
Da settimane, il sabato sera televisivo è diventato un campo di battaglia con un solo bersaglio designato: Canzonissima. Giù le mani dal programma di Maria De Filippi, su tutti i coltelli contro Milly Carlucci. Colpevole, secondo i più, di aver riesumato un titolo glorioso trasformandolo nell'ennesimo spin-off di Ballando con le Stelle.
La critica è meditata, anche elegante. Peccato che stia guardando nel posto sbagliato.
Perché se c'è un numero che dovrebbe allarmare chi segue i destini del sabato sera italiano, quel numero è quello che arriva al momento dal talent show di Canale 5. Non è lo share di Canzonissima. È quello di Amici di Maria De Filippi. In calo netto rispetto all'anno scorso. Un programma che non è un esperimento, non è una scommessa, non è un titolo riesumato dalla naftalina. È una macchina collaudata da vent'anni, con meccanismi precisi, talenti affermati, un pubblico fidelizzato. Ma il dibattito, con la sua consueta coerenza, preferisce accanirsi sull'outsider.
Devo essere onesto: capisco alcune critiche a Canzonissima. La giuria è oggettivamente sovraffollata: sette persone dietro un bancone sono troppe, e il contributo di ciascuna inevitabilmente si assottiglia. È una scelta che va rivista. Ma da qui a bollare il programma come un cadavere televisivo ce ne passa.
Canzonissima è un varietà. E il varietà, per definizione, è un carrozzone. È sempre stato così: uno show volutamente generoso, a volte smisurato, costruito sull'accumulo più che sull'essenziale. Chi si sorprende che assomigli ad altri programmi di Milly Carlucci forse non ha capito (o più probabilmente finge di non capire) cosa sia mai stato il varietà del sabato sera nella storia della televisione italiana.
E dentro quel carrozzone, sabato scorso, c'era Massimiliano Gallo che strappava un giornale a tempo di musica, mandando via simbolicamente le notizie brutte. Citando un pezzo storico di Don Lurio. In questo momento storico, con quello che accade ogni giorno, quell'immagine aveva un peso specifico che pochi hanno registrato. C'era Fabrizio Moro, che sul palco di Canzonissima ricorda di essere un artista vero. E poi ci sono i Jalisse, che sto riscoprendo puntata dopo puntata e con me, probabilmente, molti altri.
Questo non è fallimento. Questo è intrattenimento popolare che funziona.
Il mio amico e collega Massimo Falcioni, con cui mi trovo spesso d'accordo, non stavolta, ha scritto su Today (ma pure sui social! ma me lo dice anche al telefono!) che Canzonissima è l'ennesimo spin-off di Ballando, che tradisce il prestigio del titolo originale, che è privo di senso e scopo. Rispetto la posizione. Ma mi chiedo: quale sarebbe stato il Canzonissima accettabile? Quello del 1968? Coi codici di una televisione che non esiste più?
A mio parere il vero problema del sabato sera non è che Canzonissima assomigli a Ballando. Il vero problema è che Amici non assomiglia più a se stesso. Quello era il programma capace di dominare il sabato sera. Quello era il format che imponeva la sua agenda. Oggi viaggia sotto tono, con momenti slegati da se stesso e che non vanno oltre la lite, ormai già ricorsiva, tra Gigi D'Alessio e Anna Pettinelli.
Canzonissima è un esperimento in corso. Può migliorare, può deludere, può sorprendere. È il primo anno. E forse sarà l'ultima volta. Ma è un baule dei ricordi da aprire una volta a settimana. È tradizione. Amici è una certezza che sta smettendo di esserlo. E le certezze che vacillano, nella televisione come altrove, fanno molto più paura degli esperimenti che arrancano. Forse vale la pena ricordarlo, la prossima volta che si carica il fucile.