonista finiva in coma e al suo capezzale il cugino Avenger si struggeva chiedendosi se fosse meglio acconsentire alla trasfusione, in quanto unico donatore idoneo, e trasformarla così in un "mostro", oppure lasciarla andare. Sarebbe stato uno spunto narrativo interessante, anche solo per dare una profondità ai personaggi, ma She-Hulk ci viene da subito presentata come la quintessenza della "tipa tosta", quindi gli sceneggiatori avranno pensato che mostrarla già in origine "dipendente" da un uomo, seppur per questioni di vita o di morte, avrebbe rovinato l'atmosfera di empowerment femminile.

Tatiana Maslany è She Hulk - Foto @DisneyPlusIt

Empowerment femminile che poi viene distrutto già al sesto minuto del primo episodio con una scena raggelante: Jennifer si salva dall'incidente e vaga nella notte, macchie di sangue e fango sul volto come sui vestiti. Finalmente, trova un bar dove chiedere aiuto. Ad accoglierla un gruppo di donne che a suon di "Tesoro", la accompagnano in bagno, le rifanno il make-up, le danno un bel pellicciotto vistoso e, con un'abile stacco di regia, ritroviamo la sventurata fuori dal locale, avvicinata da una gang di molestatori che lei metterà subito a posto trasformandosi nel gigantesco mostro verde che può diventare. Ora, se Jennifer non fosse stata She-Hulk? La serie con questa scena ci sta dicendo che, se trovassimo una donna da sola di notte in condizioni miserrime, dovremmo semplicemente passarle del fondotinta e rispedirla da dovunque sia venuta? Va bene la linea comica e leggera, ma questo non è un siparietto "divertente" sotto nessun punto di vista. Oltre a essere un messaggio terribile da passare al pubblico abbonato: la solidarietà (femminile) ridotta a pollaio caciarone. E nessuno fa un plissè.

Nessuno fa un plissé nemmeno davanti alla motivazione per cui la protagonista si dimostra in grado di controllare i propri superpoteri nel giro di una passata di mascara. Mentre Bruce Banner impiega anni per imparare a gestire le proprie trasformazioni, Jennifer è da subito cintura nera di anger management. Come mai? Semplice, lo spiega lei stessa: parafrasando il concetto, dice che noi donne siamo abituate a reprimerci. Da sempre non "esplodiamo" di fronte alle tante, tantissime cose che ci infastidiscono nella vita di tutti i giorni, ci manteniamo calme nonostante ingiustizie sociali e personali (perpetrate ovviamente sempre e solo dagli uomini). Per questo, ora dominare la sua nuova super-rabbia ed evitare di trasformarsi a ogni cambio d'umore è per lei un gioco da ragazze. Anche qui qualcosa non funziona: implicitamente la serie pone come dato di fatto che le donne siano in buona sostanza delle frustrate represse abituate a mandar giù qualunque angheria senza mai arrabbiarsi, o almeno, senza darlo a vedere. Per motivi di opportunità lavorativa, sentimentale o civile. Di base, in ogni campo della vita. Ah, grazie, mo ce lo segniamo. 

L'iperbole è chiaramente uno dei capisaldi del genere comedy in cui le situazioni sono spesso esagerate e paradossali proprio per suscitare una risata nello spettatore e, magari, pure una mezza riflessione. Detto ciò, è davvero risibile vedere ogni character maschile presente nella serie incarnare una diversa sfaccettatura della persona peggiore del mondo: il molestatore, quello che non ti prende sul serio in ufficio perché sei donna, il tontolone. È anche a suo modo divertente vedere come qualunque frustrazione della protagonista "tipa tosta" dipenda sempre, immancabilmente dal comportamento scorretto di un uomo. Eccelsa in aula, per quanto almeno in queste prime due puntate la si veda lavorare quanto Brooke Logan presso la Forrester Creations, non ha mai una scocciatura che non sia imputabile ai maschi, per natura patriarcali, brutti e cattivi. Lei, di suo, non sbaglia in nessuna occasione, ci mancherebbe: è nata donna, quindi infallibile. Ridurre un personaggio e le sue relative (re)azioni a mera conseguenza della stupidità quando non della nefandezza altrui, lo rende inevitabilmente una macchietta. Ci sono molti motivi di frustrazione nella vita di una donna, come in quella di ogni essere umano, e non derivano tutti da quei tizi ottusi e meschini che sarebbero gli uomini. Anche perché questo sì che ci renderebbe dipendenti. Con buona pace dello stereotipo della "tipa tosta".

Sono in molti a dire che She-Hulk sia una sorta di divertissement Marvel e che vada presa per quello che è. Ecco, crediamo però che la rappresentazione del mondo, sia femminile che maschile, resa dalla serie sia molto problematica. E parimenti poco divertente. In un'epoca in cui si presta, per fortuna, moltissima attenzione ai messaggi che perfino una storia Instagram potrebbe mandare a chi la guarda, non bastano certo un titolo "rosa" e due cliché stiracchiati male per fare empowerment. Stabilito questo, va bene: prendiamola pure per quello che è.

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