C'è stato un tempo in cui Michelle Hunziker ha spezzato la rigidità della figura femminile in televisione. Bellezza e freschezza espressiva miste a ironia e a tempi comici l'avevano posizionata al centro delle aspettative del piccolo schermo. A distanza di vent’anni, tra un Karaoke non proprio entusiasmante e il ritorno a Zelig in una versione surrogata, la percezione attorno a lei pare profondamente cambiata.
Non solo perché il tempo passa, o perché ci sia stata una perdita di talento o di smalto professionale, ma per una dinamica più complessa che riguarda l’ecosistema televisivo che l’ha cresciuta. La parabola di Michelle Hunziker è diventata, in modo quasi emblematico, il riflesso della crisi d’identità e della fame di contenuti della TV commerciale generalista.
Da Zelig a Striscia: una spalla comica inattesa
Per comprendere dove la rotta si sia smarrita, occorre ricordare da dove è partita. Il boom di Michelle Hunziker non è stato un caso: è nato dalla capacità di inserirsi all’interno di format solidi ed esplosivi, giocati sull’alchimia del cast. A Zelig, al fianco di Claudio Bisio, Hunziker non era una semplice valletta o una presenza decorativa: accettava la battuta, incassava il gioco, rilanciava con una risata contagiosa. Lo stesso meccanismo si è ripetuto dietro il bancone di Striscia la Notizia, dove il suo registro ha trovato una dimora naturale, fino al grande battesimo di Sanremo 2007 al fianco di Pippo Baudo. In quella fase, Michelle era il classico "volto evento": ogni sua apparizione portava freschezza e valore aggiunto.
La trappola della saturazione: l’usato sicuro di Cologno Monzese
Con l’incedere degli anni Dieci e il progressivo inaridirsi delle idee della TV generalista, l’equazione si è invertita. Mediaset, trovandosi ad affrontare una crisi di linguaggi e di pubblico, ha iniziato ad affidarsi sempre più spesso a quello che si potrebbe definire "usato sicuro". E Michelle Hunziker è stata risucchiata da questa logica: una garanzia di professionalità e simpatia a cui affidare programmi su programmi, per riempire i tasselli del palinsesto.
Basta una ricerca su Wikipedia per notare che negli ultimi dieci anni le sono stati affidati più di 15 titoli tra format, spin-off e show evento. Titoli spesso costruiti sulla moltiplicazione dello stesso format (come le varie stagioni e declinazioni di All Together Now), game show estivi, serate amarcord e staffette infinite. Questo uso intensivo ha generato un inevitabile effetto di inflazione del volto. Quando un personaggio appare ovunque con il medesimo registro espressivo, la sua presenza cessa di essere un evento e diventa uno sfondo quotidiano. La simpatia non si è spenta, ma si è inevitabilmente impoverita per effetto di sovrabbondanza.
L’oasi di Sanremo 2018 e l’illusione di un rilancio
Che il problema non risieda nelle capacità della conduttrice, ma nella qualità del contesto che la circonda, lo ha dimostrato in modo plastico il Festival di Sanremo 2018. Inserita da Claudio Baglioni in un trio inedito con Pierfrancesco Favino, Hunziker ha mostrato il meglio del suo repertorio, affiancando alla presenza scenica il ritmo, l'eleganza, la capacità di stare al passo con un attore di razza e un gigante della musica. Sanremo 2018 sembrava la premessa per una seconda maturità artistica, la prova che Hunziker potesse ambire a uno spazio televisivo più alto, sofisticato e strutturato. Tuttavia, una volta chiusa la parentesi di Rai 1 e rientrata a Cologno Monzese, la conduttrice è stata riassorbita dalle medesime logiche di prima, vanificando quella spinta propulsiva. Il punto cruciale della questione è che quella di Michelle Hunziker non è stata mai una carriera in crisi, ma semplicemente la sensazione dell'ordinario che ha avuto la meglio sull'eccezionalità. Emblematico il caso di due anni fa, con la conduzione di Eurovision "a metà", confinata alla sola finale, per gli impegni inderogabili della conduttrice con Striscia.
Michelle Impossible: la celebrazione senza rotta
Il punto di arrivo di questo percorso è stato Michelle Impossible, lo show evento cucito su misura da Canale 5 con tanto di nome nel titolo. Sulla carta, l’occasione perfetta per consacrare la sua carriera con un One-Woman-Show in stile varietà d’altri tempi. Nella pratica, il programma ha mostrato tutti i limiti della fase attuale. Tra parate di ospiti illustri, reunion familiari e celebrazioni nostalgiche, lo show si è rivelato un’operazione sbiadita a parere di chi scrive, celebrativa di una storia artistica che ha avuto certamente delle luci, ma anche zone d'ombra importanti. Senza una visione autoriale forte, Michelle Impossible è finito per essere una vetrina luccicante ma innocua, incapace di offrire una nuova direzione o di lasciare un segno nell'immaginario collettivo.
Una conduttrice in cerca d’autore
Oggi Michelle Hunziker rimane una delle professioniste più impeccabili, stacanoviste e telegeniche del panorama italiano. Ha una tenuta scenica invidiabile e un rapporto di affetto immutato con il pubblico. Ma la sua traiettoria raccontata nell'ultimo decennio parla di una risorsa preziosa usata come riempitivo, di un talento ingabbiato nella ripetitività e, soprattutto, rimasto incastrato nella crisi creativa di Mediaset. Il suo percorso somiglia sempre più a quello di una conduttrice "in cerca d’autore": un’artista di livello che attende un progetto capace di sfidarla, di toglierle la comodità del già visto e di restituirle quella forza dirompente con cui, vent'anni fa, aveva conquistato la Tv.