
A Temptation Island non bastava più il falò classico, quello con le lacrime, i tradimenti raccontati, gli anelli buttati nel fuoco che diventano verdi tra le fiamme. Serviva un'evoluzione. Ed ecco il primo falò a tre della storia del programma: fidanzata, fidanzato, tentatrice, tutti seduti sullo stesso tronco, con Filippo Bisciglia nel ruolo del pubblico ministero.
Gli imputati sono Giada Alessandrini, ex migliore amica di Alessandra Ciociola, e Rosario Monetti, fidanzato della sua ex amica. La prova regina diventano una serie di conversazioni sul telefono. Giada lo offre senza fiatare, giura di non avere nulla da nascondere. E lì, davanti al fuoco, comincia lo scorrimento delle chat. Siamo tutti d'accordo che sfogliare le conversazioni private di un'altra persona in diretta, con il pubblico che commenta ogni riga sui social, non è propriamente un momento di eleganza televisiva. È un comportamento violento, tossico, da disincentivare senza appello.
E chi fa televisione, chi la segue, chi la studia, chi ne parla, ha il dovere morale di ribadire questo concetto. Non c'è da fare i soloni, non ci si chiede se sia opportuno o meno mostrare in tv questa scena che, ripetiamo, vede Alessandra prendere il telefono di Giada e leggere, senza contesto, conversazioni tra Giada e Rosario di due anni prima. Ci si chiede piuttosto perché si considera normale che l'amore debba passare da un controllo.
Il problema non nasce a Temptation Island, nasce molto prima, nel salotto di ogni casa italiana, dove una fidanzata guarda il telefono del compagno mentre lui è sotto la doccia, o un fidanzato chiede la password di Instagram "tanto se non hai niente da nascondere". Lo facciamo in tanti, e lo giustifichiamo sempre allo stesso modo: se sei innocente, cosa hai paura di mostrare?
Questa è la stessa logica che ha reso Giada e Rosario colpevoli prima ancora di aprire bocca. A priori. Perché chi rifiuta di consegnare il telefono viene automaticamente considerato bugiardo. Chi lo consegna, come ha fatto Giada, finisce comunque sotto processo, perché ogni messaggio "confidenziale", ogni faccina, ogni "buonanotte" diventa prova d'accusa. Non importa se davvero non sia successo nulla: il sospetto, una volta acceso, brucia più del fuoco del falò.
Ed ecco l'ipocrisia che nessuno vuole vedere. Ci indigniamo per la scena, ma la guardiamo fino alla fine. Diciamo che è morbosa, ma non cambiamo canale. E soprattutto continuiamo a pensare che il vero amore si dimostri con la trasparenza totale, con l'assenza di segreti, con il diritto di sapere tutto dell'altro come fosse un possesso e non una persona.
La verità è che la gelosia funziona così da sempre: si traveste da giustizia, si maschera da diritto a conoscere tutto, e in cambio pretende un controllo che con l'amore ha poco a che fare. Temptation Island funziona per questo. Perché ha la spudoratezza di mettere in scena questi comportamenti. Ha fatto discutere la proposta del professor Enrico Galiano di far vedere Temptation Island nelle scuole per "spiegare le relazioni tossiche".
Si potrebbe partire proprio da questa puntata, dalla mortificazione più grande che il programma sia riuscito a mettere in scena: non il sospetto, non il tradimento, ma il fatto stesso di essere letti da una terza persona davanti a quattro milioni di spettatori. Alessandra non si è limitata a scorrere le chat di Giada: le ha condivise con chiunque avesse acceso la tv quella sera. È qui che la gelosia smette di essere un fatto privato e diventa un rito collettivo, con la giuria popolare più numerosa che la televisione italiana possa offrire.