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Amadeus non deve per forza tornare in Rai per esistere

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Per la rinascita di Amadeus tutti attendono il suo ritorno a Viale Mazzini, ma gli ascolti su Canale 5 raccontano un’altra storia: e se il rifugio da Maria De Filippi diventasse la sua vera casa e Mediaset lo accogliesse per progetti pop di prima serata che al momento nessuno riesce a realizzare?

Nel racconto collettivo della nostra televisione, Amadeus è attualmente un uomo sospeso. Un conduttore in convalescenza che, dopo la chiusura anticipata dell'esperienza sul Nove e la constatazione di un'incompatibilità di fondo con quel pubblico, staziona in un'elegante sala d'attesa. Un luogo che Massimo Galanto ha definito una sorta di "pronto soccorso di Maria De Filippi": quel reparto di riabilitazione mediatica capace di accogliere volti di primo piano momentaneamente disorientati (fu così per Mara Venier e Simona Ventura, accade oggi con Amadeus ad Amici) per curarne le incertezze, restituirgli centralità e riaccompagnarli al rilancio.

La narrazione dominante vuole che per Amadeus questa sia una semplice terapia di passaggio, una fisiologica rehab in attesa dell'inevitabile chiamata di Viale Mazzini per riprendersi ciò che è suo. Ma siamo proprio sicuri che il destino debba per forza seguire il binario della nostalgia?

A rimescolare le carte è arrivato il riscontro dello speciale de Il Volo andato in onda su Canale 5. Oltre il 17% di share e un quasi pareggio con il Tale e Quale Show di Carlo Conti. Un dato che non rappresenta solo un successo d'ascolti, ma una diagnosi precisa: Amadeus è, e rimane, un solido catalizzatore della televisione generalista. Quando presidia la grande piazza del pubblico di massa, il suo linguaggio funziona senza sforzo. E allora sorge una riflessione che smentisce il dogma del "ritorno a casa in Rai": e se il luogo della cura diventasse la dimora definitiva?

Vent’anni fa, il passaggio di Amadeus a Mediaset fu un trauma professionale, l'inizio di un lungo e faticoso purgatorio prima della resurrezione sanremese. L'opinione pubblica sembra rimasta incastrata in quel ricordo, considerando Cologno Monzese come un terreno incompatibile con la sua identità. Eppure, oggi le parti si sono invertite. È Mediaset ad avere un drammatico bisogno di volti capaci di presidiare la prima serata con uno show pop, istituzionale ed elegante, che magari non sia interamente derivato dal monopolio creativo della Fascino, proprio Maria De Filippi.

Certo, si dirà che restare a Mediaset significherebbe per Amadeus rinunciare a qualsiasi ambizione di "sperimentazione", la stessa sventolata quando scelse di lasciare la Rai per volare verso Nove. Ma parliamoci chiaro: la storia della sperimentazione somiglia più a un'elegante scusa che a un reale programma editoriale. Lo ha dimostrato l'esperienza dello stesso Amadeus al Nove, così come quella di Fabio Fazio: da una parte e dall'altra non c'è mai stata alcuna reale ricerca di linguaggi nuovi, ma unicamente la replica meticolosa di sé stessi e delle proprie routine in un altro giardino.

Amadeus non ha bisogno di inventare la televisione del futuro; ha bisogno di fare la televisione del presente al massimo dei mezzi possibili. Rimanere a Mediaset per costruirsi uno spazio su misura in prima serata non sarebbe un ripiego o una resa, ma la maturazione di un percorso. Significherebbe sfatare l'idea che la Rai sia l'unico altare su cui celebrare la grande TV popolare e dimostrare che anche un tabù lungo vent'anni, alla fine, può essere infranto.

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"L'avvenire è dei curiosi di professione", recitava la frase di un vecchio film che provo a ricordare ogni giorno. Scrivo di intrattenimento e televisione dal 2012, coltivando la speranza di riuscire a raccontare ciò che vediamo attraverso uno schermo, di qualunque dimensione sia. Renzo Arbore è il mio profeta.
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