Le menti di Zelig Gino, Michele e Bozzo: “Odiavamo i tormentoni, li multavamo. Futuro in Tv? Potrebbe finire qui”
Trent'anni di televisione e quaranta di cabaret: Gino, Michele e Giancarlo Bozzo hanno riaperto il cantiere televisivo di Zelig per un'edizione speciale che celebra il mito di un programma che ha stravolto le logiche del piccolo schermo. Una celebrazione che avrà come epilogo l'appuntamento finale di martedì 27 ottobre, ospiti speciali Enrico Brignano e Antonio Albanese.
Le menti storiche del marchio ripercorrono in questa intervista a Fanpage le tappe di un impero della risata, partendo da una rivelazione inattesa: "I tormentoni? Li odiavamo". Al punto da inventare un salvadanaio e multare i comici che li ripetevano troppe volte, devolvendo l'incasso in beneficenza. Spazio ai successi rivendicati, Zalone su tutti, ai rimpianti mai sopiti come l'ammissione sul mancato approdo di Corrado Guzzanti, considerato da sempre un’altra categoria. Nonostante tutto la festa di oggi si scontra con l'incognita del futuro: "Se Mediaset pretende il 20% di share fisso, Zelig finisce qui. Senza Checco Zalone non si possono fare i miracoli. Ma la vera anima, lo scouting nei laboratori, non si fermerà mai".
Avete trasformato un piccolo locale milanese in un brand capace di colonizzare i palinsesti televisivi e creare un linguaggio comico per un'intera generazione. Vi sentite ancora gli artigiani del cabaret oppure i fondatori di un'industria che ha codificato la risata in Italia?
Michele: "Artigiani, sempre. Zelig è nato nel maggio dell'86 e da allora siamo rimasti quelli."
Però avete anche provato che la risata può essere messa a sistema, diventando una catena di montaggio.
Giancarlo: "È una filiera che abbiamo messo in piedi già prima degli anni Duemila. Abbiamo iniziato con scouting e provini tradizionali, ma presto ci siamo accorti che era difficile lavorare stabilmente con comici provenienti da tutta Italia. Così abbiamo creato un circuito industriale che, paradossalmente, continua a usare gli strumenti dell'artigianato."
Ovvero?
Giancarlo: "In una decina di città italiane avevamo aperto i laboratori di Zelig: un autore si mette a disposizione dei comici, si provano i pezzi e la sera si testa tutto con il pubblico, l'unico banco di prova reale. Da ottobre a maggio, i migliori venivano portati a Milano per essere valutati dalla direzione artistica. Chi superava il vaglio trovava spazio nella seconda serata tv, che fungeva da test per la prima serata. Da lì sono passati tutti i nomi più noti, da Checco Zalone in giù. Oggi la filiera continua, sostituendo i provini tradizionali con gli open mic per testare i pezzi dal vivo prima dei laboratori."
Michele: "Il pubblico, sia a Milano che nelle altre città, viene responsabilizzato. Quando assiste a queste serate sa di dare un feedback diretto, positivo o negativo, che per noi è uno stimolo fondamentale e una garanzia per valutare la qualità di un artista."
L'idea di gusto nei confronti del modo di ridere è difficile capire se parta spontaneamente dal pubblico o se venga in qualche modo direzionata da chi la comicità la fa. Voi siete l'esempio di chi ha saputo virare e direzionare, allargando e restringendo il perimetro della risata. Questa cosa è stata consapevole o avete semplicemente seguito il flusso?
Giancarlo: "Ti faccio un esempio che Gino e Michele ricordano bene. Quando facevamo la seconda serata su Italia 1, intorno al 2000, avevamo due o tre comici che facevano calare la curva degli ascolti, e l'azienda ci chiedeva di toglierli. Noi abbiamo resistito. I nomi di quei comici? Ale e Franz e Mr. Forest."
Gino: "In realtà non abbiamo seguito una teoria rigida. L'unica regola è stata sponsorizzare ciò che ci faceva ridere. In trent'anni non è mai andato in onda nulla che non ci convincesse o che ci fosse imposto da altri. Non siamo settari o orientati politicamente: se una cosa fa ridere, poco importa da chi venga. Facendo parte del pubblico medio, se ridevamo noi, quasi automaticamente rideva anche la maggior parte dei telespettatori. Questa varietà è il grande pregio di Zelig."
Giancarlo: "Anche dal punto di vista dei generi: siamo passati dall'avanspettacolo alla satira politica di Cornacchione, fino ai trii. Ciò che contava era unicamente la qualità della proposta."
Una parola che viene sempre accostata a quegli anni di boom generalista di Zelig è il "tormentone", la battuta ritmata tarata sui tempi stringenti della TV. È una definizione nella quale vi riconoscete? Era un male necessario per far funzionare quella macchina poderosa?
Gino: "Lo odiavamo. Era una delle cose che ci faceva più infuriare. Venendo da Drive In, sapevamo bene cosa fossero i tormentoni. Al tendone di Sesto San Giovanni avevamo persino messo un salvadanaio gigante: ogni comico aveva un limite di due tormentoni a pezzo, poi scattava una multa di 50 euro. Abbiamo raccolto 2.700 euro dati a Emergency! Lo stesso valeva per le parolacce. Il tormentone è una scorciatoia comica, una regressione per l'autore quando non arriva la battuta. Certo, è innegabile che i più noti siano entrati nel linguaggio comune".
Michele: "A sua difesa, però, il tormentone funziona come una parola d'ordine pubblicitaria: fingiamo di essere contrari al 100%, ma ammetto che quel 5-10% ci faceva comodo."
Però si è un po' polverizzata quella tendenza, forse per i tempi che cambiano.
Giancarlo: "Le nuove generazioni sono più surreali o preferiscono parlare di se stesse e del mondo: il tormentone c'entra poco con i loro linguaggi."

L'onda recente della stand-up, in parte poi confluita in Zelig, mi ha dato l'impressione che nei confronti di quel modello ci fosse un certo grado di scetticismo. Forse perché tutto ciò che è popolare a un certo punto finisce per apparire stantio e va abbattuto?
Giancarlo: "Ho una piccola recriminazione su questo. Ho sempre detto che in Italia la stand-up non è un genere nuovo, ma solo un modo diverso di chiamare qualcosa che già esisteva: i monologhi di Paolo Rossi di trentacinque anni fa trattavano già certi temi. All'inizio c'era l'idea che per essere un vero stand-up si dovesse per forza ricorrere a volgarità o a temi shock, banalizzando il lavoro. Oggi molti bravi esponenti – penso a Luca Ravenna, Francesco De Carlo, Daniele Tinti, Stefano Rapone, che abbiamo avuto anche a Zelig – hanno imboccato una strada molto più vicina alla nostra."
Si è capito che una barriera effettiva tra questi due mondi non esisteva?
Giancarlo: "Chi fa questo mestiere ha l'ambizione di farsi ascoltare da più gente possibile. Se costruisci un recinto chiuso per pochi eletti, fai un altro mestiere che non porta a quella notorietà che oggi giustamente i comici di quel genere raggiungono."
Michele: "La perfezione in questo mestiere sta nel riuscire a essere popolari rimanendo discretamente alti, senza cadere nella banalità o nel luogo comune. È la cosa più difficile, ma con Giancarlo e Gino abbiamo sempre cercato di lavorare a questo livello: unire contenuti di qualità, successo e credibilità è il massimo per un comico."
Ho sempre avuto la sensazione che la stand-up nei confronti di Zelig sia stata un po' quello che il web è stato nei confronti della televisione generalista: uno scontro tra mondi perché c'erano dei ‘barbari' che volevano invadere l'impero, salvo poi adattarsi serenamente alle regole del gioco una volta entrati.
Giancarlo: "Ti svelo una cosa. Ho parlato con molti ragazzi di Satiriasi, la prima culla di quella ribellione. Mi hanno confermato con molta lucidità che la loro è stata un'operazione di marketing. Visto che per vari motivi non avevano spazio a Zelig, hanno rotto l'assedio usando una polemica fortissima contro di noi e contro il ‘sistema', creandosi così un pubblico di sostenitori fedeli."
Rispetto alle modalità con cui la risata si manifesta oggi, c'è l'elemento social. Che effetto vi fa l'idea che si possa arrivare ad avere un pubblico dalla propria cameretta? Come riuscite a veicolare verso di voi questo flusso?
Gino: "È un fenomeno interessante che all'inizio ci affascinava e preoccupava. Oggi abbiamo verificato che dal web esce pochissimo a livello di massa: restano fenomeni molto settoriali. Se penso a un comico uscito dal web capace di raggiungere le grandi masse da Udine a Taranto come Checco Zalone, fatico a trovarne altri, fatta eccezione forse per Angelo Duro, che mi pare abbia iniziato facendo video prima della tv."
Giancarlo: "Ci sono comici molto forti sul web, ma in realtà sono artisti che hanno iniziato sul campo – penso a Max Angioni o Filippo Caccamo – e hanno saputo usare quel linguaggio. Chi parte esclusivamente dal web fa molta fatica a trasferire la stessa forza comica sul palco teatrale o televisivo: sono linguaggi radicalmente diversi."

Probabilmente i codici del palco sono molto più vicini alla televisione di quanto non lo siano al web.
Gino: "La vicinanza tra palco e tv è l'aspetto più trascurato del successo di Zelig in questi trent'anni. All'inizio l'obiettivo non era fare la rivoluzione comica in televisione, ma semplicemente mettere le telecamere in un locale di cabaret per mostrarlo a chi non abitava a Milano, a uno di Crotone. Fino ad allora la tv faceva solo sketch scritti ad hoc. All'inizio facemmo una fatica folle a vendere il programma. Angelo Guglielmi, allora direttore di Rai 3, ci disse chiaramente: ‘Questa è una ripresa televisiva, non un programma. Per un direttore di rete è come riprendere una partita di calcio'. Nessuno credeva che una serata di cabaret pura potesse funzionare come format."
E poi chi è che ci ha creduto?
Gino: "La storia è curiosa. Ci riuscì il produttore indipendente Massimo Terruzzi, che era compagno di classe della moglie di un mega dirigente di Mediaset. Riuscì a strappare uno spazio su Italia 1 in seconda serata, con il direttore di rete (Giorgio Gori, ndr) che disse: ‘Vabbè, proviamo'. Così le telecamere sono entrate nel locale di viale Monza."
Il primo titolo era una dichiarazione d'intenti: Facciamo cabaret. Evidentemente il concetto non era così chiaro a tutti all'epoca.
Gino: "Esatto. Per loro il cabaret in tv doveva essere lo sketch tradizionale. Noi avevamo in mente tutt'altro e, ad essere sinceri, non puntavamo al successo televisivo: ci bastava il locale, anche se avevamo enormi difficoltà economiche a gestire un posto di 140 posti in viale Monza, fuori mano."
Michele: "E con prezzi calmierati! A differenza dei locali notturni di allora, polverosi e aperti fino all'alba, volevamo un posto accessibile a studenti, giovani e impiegati che alle una dovevano andare a dormire."
Giancarlo: "Per darti un'idea: al Derby l'ingresso costava 30.000 lire, a Zelig 7.000."
Gino: "Quindi la tv all'inizio è stata solo un pretesto per finanziare il locale. Ce ne importava poco, anche perché io e Michele la tv la facevamo già altrove. Zelig in tv serviva a pagare gli artisti e chi portava la birra."
Giancarlo: "La prima trasmissione nacque proprio per questo: Buon compleanno Zelig, per i dieci anni del locale. Due puntate in cui tutto il mondo della comicità venne gratis per aiutarci a ripianare i debiti della ristrutturazione del nuovo spazio da 170 posti. A inaugurare c'era proprio Claudio Bisio."
Gino: "E ti dirò che ancora oggi, nonostante il successo tv, il locale è un'idrovora di costi. Senza la televisione e senza il sostegno di Mediaset – che ha capito che tutto nasce da lì – il locale chiuderebbe in breve tempo. La tv finanzia il locale, e il locale alimenta la tv."
Mi state dicendo che un posto come lo Zelig non potrebbe esistere senza il supporto della Tv?
Giancarlo: "Certo. In Italia non c'è alcuna attenzione istituzionale per l'arte e la comicità. In Francia un posto come il nostro godrebbe di sgravi fiscali e aiuti concreti. Qui, zero assoluto."
Gino: "In trenta-quarant'anni non abbiamo mai preso un euro né dallo Stato, né dalla Regione, né dal Comune. È tutto privato."
Mi viene da pensare che ci sia un approccio lungimirante da parte di Mediaset, che sa di dover coltivare un laboratorio nel quale nascano talenti.
Gino: "Se guardi i primi dieci incassi della storia del cinema italiano, credo sette siano legati a Zelig, da Zalone a Bisio, Aldo Giovanni e Giacomo, Cortellesi. Parliamo di centinaia di milioni di euro di introiti. Investire qualche centinaio di migliaia di euro per tenere aperto il vivaio che produce questi talenti non è solo lungimirante, è anche un ottimo affare."
Negli ultimi anni il tema della comicità sembra essere rimasto imbrigliato nella questione della cancel culture, del ‘non si può dire più nulla'. Non pensate sia stata una gabbia o, col senno di poi, un finto problema? E soprattutto siamo oltre?
Giancarlo: "Il fenomeno in fondo ha avuto aspetti positivi per la cultura generale, costringendo i comici a fare i conti con nuovi limiti. Più paletti ha la creatività, più è costretta a ingegnarsi. Certo, oggi c'è un riequilibrio e molte tensioni stanno rientrando, ma restano dei paletti sani: oggi non puoi più fare comicità omofoba o discriminatoria, giustamente non è più tollerato."
Gino: "È un'arma a doppio taglio: con questa logica, Manhattan di Woody Allen oggi non si sarebbe potuto girare."
Michele: "È un tema complesso che sta parzialmente rientrando. La comicità vive anche sulla gestione dei tabù e dei luoghi comuni. Il gioco oggi sta nel barcamenarsi in equilibrio tra corretto e scorretto."
Trent'anni di televisione, quaranta di locale: qual è il vostro rimpianto più grande, un talento che vi è sfuggito? E qual è l'intuizione di cui andate più fieri?
Giancarlo: "Domanda difficilissima. Guardando alle immense soddisfazioni avute, non ricordo di essermi fatto sfuggire un talento vero."
Gino: "Un grande rimpianto è non essere mai riusciti a portare a Zelig Corrado Guzzanti, che sarebbe stato perfetto per il nostro palco, pur avendo provato in tutti i modi."
Michele: "Venne nei primi anni al locale, ma solo come autore di Sabina. Resta comunque un artista di un'altra categoria, un nostro grande idolo."
Gino: "Le soddisfazioni più grandi? Aver fatto il provino a Checco Zalone e aver capito dopo quindici secondi che era un fenomeno, nonostante facesse la parodia di un genere, la canzone melodica, che all'epoca neanche conoscevamo. E poi l'intuizione su Maurizio Milani, un vero e proprio genio."
Nelle ultime settimane sono arrivate polemiche nei vostri confronti da parte di ex comici: Paolo Migone sostiene che senza Bisio sia finito tutto, mentre Pino Campagna vi contesta di averlo escluso da questa celebrazione. Volete replicare?
Giancarlo: "Abbiamo poco da dire. Paolo lo adoro, è un genio, ma avrà avuto i suoi problemi, se l'è presa con Pier Silvio e Teresa Mannino con uscite un po' strane. Quanto a Pino Campagna, ha fatto la polemica il giorno prima che lo chiamassimo noi! Con quattro puntate a disposizione è impossibile fare stare tutti i grandi nomi che hanno fatto la storia di Zelig e abbiamo detto no a tante persone, da Rocco Barbaro a Petrucco o Gianni Fantoni. D'altronde Campagna, Franco Neri o Fabrizio Fontana sono stati spesso vittime dei nostri scherzi goliardici: non c'è alcuna acredine."

Questa nuova edizione, anche con il cambio alla conduzione, sembra l'inizio di una nuova fase. Che sentimento avete e che voto dareste?
Gino: "Era un'edizione rischiosissima: sostituire Claudio e Vanessa non è semplice. Dieci anni fa, dopo l'edizione del 2016 con Hunziker e De Sica, eravamo convinti che Zelig fosse definitivamente finito, ed infatti rimase fermo per cinque anni. Poi il ritorno di Bisio e Incontrada ci ha fatto ricredere."
Giancarlo: "Tutto è ripartito dalla pandemia. Nel 2020 facemmo una maratona notturna di raccolta fondi per i lavoratori dello spettacolo, la Zelig Covid Edition. Ritrovarci tutti insieme, con Claudio e Vanessa alla conduzione, ha ricreato un clima insostituibile e ci ha fatto capire che la scintilla era ancora viva.
Gino: "E l'anno dopo, quando si è trattato di fare proposte nuove, Claudio e Vanessa hanno detto chiaramente a Mediaset: ‘Se dobbiamo fare una trasmissione comica, facciamo Zelig'. Così è ripreso tutto, con l'esplosione delle quattro puntate andate in onda a gennaio, che hanno fatto registrare ascolti pazzeschi, oltre il 20-21% di share. Quando Bisio ha deciso di fare un passo indietro per dedicarsi ai suoi impegni cinematografici e alla regia, sapevamo che era impossibile pensare di mantenere quei numeri con il cambio di conduzione. Anche perché quell'edizione di gennaio era irripetibile: per i trent'anni sono venuti tutti, da Aldo, Giovanni e Giacomo a Teresa Mannino, Geppi Cucciari, Elio e le Storie Tese e Antonio Albanese. Una parata di ospiti impossibile da replicare ogni volta."
Quindi cosa c'è nel futuro di Zelig?
Gino: "Dipende dalle aspettative. Se Mediaset pensa che il target di Zelig debba essere per forza il 20% di share, allora Zelig finisce qui, perché non riusciremmo a farlo per ogni puntata. Se invece l'azienda valuta Zelig in base agli standard medi della rete, allora il programma ha ancora un futuro. Ma la vera anima e il vero futuro di Zelig restano nello scouting: è da lì che possono nascere i nuovi Checco Zalone o i nuovi Albanese. Dopodiché è una scelta imprenditoriale di Mediaset: una tv generalista non può vivere solo di reality come L'Isola dei Famosi o il Grande Fratello."
Michele: "Ha bisogno del varietà. Certo, non è quello di cinquant'anni fa, ma il varietà televisivo oggi è esattamente questo: musica, ospiti, ballerine e comicità, proprio come in queste ultime edizioni speciali con le grandi firme."
Quindi, che voto diamo a questa edizione con Hunziker e Ale e Franz?
Gino: "Un 7 e mezzo, un 7 pieno. La conduzione è stata straordinaria. Certo, la scelta di alternare volti storici aveva i suoi rischi, ma la comicità e la cura del dettaglio hanno retto alla grande. Sul futuro non si sa, non dipende da noi. Quello che è certo e immancabile è che ripartirà lo Zelig On, ed è solo da lì che potranno emergere i veri talenti del domani."