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In Ungheria e Serbia le Tv di Stato si scusano per anni di bugie, in Italia la Rai resta schiava di chi governa

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Di fronte ai mea culpa delle tv di Stato in Serbia e Ungheria dopo la caduta dei regimi, l’Italia continua a difendere il controllo politico della Rai con il mantra del “è sempre stato così”. La mancanza di autonomia della Tv pubblica in Italia è un dato di fatto che non si vuole risolvere perché va oltre TeleMeloni: conviene al governo di turno, quello attuale e anche i prossimi.

"Vi dobbiamo delle scuse, per molti anni il servizio pubblico non ha svolto la sua funzione, è rimasto in silenzio, ha chiuso un occhio, ha fornito informazioni di parte e ha riportato i fatti in modo acritico". Sono le parole pronunciate dal giornalista Goran Eror dai monitor della televisione pubblica serba e non si tratta di una semplice svista o una confessione estorta: sono il punto d'arrivo di un copione ormai consolidato. A seguito della tornata elettorale che ha visto la sconfitta del sistema di potere guidato da Aleksandar Vučić, il servizio pubblico si è cosperso il capo di cenere in diretta nazionale, ammettendo anni di asservimento, rimozioni e propaganda di parte.

È una scena che ha un sapore di già visto. Mesi prima, una dinamica pressoché identica si era consumata in Ungheria all'indomani del crollo politico di Viktor Orbán: le scuse ufficiali in prima serata, le promesse di un’inversione di tendenza, la riscoperta improvvisa dell'etica professionale dopo anni di militanza acritica.

Le scuse postume dei network pubblici stanno diventando un vero e proprio format televisivo dell'Europa centrale e orientale. Ma osservare queste scene con la superiorità morale di chi si sente al sicuro in una democrazia occidentale sarebbe un errore clamoroso. La vera domanda che dovremmo porci, guardando Belgrado e Budapest, è una sola: non sarebbe il caso di pensarci prima?

Il vizio italiano e l'alibi dell'inevitabilità

Il caso serbo e quello ungherese mostrano in modo plastico la verità più scomoda: la televisione resta il primo avamposto che la politica tenta di occupare per plasmare il consenso, e l'informazione pubblica è il bene più fragile quando il potere decide di blindarsi. Eppure, ogni volta che in Italia si solleva il tema dell'influenza dell'esecutivo su Viale Mazzini, la risposta della politica, di ogni forza politica, è una e una sola: "È sempre stato così, l'hanno fatto tutti e continueremo a farlo".

Ma l'idea che la lottizzazione sia un dato di natura immutabile è un alibi tossico. Il sistema italiano, negli ultimi, se vogliamo è anche peggiorato. La svolta impressa dalla riforma Renzi del 2015 ha accorciato spaventosamente la catena di comando tra il Governo e i vertici dell'azienda radiotelevisiva, riducendo al minimo i margini di autonomia reale del servizio pubblico. Che al governo ci sia il centrodestra o il centrosinistra, la tentazione di usare la Rai come un megafono di Palazzo Chigi o come una moneta di scambio per l'egemonia culturale è rimasta identica.

La svolta europea che l'Italia finge di non vedere

Mentre i Paesi dell'Est affrontano le macerie della propria informazione al crollo dei regimi illiberali, l'Unione Europea ha provato a dotarsi di un antidoto strutturale: il Media Freedom Act, il regolamento nato proprio per schermare l'indipendenza dei media e proteggere le tv pubbliche dalle ingerenze dei governi pro tempore.

Sulla piena attuazione di questo testo, l’Italia registra un ritardo colpevole e imbarazzante. Un’inerzia che lo stesso Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha richiamato definendo "abbastanza incomprensibile" la riluttanza delle nostre istituzioni nell'adeguarsi alle direttive comunitarie. Perché si temporeggia? La risposta è fin troppo evidente: la leva del controllo informativo, la possibilità di orientare i palinsesti, scegliere le direzioni dei telegiornali e premiare i fedelissimi fa troppo gola a chiunque si trovi nella stanza dei bottoni.

La frattura inesorabile con il pubblico di domani

Continuare a far finta di nulla, derubricando l'occupazione della tv di Stato a normale dialettica politica, sta producendo un danno sistemico che va ben oltre la politica di palazzo. Si sta scavando un solco incolmabile tra la televisione e chi quella televisione dovrebbe guardarla domani. I più giovani non si indignano nemmeno più di fronte alle liturgie di Viale Mazzini o alle narrazioni orientate dei talk show: semplicemente, spengono il televisore. Cercano l'informazione altrove, scappano dai paternalismi e dai processi di corte, condannando il servizio pubblico, e non solo quello, a un'irrilevanza generazionale drammatica.

I casi di Serbia e Ungheria ci dimostrano che l'autonomia dell'informazione non è un orpello teorico per addetti ai lavori, ma un pilastro democratico che, se piegato a lungo, crolla rovinosamente o, ancora peggio, condanna a una silenziosa e inesorabile irrilevanza. Lì si è dovuto attendere il ribaltone politico per assistere alla resa dei conti con la verità. In Italia continuiamo a galleggiare in un limbo fatto di comode e reciproche complicità. Sarebbe ora di prenderne atto e pretendere un servizio pubblico davvero libero. Prima che il conto da pagare non sia soltanto la perdita di credibilità di qualche conduttore, ma la definitiva irrilevanza della televisione pubblica.

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"L'avvenire è dei curiosi di professione", recitava la frase di un vecchio film che provo a ricordare ogni giorno. Scrivo di intrattenimento e televisione dal 2012, coltivando la speranza di riuscire a raccontare ciò che vediamo attraverso uno schermo, di qualunque dimensione sia. Renzo Arbore è il mio profeta.
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