Mario Martone: “Sapere che il mio film verrà proiettato in Israele mi mette i brividi”

Mario Martone ha scoperto da una mail del collettivo Venice4Palestine che il suo "Fuori", dedicato a Goliarda Sapienza e unico film italiano in concorso a Cannes 2025, è inserito nel programma del XIII Festival del Cinema Italiano in Israele. Non ne sapeva niente. Non ne sapevano niente i produttori. Non ne sapevano niente Paolo Sorrentino, Silvio Soldini e Damiano Michieletto, gli altri registi con opere in rassegna.
La notizia ha spinto il regista a una riflessione pubblica articolata e, in certi passaggi, scomoda: non un'invettiva, non una dichiarazione di boicottaggio (posizione che Martone dichiara esplicitamente di non condividere) ma una domanda che induce a una riflessione.
La posizione di Martone: contrario al boicottaggio, ma i brividi restano
Martone non usa la parola boicottaggio. Anzi, la respinge: ha visitato Israele in passato con un suo spettacolo e un suo film, ha amici israeliani, e sa che esistono persone che vanno al cinema anche in quei contesti, persone capaci di "mettere in moto testa e cuore". Eppure la sua presa di posizione non è neutrale.
Sapere che "Fuori" verrà proiettato nelle sale israeliane gli mette i brividi, scrive il regista, "perché non c'è nulla di normale in quello che è accaduto e che accade". Il punto che lo disturba non è la proiezione in sé, ma l'apparente normalità che quella proiezione veicola: una normalità che definisce "prima di tutto un'arma di propaganda". E chiude con una frase netta: Goliarda Sapienza, a cui ha dedicato il film, non sarebbe felice di vedersi proiettata su quegli schermi.
Il contesto: da Eurovision al cinema, il boicottaggio culturale è un dibattito aperto
La vicenda si inserisce in un dibattito che negli ultimi mesi ha attraversato tutta la cultura europea. L'Eurovision Song Contest 2026 di Vienna è stata l'edizione più contestata di sempre: cinque paesi – Spagna, Paesi Bassi, Irlanda, Slovenia e Islanda – hanno deciso di non partecipare in segno di protesta contro la presenza israeliana, con motivazioni che ruotano tutte attorno allo stesso concetto: la partecipazione di Israele, che ha persino rischiato di vincere, trasforma un evento culturale in uno strumento di soft power, uno schermo di normalizzazione su cui proiettare un'immagine di paese come gli altri mentre a Gaza la guerra continua.
Il collettivo Venice4Palestine ha lanciato anche per il Festival del Cinema Italiano la campagna "Zero Complicity", invitando autori, attori e professionisti a dissociarsi dalla rassegna con la stessa logica: il cinema, in questo caso, non sarebbe intrattenimento ma copertura.
Come funziona il Festival
Il XIII Festival del Cinema Italiano in Israele – in programma dal 20 maggio all'8 giugno – è organizzato dagli Istituti Culturali Italiani di Tel Aviv e Haifa in collaborazione con le cineteche israeliane. Nel programma, oltre a "Fuori", figurano "La grazia" di Sorrentino, "Primavera" di Michieletto e "Le assaggiatrici" di Soldini.
Il meccanismo è tecnicamente legittimo: quando un Istituto di cultura italiano vuole allestire una rassegna all'estero, può richiedere i film direttamente ai distributori internazionali senza passare dagli autori. I registi non vengono necessariamente consultati, né informati. Martone ha chiamato i produttori per capire da chi fosse stata organizzata la rassegna: nessuno sapeva nulla. Ha scritto agli altri registi coinvolti: stessa risposta.
Una domanda che resta senza risposta
Martone non conclude con una posizione netta. Apre con una domanda: "Israele è come ogni altro paese?". A questa domanda, non c'è risposta. Per Martone, il paradosso resta. Un film sulla libertà e sul riscatto, liberamente ispirato a una delle voci più anticonvenzionali della letteratura italiana del Novecento, finisce in una rassegna che, agli occhi del suo autore, rischia di funzionare come cornice di normalizzazione per un paese in guerra.