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Temptation Island 2026

Temptation Island nelle scuole, la proposta del prof Galiano: “Usiamolo per spiegare le relazioni tossiche”

Il docente e scrittore Enrico Galiano spiega a Fanpage.it la sua proposta di portare Temptation Island nelle scuole come materiale didattico. Per il professore di lettere, le iperboli del reality di Canale 5 possono diventare uno strumento per decodificare la manipolazione e il possesso: “Siamo a livelli di emergenza tra violenze e femminicidi. Inutile ignorare la tv, l’educazione sesso-affettiva a scuola deve essere obbligatoria”.
Crediti foto: Yuma Martellanz
Crediti foto: Yuma Martellanz
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Usare i falò di confronto e le dinamiche di coppia di Temptation Island per spiegare a ragazzi e ragazze dove finisce l'amore e dove iniziano il controllo e la prevaricazione. La proposta di Enrico Galiano, insegnante di lettere alle scuole medie e scrittore, ha riacceso il dibattito sulla necessità di un'educazione affettiva strutturata all'interno dei percorsi scolastici italiani. I dati d'ascolto, d'altronde, confermano l'enorme impatto del programma proprio sulle fasce più giovani della popolazione, con percentuali di share che tra i 15 e i 19 anni superano il 55%. Di fronte a questi numeri, secondo il docente, la scuola non può limitarsi a ignorare il fenomeno etichettandolo come semplice "trash", ma deve trasformarlo in un'opportunità di analisi critica. Fanpage.it l'ha intervistato approfondire la fattibilità della sua proposta e analizzare le criticità del sistema scolastico attuale.

La sua idea ha l'aria di essere una forte provocazione. Ritiene davvero che contenuti del genere possano avere un valore didattico all'interno delle scuole?

Si tratta certamente di una provocazione, ma fino a un certo punto. L'idea mi è venuta guardando il lavoro sui social di Psicologa Cruda. Nei suoi video analizza i singoli episodi di Temptation Island per estrapolare dinamiche relazionali che appartengono al quotidiano di molti, ma che nel programma emergono in modo iperbolico. Il format è pensato dagli autori con una tendenza all'esagerazione e al trash. Tuttavia, proprio perché queste storture sono scritte a caratteri cubitali, diventano più facili da decifrare. In classe si potrebbe usare lo stesso approccio attraverso il metodo maieutico, stimolando il dialogo tra i ragazzi. La scuola è spesso l'unico luogo in cui emergono problematiche profonde, dall'autolesionismo a contesti di violenza domestica che persino in famiglia passano inosservati. Questo metodo potrebbe aiutarci a intercettare meglio questi segnali.

Il rischio più evidente, però, è quello di legittimare o promuovere una televisione fortemente diseducativa. Come si evita questo effetto?

Credo che qualsiasi fenomeno, anche il più becero, meriti la nostra attenzione nel momento in cui catalizza l'attenzione di quattro milioni di persone. In estate la televisione non la guarda quasi nessuno, ci sono i social, internet, i grandi eventi sportivi. Eppure quei numeri restano pazzeschi. Possiamo anche decidere di tenere questo programma fuori dalle aule, ma continuerà a esistere e a influenzare i giovani. Serve uno sguardo critico, qualcuno che guidi i ragazzi a guardarlo in un altro modo.

In quale spazio inserirebbe questo dibattito? Pensa alle ore di lezione ordinarie o a progetti specifici di educazione sessuo-affettiva?

Se vivessimo in un Paese civile, l'educazione sessuo-affettiva sarebbe il contenitore naturale, gestito da professionisti competenti che hanno dedicato la vita alla ricerca su questi temi. Purtroppo l'Italia non è quel Paese. Ragionando sulla mia realtà, trovo che inserire una breve clip del reality durante le lezioni di italiano sia un'operazione efficace. Penso ad esempio alla spiegazione del romanzo Il Piacere di D'Annunzio, l'emblema del malessere relazionale. Un collegamento del genere attualizza la letteratura, parla la lingua dei più giovani e dimostra che opere scritte più di un secolo fa raccontano ancora la loro vita. Potrebbe persino spingerli a leggere il libro.

Lei insegna lettere alle scuole medie. A quell'età percepisce già la presenza di queste dinamiche tossiche tra i banchi?

Il tema è estremamente delicato. Il principio cardine è che prima si affrontano determinati argomenti, più è facile prevenire i pericoli. Vi posso assicurare che già alle scuole medie noi docenti ci troviamo quotidianamente a dover arginare il formarsi di dinamiche di questo tipo. Ovviamente, proporre direttamente le clip di Temptation Island a dodici o tredici anni potrebbe risultare prematuro. È un materiale più adatto alle scuole superiori. Il contrasto a certi comportamenti, però, andrebbe iniziato già alla primaria e persino all'infanzia, come accade nei Paesi europei più evoluti.

Enrico Galiano, docente di lettere alle scuole medie
Enrico Galiano, docente di lettere alle scuole medie

Qual è la sua posizione sul dibattito politico che circonda l'introduzione di questa materia in Italia?

La mia posizione è netta: sottoporre l'educazione affettiva all'autorizzazione preventiva dei genitori espone la scuola al pericolo più ovvio, ovvero quello di curare i sani e lasciare fuori i malati. Chi sceglie di non firmare l'autorizzazione è spesso chi nutre diffidenza verso queste tematiche e, di conseguenza, appartiene a nuclei familiari che ne avrebbero maggiore bisogno. I ragazzi manifestano problematiche preoccupanti già da piccoli e avvertono il bisogno di confrontarsi con una figura terza. Io, agli occhi dei miei alunni, resto l'adulto che mette il voto in grammatica; non è spontaneo per loro venire da me a raccontare che il fidanzato li ha trattati male. Per questo mi batto da tempo per la presenza fissa dello psicologo scolastico e del counselor in ogni istituto, oltre a ritenere necessaria un'ora settimanale obbligatoria dedicata al trattamento di questi argomenti. Siamo di fronte a livelli di totale emergenza: non parlo solo di femminicidi, ma di migliaia di accessi al pronto soccorso per violenze di genere e di ragazzi aggrediti per il proprio orientamento sessuale. Se non si interviene tempestivamente, il rischio è che queste derive diventino inestirpabili.

Nel suo articolo scrive che "basterebbe un adulto capace di premere il tasto pausa e spiegare". Qual è il ruolo delle famiglie in questo processo?

Dopo la pubblicazione dell'articolo, molti genitori mi hanno scritto per dirmi che adottano già questa strategia a casa con i propri figli, guardando il programma insieme proprio per commentarlo. È un esercizio utilissimo. La lingua delle emozioni è una lingua madre che si apprende innanzitutto tra le mura domestiche. La scuola può intervenire successivamente, un po' come fa con l'insegnamento dell'inglese: ti insegna una lingua straniera, ma se non possiedi già una lingua madre emotiva, quei concetti ti suoneranno sempre distanti. L'importante è che l'intervento del genitore non si trasformi in una legittimazione dell'abuso, del tipo: "Ha fatto bene a minacciare il rivale".

La classe docente italiana è davvero pronta a gestire un tipo di comunicazione così complessa, o c'è il rischio che il divario generazionale e linguistico renda il confronto grottesco?

Senza il supporto di una figura professionale terza, il rischio di un gap generazionale e linguistico esiste. Spesso i ragazzi utilizzano termini nuovi per descrivere i propri stati d'animo, parole che noi adulti non conosciamo. Tuttavia, fa parte della prassi quotidiana di un buon insegnante accettare che siano gli alunni a spiegarti determinati codici. L'importante è mantenere il proprio ruolo di adulto nel confronto. Anzi, i ragazzi sono spesso entusiasti di spiegare il loro mondo agli insegnanti. A volte fingo di non conoscere certe espressioni proprio per lasciarli spiegare e farli sentire valorizzati.

C'è stata una scena in particolare di questa edizione che l'ha spinta a formulare questa proposta?

Ho ben presente la scena in cui un ragazzo (Gabriele Govoni, ndr), dopo aver visto la clip del partner che si faceva spalmare la crema solare da un tentatore, ha perso il controllo e ha cercato lo scontro fisico. Oppure il protagonista che ha dichiarato che la propria compagna rimarrà sempre un'estranea in confronto alla madre, o la ragazza che rivendicava come un diritto assoluto il controllo del telefono del partner. Il programma è saturo di dinamiche di possesso e manipolazione. Gli autori attingono volutamente a queste esasperazioni, e non dobbiamo essere ingenui: sappiamo che c'è una forte componente di scrittura e di fiction dietro a un reality. Eppure, l'elemento che colpisce maggiormente è la totale inconsapevolezza dei protagonisti, che non si rendono conto della gravità dei comportamenti che mettono in scena, trasformando il programma in una sorta di manifesto del maschilismo.

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Se insegnasse alle scuole superiori, tradurrebbe concretamente questa proposta in una lezione?

Senza dubbio, ma so per certo che molti colleghi lo hanno già fatto negli anni passati, utilizzando spezzoni del programma per aprire dibattiti in aula. È un tema che tocca da vicino il vissuto dei ragazzi, ed è l'unico motivo per cui una proposta del genere riceve così tanta attenzione.

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